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Week / Choc al convento, Snowden, Scamarcio

Agnus Dei di Anne Fontaine, con Lou de Laage, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig, Scott Eastwood, Eliza Rycembel, Anna Prochniak, Katarzina Dabrowska

Nei giorni in cui il tema della violenza sulle donne risuona come un campanello d’allarme e il senso di civiltà impone ribellione e protesta, ecco un film potente, coraggioso, asciutto, armato di spiritualità, che affonda le radici nel Novecento dell’Olocausto e delle minoranze oppresse. Nella Polonia del 1945, libera dalla guerra ma ancora smarrita e vulnerabile, dove anche la fede vacilla di fronte agli orrori del Secolo breve, una suora chiede assistenza nell’ospedale in cui opera un giovane medico francese, Mathilde Beaulieu. La verità è custodita nel vicino convento benedettino: le religiose sono state umiliate e stuprate dalla soldataglia russa che ha invaso il Paese, e sono rimaste incinte. Mathilde porta conforto e cure, promettendo protezione e silenzio. Se trapelasse quel che è successo, il peccato inconfessabile, le porte del monastero verrebbero subito sbarrate.

La neve gelata dell’inverno polacco non cancella le tracce degli abusi. Ma, di fronte all’innocenza di Mathilde, la purezza sporcata torna a splendere. I canti gregoriani, le preghiere in latino, il dovere di fronte all’ordine: Mathilde è la Figlia che aiuta la Madre a ritrovarsi dopo lo choc, un miracolo insperato di compassione e pietas. E’ la forza di sopravvivere al peggior strazio, quello interiore. Mathilde e Suor Maria lottano per salvare i bambini. Agnus Dei riassume la poesia di certi romanzi di Bernanos e si muove nella prospettiva del cinema di sottrazione, assorto, limpido che unisce Bresson a Cavalier. La domanda che si pone Anne Fontaine è: come può un religioso accettare di aver tradito Dio? Dunque, esplora il contrasto tra giusto e necessario e crea un affresco di mute sofferenze e figure a capo chino, un tableau vivant di dolore trattenuto che rimanda ai dipinti fiamminghi, dove i volti sono scolpiti dalle ombre e dalla luce. Il sorriso di Lou De Laage, un’attrice su cui vale la pena scommettere, è un elogio maiuscolo alla speranza che i giovani, e le donne, sappiano difendere il bene del mondo.

Snowden di Oliver Stone, con Josph Gordon-Levitt, Shailene Woodley, Melissa Leo, Zachary Quinto, Tom Wilkinson, Rhys Ifans, Nicolas Cage, Ben Schnetzer

Quanti film ha sbagliato Oliver Stone, il regista di JFK e Platoon, talento mostruoso e mostruosa presunzione, un pozzo di ambiguità? Snowden doveva essere la svolta dopo i mezzi passi falsi di Alexander, World Trade Center e Wall Street – Il denaro non muore mai. Invece costituisce il trascurabile autunno di un cineasta un tempo formidabile, ma mai troppo amato a cui pure si devono alcune delle pagine più potenti degli ultimi trent’anni. Stone non segue la realtà, non crea una sequenza obiettiva di fatti: li piega, li rielabora, ne fa carne da macello fino alla mistificazione, interessato com’è a rappresentare la paranoia dell’età tecnologica, ma alla fine costretto alla strada più ovvia, il biopic di un personaggio in cui si specchiano le contraddizioni di un’epoca deragliata di minculpop dove l’informazione è (o può essere) un’arma letale e i governi sono Grandi Fratelli che tutto spiano e tutto controllano. Libertà, giustizia, bandiere strappate. “Devi trovare il terrorista nel pagliaio di Internet�. Snowden risulta così un bel tomo di patriota che serve il suo Paese in Iraq, ma poi ci ripensa. Da quella terra di nessuno, Stone passa a rappresentare il gran teatrino globale con la Cia, gli hacker, gli spioni, e la love story di Snowden, configurato come un tardo nerd, con una ragazza (Shailene Woodley) recuperata su un sito d’incontri per pasdaran dell’hi-tech e del mondo geek. Niente a che vedere, in questo digital pastiche, con le acrobazie di Katryn Bigelow in Zero Dark Thirty (2012). C’è semmai un debito di passione compensato dalla logica dello show selvaggio. Stone viaggia su un binario parallelo, usa i flashback e i continui salti temporali per animare una scatola vuota che riesce a rianimarsi solo nel finale per diventare puro thriller politico.

