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Vasco, il rock e le#39;amore al tempo del cellulare

La prima strenna del mercato discografico italiano 2016? Eccola qui, «Vascononostop», quarant’anni del signor Rossi più amato d’Italia raccolti in un cofanetto, anzi tre: quello economico, che comunque si chiama «deluxe edition», con 4 cd, 69 canzoni e libretto fotografico; quello «special fan edition» con 9 cd, 133 pezzi, due dvd e librone fotografico; quello «vinile deluxe», con 69 brano raccolte in 7 lp e una lussuosa confezione. Al centro dell’operazione, peraltro assemblata in senso cronologico decrescente, dall’ultima canzone alla prima («Jenny», 45 giri del 1977 stampato solo in 2.500 copie, sul retro c’era «Silvia»), i quattro inediti a lungo attesi dal popolo del Blasco, a partire da «Un mondo migliore», di nuovo il singolo più venduto della settimana appena finita: «Non è facile pensare di andar via e portarsi via la malinconia… Sì, tutto è possibile, perfino credere che possa esistere un mondo migliore».

«È una canzone di speranza: noi dobbiamo per forza credere in un mondo migliore, noi vogliamo crederci, non ci rinunciamo e vogliamo anche costruircelo… il mondo migliore», riflette il divo che non vuole fare il filosofo e costruisce la sua ballad come una confessione spietata: «Sai, essere libero, costa soltanto qualche rimpianto».

«Lo spunto per il testo mi è venuto con la malinconia che mi è scesa addosso una sera, prima di partire per Los Angeles», ricorda il rocker nazionalpopolare: «Non ne avevo più voglia improvvisamente. Come al solito il dualismo che non mi dà pace: da una parte la voglia di muovermi, l’ignoto m’incuriosisce e mi sfida. Contrapposta a quel dannato bisogno delle abitudini di tutta una stagione. E dire che ero contento di partire: “È un posto dove potrei anche trasferirmi”, pensavo. Ma quella noia, dalla quale devo fuggire, è sempre lì, ce l’ho dentro e non c’è niente da fare. In volo poi, la canzone ha preso altre strade. Dalla difficoltà di adattamento, non è facile lasciarsi tutto alle spalle e cominciare daccapo in un altro posto, un’altra situazione. Al cambiamento, che comporta necessariamente ricostruzione. E, last but not least, quel che più conta: la scelta di essere libero. A costo di qualche rimpianto».

I quattro pezzi nuovi sono fedeli al Vasco più recente, campione di smagatezza, poco intenzionato a vivere «Come nelle favole», canzone dell’amore difficile, se non difficile. Rossi mette in dubbio «il perfetto quadretto della coppia che sogna di vivere insieme per tutta la vita, come nelle favole, appunto. Noi sappiamo poi come va a finire, ma non vogliamo rovinare i sogni a nessuno», ghigna poco convinto dall’ipotesi di finire come un trottolino amoroso.
Ancor meno se la passione in questione è quella narrata in «L’amore ai tempi del cellulare».

La chitarra è più rock, la voce più acida, il disagio vissuto in questi anni di silicio e silicone più evidente: «Non sopporto questo maledetto aggeggio che mi trova ovunque sono», intona il cantautore, che poi spiega: «Tempo fa ho letto un libro su come è cambiato il mondo dal secolo scorso, quando c’era il telefono fisso e si rispondeva: ”Pronto, chi parla?”. Ora che il telefono è mobile e smart neanche rispondi che dall’altra parte ti si ingiunge: “Ciao, dove sei?”. Beh, una bella differenza, se ci pensi. Soprattutto per me che amo farmi i fatti miei».

L’ultimo inedito proprio inedito non è, il testo era stato musicato da Dodi Battaglia: «È un grande chitarrista, oltre a essere un Pooh. Mi chiese di scrivergli una canzone per un album che avrebbe fatto da solista. Io gliel’ho scritta molto volentieri, ma mentre gliela consegnavo, già sapevo che prima o poi l’avrei voluta cantare anche io». Naturalmente, Dodi non ce ne voglia, se è il Komandante a chiedersi «ma una donna una donna una donna cos’è», la questione diventa meno romantica e ci si accorge tutti per l’ennesima volta che «più in alto non c’è niente di quello che cerchi».

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