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Violante Placido: «I sogni son desideri»

Dismesse paillettes, parrucche e piume da Regina delle fate, in pantaloni e camicetta Violante Placido sembra più ragazza dei suoi 41 anni. La tournée che l’ha portata ad attraversare l’Italia con Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare si è appena conclusa (riprenderà l’anno prossimo), fra qualche settimana la vedremo al cinema vedova consolabile in Restiamo amici di Antonello Grimaldi. Nel frattempo, sta lanciando con papà Michele e il fratello Michelangelo una nuova etichetta di vini pugliesi, Placido Volponi.

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Ultimamente, insomma, le piace variare. Non nella vita privata, però: compagna del regista Massimiliano D’Epiro, ha un figlio, Vasco, di 4 anni. Non è quindi un caso che due siano le parole che ricorrono sempre nelle frasi di Violante: «libertà», di cambiare e di sperimentare, e «intimità».

Cominciamo dalla libertà.

«Io amo muovermi, non mi sono mai sentita troppo radicata, voglio essere libera di potermi rimettere in discussione in qualunque posto. Sono molto curiosa».

È per questo che ha deciso di debuttare a teatro, non avendoci mai lavorato?

«Sì, anche se per anni mi ha fatto paura».

Perché paura?

«A teatro c’è una formazione ben costruita, mentre l’attore di cinema può anche improvvisarsi. E poi quando vai in tournée sei a stretto contatto con la compagnia, un’esperienza che può diventare emotivamente faticosa. Ha una sua bellezza: si viaggia insieme, magari cinque nella stessa auto, senza quei privilegi che ti dà il cinema, ti risenti un po’ come al liceo. Anche le prove: le fai davanti a tutti, le tue crisi sono sotto gli occhi di tutti, ed è così che diventi davvero una squadra. Al cinema invece, lavori al tuo personaggio con il regista, appartato dagli altri attori, la sera mangi da solo studiando il copione. Il teatro ti mette alla prova davanti alle tue fragilità: se una sera non va come vorresti, fai i conti con le tue capacità, è formativo. In più, scopri l’Italia, posti e luoghi, cucine…».

Lei ha appena dato vita a una nuova etichetta, e spesso attori e registi producono vini, comprano terre. La passione per il cibo ha qualcosa in comune con cinema e teatro?

«Anche il cibo e il vino sono cultura. E sono condivisione, come il teatro, dove ogni sera per due ore condividi un sogno».

Secondo lei, la tavola è un buon posto per corteggiare?

«Una cena è qualcosa di intimo. Forse la prima a due si è così emozionati che non si gusta il cibo. Poi, però, con la persona che ami è bello condividere il cibo. Anche se a me succede che quando sto via per lavoro, al ritorno non so più cucinare».

Normalmente è brava?

«Sono autodidatta. L’altra sera ho fatto una cena terribile: un cuscus marocchino che non cucinavo da anni, alla fine mi sono sentita imbarazzata. A volte invece preparo piatti straordinari, come tagliatelle fatte in casa con il pesce».

La tournée del Sogno è stata lunga: suo figlio come l’ha vissuta?

«Conosce perfettamente lo spettacolo, dice che vuole fare il piccolo elfo, mi ha ascoltato provare a casa, ed è venuto a vedermi in sala. La sera lo addormento con la canzone che canto sul palco: parole di Shakespeare, musica di Bruce Springsteen. E me lo sono portato anche in tournée, cerco di non creargli frustrazioni».

Lei ne ha provate, essendo i suoi entrambi attori?

«No. Stavo con mia nonna mentre loro erano in tournée. Oppure li seguivo e mi divertivo un sacco, la notte dormivo sulle sedie nei ristoranti».

Quindi non ha sofferto il loro lavoro?

«No, fino alla Piovra: lì è stato diverso, la grandissima popolarità di mio padre a quel punto ha fatto venir meno ogni normalità, anche passeggiare per strada era difficile».