Mechanic: Resurrection di Dennis Gansel, con Jason Statham, Jessica Alba, Tommy Lee Jones, Michelle Yeoh, Natalie Burn, Sam Hazeldine, Yayaying Rhatha Phongam, Raicho Vasilev

Il ritorno di un ritorno che rimanda a un classico del cinema d’azione. La nuova vita del sicario gentiluomo Arthur Bishop, killer professionista, oggi con il volto e i muscoli di Jason Statham. Mechanic: Resurrection è il sequel del remake del 2011 di Professione assassino, basato sull’omonimo actionthriller del 1972, diretto da Michael Winner, quando Bishop aveva gli occhi azzurri e la mira di Charles Bronson. La musica è la stessa: botti, elicotteri e resort. “Che cosa ti rende il migliore?�. “La delicatezza, baby�. L’avanzo di galera è ora il cattivo maestro di un ragazzaccio che meriterebbe il peggio. Ma è anche impegnato a individuare i colpevoli della morte dell’amico-mentore. Nei due film precedenti il polo divistico legato a Bronson e Statham era, da solo, garanzia di successo. Nella nuova versione, Dennis Gansel punta sulla meccanica del killer, sui rintocchi seriali delle sue imprese. Dovrebbe essere un salto di qualità, nell’analisi e nel ritmo. Invece è solo una trappola: pesa la confusione etica tra eroi e criminali e il film cede spesso ai luoghi comuni, puntando sul dinamismo delle sequenze e sul sistema della paura. Alla fine Mechanic: Resurrection è come un robot senza vita, se non fosse per le presenze di Jessica Alba, Tommy Lee Jones, Michelle Yeoh. Cosette, ma piene di glamour.

3 Generations – Una famiglia quasi perfetta di Gaby Dellal, con Naomi Watts, Susan Sarandon, Elle Fanning, Linda Emond, Tate Donovan, Sam Trammell, Maria Dizzia, Jason Erik Zaceck

Moralismi integrati, muri e barriere sul ring generazionale, le sliding doors di tre donne, nonna, madre e figlia. Che cos’è esattamente 3 Generations? Una commedia aspra, politicamente scorretta, anche originale, talvolta fumosa, che racconta quanto sia complicata la ricerca di un’identità, a quindici, skateboard e cellulare, come a settant’anni, pillole e nevrosi. Viaggio alla scoperta di un’eccentrica famiglia newyorkese composta da tre donne in subbuglio alle prese con la difficoltà di accettarsi, di rispettarsi e star bene con se stesse. “Io non voglio più essere un’eccezione�. Tre livelli di vita, di relazioni, di esperienze. Ramona, la figlia, è un’adolescente che si sente a disagio in un corpo femminile. Vorrebbe essere un ragazzo, per questo si fa chiamare Ray, veste come un rapper arrabbiato e ringhia al mondo. La madre, Maggie, è invece una single abbandonata alla cripto-infelicità che decide di aiutare Ramona nella trasformazione. Ma per farlo deve ottenere il consenso legale del padre biologico. Dolly, la nonna lesbica, è una romantica signora americana, ha una compagna, Frances, che tollera le sue bizze da anni, e non riesce ad accettare la decisione della nipote. Gaby Dellal sorvola i problemi, agitando il pretesto della leggerezza. Usa l’allegretto buffo, l’ironia per sottolineare la sofferenza di Ray e delle donne di famiglia. Un mélo umoristico su arrampicate e tradimenti di “genere�. Con tre interpreti che potrebbero fare a meno del regista: Elle Fanning, Susan Sarandon, Naomi Watts, la più distratta del gruppo, come se fosse ancora persa a Mulholland Drive.

