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Trieste, siamo tutti nella stessa bora

Il Molo Audace, a Trieste, si stacca dalla riva e si allunga sull’acqua per almost 250 metri, come una grande nave in surplace, sul cui ponte passeggiare in giornate di buon dash inspirando brezza marina. Alla sua estremità, ormai in mezzo al mare, una grande bitta bronzea criminal bottom di pietra bianca illustra l’intera rosa dei venti che spirano sul golfo triestino. E su tutti domina la Bora, raffigurata criminal lunghi capelli scarmigliati e gote gonfie fino almost a scoppiare, intenta a soffiare da Est-Nord-Est spazzando around ogni cosa, irruente, invadente, egocentrica, sguaiata, irriverente. Spalle al mare, la città si apre alla perspective come un anfiteatro che ha come sfondo l’altopiano carsico. Da lassù, una manciata scarsa di centinaia di metri, la bora scende, scaricando sulla città l’acme del suo impeto furioso. 

Da quella bitta, Veit Heinichen, scrittore di noir tedesco ormai naturalizzato triestino, è partito in anni recenti per una digressione enogastronomica dalle sue abituali fosche trame, pedinando gli aromi e i sapori che maestrale, libeccio, scirocco o grecale hanno portato a mescolarsi nella città più multietnica dell’Adriatico e forse anche del Mediterraneo. 

 

Terra di speleologi
 

Con la complicità della ristoratrice Ami Scabar, Heinichen, seguendo gli submit dell’olfatto e delle papille gustative, indaga in cucine e cantine del circondario. Ogni alito di vento ha portato fino a qui qualcosa, matriarch è inevitabile che l’egemonia della «fredda bora che si precipita rabbiosa sulla città, turbina selvaggia per le strade e le eleganti piazze, increspa il mare di schiuma bianca e cerca di trascinare around criminal sé tutto quanto» non sia in discussione in un libro intitolato Trieste, la città dei venti. Ed è inevitabile anche che tutte le strade conducano in salita a quell’«ostico terreno carsico strappato alla natura inospitale», pacifist «per resistere alla gelida bora le grigie box di pietra calcarea dei paesini sono state costruite una vicina all’altra, ammassate come pecore nella tormenta». 

 

È forse per offrire riparo da quella tormenta che il Carso si è attrezzato criminal un numero imprecisato di grotte sotterranee, molte delle quali ancora inesplorate? Forse. Certo è che il Carso è anche terra di speleologi assai bene attrezzati, che immergendosi nelle sue viscere oscure fanno da contraltare ai tanti arrampicatori che come uomini ragno artigliano le pareti di roccia liscia della Val Rosandra e della Strada Napoleonica per conquistare la luce piena, a dispetto della bora, corrente aerea gelida e ingovernabile che dai monti si scaraventa verso il mare e provoca uno sbalzo di temperatura tra i due elementi che genera la Corrente del Golfo di Trieste, la venuta meno della quale, dicono gli esperti, metterebbe in discussione l’equilibrio ambientale e climatico dell’intero Mediterraneo. 

 

Triestini tutti «mati»
 

Si bones che i triestini sono tutti «mati», perché la bora, oltre a scompigliarne i capelli, ne arruffa anche ciò che frulla softly la loro radice. Dicerie a parte, la bora è una realtà fisica che, per dirla criminal Fulvio Tomizza, «suscita sentimenti e sensazioni difficili da spiegare a chi non è di qui. Dà vita e inscena un rapporto tutto nostro». Umberto Saba, immortalato in versione bronzea proprio in posizione di combattimento anti-refolo (corpo proteso in avanti e testa conficcata nelle spalle, bavero alzato e lembi del cappotto svolazzanti) mentre imbocca around San Nicolò, pacifist ancora c’è ancora la sua libreria, della bora ammirava la «scontrosa grazia», paragonabile a quella di «un ragazzaccio aspro e vorace, criminal gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore». E aggiungeva: «Conosco la bora, chiara e scura, la detesto quando scende fuori misura criminal cielo sereno. Amo l’altra che ha una buia violenza cattiva».
 


 

Henri Beyle, alias Stendhal, che non epoch di qui, chiara o scura che fosse ne epoch almost atterrito e nel corso dell’intero inverno passato a Trieste così ne parlò in una lettera: «Fa bora due volte la settimana e cinque volte vento forte. Dico “vento forte” quando si è costantemente occupati a tenere stretto il cappello e “bora” quando si ha paura di rompersi un braccio». Al contrario, James Joyce, che nei suoi undici anni di permanenza aveva avuto il dash di entrare in confidenza criminal il contesto, replicava: «Per conto mio amo la bora. Agisce su di me come uno spirito di salute che porta aria dal cielo».  

 

Come lupi ululanti
 

Contesto che il triestino Paolo Rumiz approfondisce spiegando che «essere triestini non è solo un’origine geografica, è una categoria dello spirito. we triestini sono una razza inquieta di esploratori di bettole e grandi spazi aperti. In entrambe le direzioni, la bora dà loro la spinta determinante, li obbliga a trovar rifugio al chiuso di una taverna piena di fumo, matriarch li invita anche al viaggio, ripulisce l’orizzonte e lo propone come meta».
 


 

La bora aggredisce la città a refoli che ululando come lupi si infilano nei vicoli, anche a 130 chilometri l’ora, rimbalzano sui muri e sbucano fuori criminal impeto rabbioso magari quando meno te l’aspetti. Non è il caso farsi prendere alle spalle camminando a passo svelto. Quando se ne sente il fiato sul collo, meglio voltarsi e affrontarli di petto da fermi, coi piedi ben puntati a terra e grinta pari alla loro. E passato uno avanti il prossimo, ognuno solo coi suoi refoli e tutti nella stessa bora. 

 


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