Perché ha chiamato suo figlio Vasco?

«È un nome italiano poco comune, non conosco nessuno che lo porti e inizia con la mia stessa “V”. Se c’è una fonte d’ispirazione: non è Vasco Rossi, ma Vasco da Gama visto che amo viaggiare».

Lei scrive anche musica e canta: salire sul palco a teatro assomiglia come esperienza a quella di una rockstar?

«No. La rockstar canta il suo mondo, ed è l’atto di coraggio più grande perché sei senza rete, mentre in uno spettacolo tu sei un personaggio, non sei a nudo, un filtro protegge la tua sfera più privata. Io quando porto le mie canzoni mi sento molto più vulnerabile, racconto qualcosa di me e vorrei che questo messaggio toccasse il cuore delle persone. Ma ancora non lo so, può tornare tutto indietro. Però quando rischi, poi il risultato è il massimo, l’atto di libertà più grande».

Di recente, è stata anche protagonista del video di Tiziano Ferro di Solo è solo una parola.

«Ho conosciuto una persona molto profonda. Il video è intimo: niente parole, parliamo solo con i corpi, per raccontare il travaglio di una relazione».

Nel video lei si aggrappa alle gambe dell’uomo che la scuote via. La solitudine è una condizione che la spaventa?

«Sono abituata a stare sola, ti dà anche un senso di libertà. La libertà è tutto: se mantieni una tua indipendenza, puoi stare bene con gli altri».

Con un figlio però le cose a volte cambiano. In Restiamo amici, lei è la madre separata di una ragazza adolescente…

«Sì, e sono così delusa che perdo fiducia negli uomini e metto una corazza. Ma è sbagliato chiudersi in una realtà protetta per non essere ferita. Poi il mio personaggio incontra Riondino, vedovo con figlio… Io ci credo, nel poter ricominciare ogni volta, nel rialzarsi sempre anche se non vedi la luce. La mamma di una mia zia verso i 70 anni, vedova, ha ritrovato il suo amore di infanzia e si sono rifidanzati. Certo, devi avere il coraggio di buttarti».

Lei ha vissuto down totali?

«Ogni volta che finisci una storia, sono lutti. Però poi sono rimasta in buoni rapporti con i miei ex, anche se spesso sono stata io a lasciare: gli uomini sono più codardi».

Un tempo amava anche andare a cavallo: lo fa ancora?

«No, ma ho ancora il mio “vecchietto”. È uno sport molto formativo, mi ha regalato subito indipendenza: hai a che fare con un bestione gigante e sei tu che lo devi governare, crei un rapporto di fiducia ma devi essere anche sicura. Dai 14 anni gareggiavo, partivo da sola il giovedì con il gruppo di equitazione, niente vacanze: la mia testa era lì. E poi il bello è che in gara sei alla pari uomini e donne, anche di età diverse. A 16 anni vinsi un campionato regionale contro un carabiniere molto più grande».

Bella l’idea della parità sportiva in un momento di crisi fra generi.

«È un periodo di grande rivoluzione. Ma io non mi sono mai sentita il sesso debole, né mio padre mi ha trattato come la femminuccia. Anzi: mi faceva pedalare chilometri in bici a sette anni, oppure mi portava a scalare montagne da piccolissima, io e lui da soli col pranzo al sacco. Di certo non mi ha cresciuta come la bella principessina, e di questo gli sono grata».

Cresciuta così, che cosa fa se deve fronteggiare altri tipi di atteggiamento?

«Li subisci di meno. È vero che la donna può patire una serie di meccanismi, ma attraverso la consapevolezza sei la prima che può proteggersi e chiedere di essere rispettata. Ed è importante non crescere le nostre figlie nell’immaginario del sesso debole, cosa che non siamo. Se non ti dai tu un valore, non puoi chiedere che te lo diano gli altri».

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