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Uomini che uccidono le donne. Non per amore

di Tania Careddu

Ormai la cadenza è quasi giornaliera. Le parole citate sono diverse: desiderio, gelosia, invidia, delitto passionale. Minus del genere maschile. No, niente di tutto questo. La violenza degli uomini contro le donne ha radici molto profonde. Ed è malattia mentale. Parola della psichiatra e psicoterapeuta, Barbara Pelletti.

Dottoressa, sulle pagine delle più autorevoli testate nazionali circolano informazioni che vorrebbero gli uomini assassini delle donne per desiderio o per gelosia. Sono concetti fuorvianti?
Sono concetti pericolosi, che di fatto finiscono per giustificare e inevitabilmente produrre la violenza che dovrebbero interpretare. L’assurda idea che si possa uccidere per desiderio è un esempio clamoroso di come il linguaggio possa essere usato per confondere e, più profondamente, per diffondere l’ideologia secondo la quale il rapporto umano, in particolare il rapporto uomo donna, è per sua natura violento. Un pensiero, questo, che percorre la cultura, forse non solo quella occidentale: è il “male”, il peccato originale della religione giudaico-cristiana, ma anche l’idea filosofica che fonda il logos occidentale, per il quale al di là della ragione ci sia solo l’animalità, che dall’Illuminismo in poi diventa la “naturale” pazzia dell’essere umano che solo la ragione, appunto, può controllare. Perfino l’omicidio così diventa “passionale”, per difetto di controllo.

Cosa comporta una lettura di questo tipo?
Il pericolo è evidentemente quello di continuare a negare, per non dire a scotomizzare, la malattia mentale che è all’origine di questi delitti. Riconoscere la malattia significa poterla diagnosticare, innanzitutto, ma anche fermare, quando è possibile, prima che arrivi all’estremo. Ma significa, anche, dare una chiave di lettura alla gente, che è giustamente sgomenta e confusa di fronte alla cronaca, ormai quasi quotidiana, di questi brutali omicidi.

Eppure, non raramente, questi sono anticipati da evidenti segnali, il più delle volte, purtroppo, sottovalutati. Come mai?
Deve svilupparsi una sensibilità nuova, che porti in particolare le donne a riconoscere i segni di qualcosa che non è amore, ma malattia e violenza. Basti pensare a quello che fin qui si è potuto ricostruire del caso recentissimo di Sara, la ragazza bruciata dopo esser stata uccisa, in cui si arriva all’estremo nazista dell’annullamento, fino alla sparizione anche fisica, dell’altro. E’ l’espressione più grave della pulsione d’annullamento teorizzata da Massimo Fagioli. La lucida anaffettività qui arriva ai livelli della schizofrenia. Tutto questo era stato preceduto da un periodo di stalking che pare avesse preoccupato la ragazza, ma non abbastanza evidentemente. Va detto che ora abbiamo una legge, lo stalking è un reato, ma nessuno dice che è, prima ancora e soprattutto, malattia mentale.

Qualcuno, non ultimo l’autore del libro La scuola cattolica, finalista al Premio Strega 2016, sostiene che gli uomini sono violenti a causa dell’”invidia verso il femminile” e che per risolverla ricorrerebbero “a una brutale compensazione (…) Siccome è sempre la donna a dare inizio, l’uomo per ripicca si usurpa il diritto di porre fine, ponendosi così all’estremità opposta della vita. Il ragionamento è semplice: (…) se non posso dare la vita a qualcuno, non mi resta che levarla a qualcun altro”. Da medico, è una tesi che può essere sostenuta per spiegare la violenza degli uomini sulle donne?
Da psichiatra, non posso fare a meno di cogliere, al di là della perversione del “ragionamento semplice”, la proposizione della negazione dell’identità umana della donna: “il femminile” sarebbe la procreazione, che evidentemente è anche delle vacche, delle cagne e così via. E’ l’idea dell’inferiorità delle donne che impedisce agli uomini di riconoscere loro una libertà: di scegliere, di andarsene, di decidere della propria vita. Quest’idea, anch’essa di derivazione religiosa e filosofica, è evidentemente tanto radicata nella mente degli uomini e tanto intrinsecamente violenta da motivare, con una frequenza così tragica, l’uccisione della donna che decide di separarsi.

Mette paura la libertà?
Più profondamente, in alcuni casi, soprattutto in quelli di suicidio-omicidio, si può pensare che si muova il pensiero non cosciente della perdita irreparabile di una immagine vitale, di un mondo interno di affetti, sensazioni ed emozioni che noi tutti abbiamo vissuto nel primo anno di vita e che la donna fa riecheggiare. Questa perdita scatena nell’uomo malato, che non ha la capacità di sopportare un dolore, né la fantasia di ricreare dentro di sé un affetto, la pazzia omicida. Sono gli uomini a uccidere, in occasione della separazione, perché l’identità maschile storicamente si è costituita sulla fredda razionalità e sulla negazione dell’identità della donna.

Accade spesso che nella follia omicida contro le donne, a essere coinvolti sono anche i figli. Che succede? Qual è il nesso?
Il primo nesso è che se è vero che è il deterioramento, fino all’odio mortale o alla perdita degli affetti, che scatena la pazzia omicida, quando i bambini sono coinvolti è chiaro che è in causa l’anaffettività. Certamente tutti ricordano il caso dell’uomo che ha ucciso moglie e figli a coltellate per essere “libero” di vivere una storia con una donna della quale si era invaghito. Subito dopo è andato a vedere la partita in un bar, per poi tornare a casa e tentare di inscenare la strage per rapina.

Uccidere senza provare nemmeno un rimorso..
La donna e i figli, evidentemente, erano oggetti materiali di cui disfarsi tra un passatempo e l’altro. Appare diverso, per quanto se ne sappia ancora poco, il caso del medico di Taranto che ha ucciso moglie e figlioletto di 4 anni, per poi suicidarsi, ma è chiaro che, anche se non c’è la mostruosa fatuità del caso di Motta Visconti, non si può spiegare l’uccisione di un bambino se non si pensa l’anaffettività.

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