Come diventare grandi nonostante i genitori di Luca Lucini, con Margherita Buy, Giovanna Mezzogiorno, Matthew Modine, Leonardo Cecchi, Beatrice Vendramin, Eleonora Gaggero, Federico Russo, Saul Nanni

Non un film di ragazzi, non un teen movie. Un fumetto improprio: dove gli adolescenti giocano tutta la partita, ma i genitori sono giudici e arbitri inappellabili. “Gli arroganti siete voi che pensate di sapere tutto dei vostri figli�. Magliette, scuola, shopping, spiagge, zaini e lacrimucce. Il titolo è uno sproposito, il contesto una galoppata, neanche troppo originale, tra i simboli della ribellione generazionale. Eppure sono tutti bravi ragazzi, quelli che affollano Come diventare grandi nonostante i genitori. Confusi di fronte al futuro, teneri, con le faccette bizzarre degli emoticon, indifesi e stonati come coyote, parlano inglese e hanno una gran voglia di innamorarsi, di crescere insieme. C’è un twist finale che tutto risolve e tutto complica, omaggio agli Anni Sessanta che sono stati “i migliori della nostra vita�. Il tono è buonista: tinelli, divani e chitarre. “Mia madre adora pettinare il prato all’inglese�. Le solite raccomandazioni, i soliti predicozzi. “Fuori c’è un mondo che non perdona. Questa casa non è un albergo. Io non sono la tua cameriera. Resti a dormire dal tuo amico? E a che ora torni? Ma la volete abbassare questa musica?�. Con un cast irrobustito dalle presenze di Margherita Buy, Giovanna Mezzogiorno, Roberto Citran e Matthew Modine, il produttore musicale americano che si è rifugiato in Italia a fare il contadino, Luca Lucini tenta di recuperare il linguaggio degli smartphone e dei social. “Sono in lutto per il pesce rosso di mia cugina�. L’obiettivo di Lucini è intercettare, nell’universo digitale, il bip bip delle nuove generazioni. Riuscendoci a intermittenza.

La cena di Natale di Marco Ponti, con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone, Antonella Attili, Eugenio Franceschini, Antonio Gerardi, Veronica Pivetti

Guai al cinema dell’insistenza e del repetita iuvant che insegue a tutti i costi la logica della serie tv. Troppa la distanza, troppe le differenze di sviluppo e linguaggio. Tuttavia era quasi un obbligo, dopo il successo di Io che amo solo te, mettere in forno la pagnotta di un sequel che dell’originale rispettasse codici, caratteri e cast. La cena di Natale, tratto dall’omonimo libro di Luca Bianchini, ci riporta a Polignano a Mare nel salotto della famiglia Scagliusi, polpette, litigate e bacetti, in un anticipo di Natale che sa molto di cinepanettone pugliese. Prossimi a diventare papà e mamma, Damiano e Chiara (Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti) sono una coppia pseudo felice, collaudata ma inquieta, di fronte a un evento importante. Quindi, destabilizzata. Le reazioni sono diverse. “Al corso pre parto mi chiamano la ragazza madre!�, dice lei, che è alla “trentaseiesima settimana�, com’era anche nella realtà Laura Chiatti durante le riprese. Lui è spaventato, fa il galletto e scappa. Il desco festivo incombe, “e sarà memorabile�, le posate tintinnano e si scatenano tensioni sopite durante l’anno. Damiano / Scamarcio ha una colpa da farsi perdonare: un’amante. “Bisogna stare attenti quando i mariti inventano scuse assurde�. Marco Ponti aggiunge campanilismi regionali Nord-Sud, il glamour all’italiana di interpreti affiatati e vincenti, perdendosi in un andamento circolare della vicenda che dovrebbe servire per riallacciare caratteri e sentimenti. Veronica Pivetti, la zia milanese, è una new entry interessante, mentre il contrappasso generazionale è affidato all’amore autunnale di Michele Placido e Maria Pia Calzoni, don Mimì e Ninella. Eva Riccobono è un pesce fuor d’acqua, mentre il brano di Emma, Quando le canzoni finiranno, è il piccolo ponte che ci porterà, statene certi, al terzo capitolo della saga.

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