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“Vedetta per guardare lontano nel segno di Walter Bonatti”

Lo sguardo, la visione, oltre la memoria. Si salutano così i direttori del Museo nazionale della Montagna di Torino. Aldo Audisio lascia dopo 40 anni; Daniela Berta prende il testimone. Non solo della direzione del più prestigioso centro di documentazione alpina del Club alpino italiano, d’Italia e fra i primo del mondo, ma anche di quella visione. La loro stretta di mano è un passaggio che promette futuro.  

 

Quel guardare oltre ha anche a che fare con il luogo dove sorge l’ex convento, sul Monte dei Cappuccini, che a fine ’800 diventò testimone della montagna grazie a una «vedetta», un punto di osservazione sulla cerchia di monti che fanno corona a Torino, dove è nato il Club alpino italiano. «Devo ancora guardare lontano», dice Audisio alla giovane direttrice che per quattro anni ha retto le sorti dei musei della vallata torinese di Viù, dal piccolo museo Arnaldo Tassetti di Usseglio fino a quelli dell’Arte sacra. «Arrivare qui – dice Berta – era per me un sogno e si è realizzato». Un po’ per caso, inatteso. Così come fu 40 anni fa per Audisio. Perché la storia si ripete. Allora, il giovane architetto che si avviava alla libera professione, fu chiamato «per mettere un po’ d’ordine a questioni interne» e non si mosse più. 

 

Quel «guardare lontano» ha in sé un passato di raro fascino e potenza, la figura di uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, Walter Bonatti. Uno degli ultimi «colpi» di Audisio, riuscito ad acquisire l’intera eredità documentale sia dell’avventura verticale di Bonatti sia quella dei viaggi nelle terre lontane. «C’è tanto di lui ancora inedito, soprattutto ci sono pensieri che apriranno nuovi motivi di profondi dibattiti», dice Audisio. E Berta: «Stiamo preparando la mostra per il 2020. Lavoro imponente. Vorremmo arrivarci in un divenire di svelamento, per poi offrire una mostra il più possibile completa». 

 

«C’è un mondo da tenere insieme. Quello dei festival cinematografici di genere e la rete dei musei», dice Audisio. Nell’ex convento dei Cappuccini che domina Torino non lontano dalla riva del Po, che scivola di fianco alla grande piazza Vittorio, Audisio aveva trovato tanti documenti ma un gran lavoro di riordino e rilancio da fare. «Da Fosco Maraini a Walter Bonatti, fino a Mario Fantin, regista anche della spedizione italiana al K2 del 1954, ho inseguito un grande obiettivo primario, quello di consolidare e rilanciare la memoria di personaggi come loro che avevano saputo coniugare alpinismo e esplorazione con la cultura alpina». Poi le grandi «reti» internazionali per i film di montagna e per i Musei. Daniela Berta: «Torino è l’area metropolitana più importante d’Europa per quanto riguarda la cultura alpina. L’obiettivo del Cai è consolidare le reti internazionali e restare al passo con la rapida evoluzione di oggi. Proprio per guardare lontano». Il progetto ambizioso e già avviato è un portale unico «che metta a disposizione di ricercatori e di chiunque la nostra documentazione». Nel segno di quella «trasparenza» inseguita e raggiunta da Audisio

 

Sono 450 mila i documenti del Museo della Montagna: fotografie, film, carte e oggetti, dai più piccoli e curiosi come le lamette con marchi montani a quelli più preziosi, come il carteggio sull’impresa del K2 o le lettere scritte e ricevute dallo stesso Bonatti sia per le sue imprese alpinistiche sia per i suoi viaggi-avventura. «Saremo in rete attraverso il nostro sito con le nostre collezioni – spiega ancora Berta – e quelle del Museo di Chamonix. Creeremo anche una “app”. E le nostre esposizioni saranno multimediali». Poi c’è la «discesa dal monte».  

 

Audisio ricorda i «viaggi in tutto il mondo» per mettere al centro di un interesse globale il Museo e sottolinea anche il «patrimonio culturale a noi più vicino», quello delle Alpi piemontesi. E Berta riprende: «Dialogare con le culture di vicinanza, attirare nel Museo il dibattito sulla montagna, anche su economia, tessuto sociale, infrastrutture. Stimoli di cui la politica si è accorta poco, ma noi abbiamo grande attenzione da parte del Comune di Torino e della Regione Piemonte, oltre che l’aiuto delle fondazioni bancarie di San Paolo e Crt». Visione ottimistica? «No – risponde Berta – realistica. Viene dal mio amore per la montagna che insegna l’esistenza di limiti non sempre valicabili, a dosare le forze e a apprezzare la bellezza».  

 

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