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Storia di Lia che disonorò papà Amore e morte nella Palermo che fu

PALERMO – Fine estate, 1983. Una giovane donna e madre si trova all’interno di una sanitaria nella borgata palermitana dell’Arenella. Due malviventi entrano armi in pugno. Si fanno consegnare l’incasso. Esplodono cinque colpi di pistola. Lia Pipitone, 24 anni, colpita prima alle gambe e poi al torace, non ha scampo. Suo figlio Alessio, che di anni ne ha quattro, resta orfano. Lia è figlia di Antonino Pipitone, boss che conta nella mafia che conta. Quella che si è alleata con i corleonesi di Totò Riina e ha fatto e farà strage dei nemici.

Ammazzano la figlia di un boss e nulla accade. Il silenzio. Negli anni in cui si moriva per una taliata di troppo due rapinatori massacrano una Pipitone e nulla accade. Vengono perdonati come se si fosse trattato della minchiata di due picciotti maldestri. Il boss se ne sta buono. Un ventennio dopo i pentiti spiegano che è stato proprio il padre a farla ammazzare. Perché Lia dei Pipitone portava solo il cognome, ma non era una di loro.

Fuga d’amore a diciotto anni, la voglia di andare via da Palermo, le poesie di Neruda, la musica di Guccini e, soprattutto, l’amicizia con un altro ragazzo. Nella borgata si fa presto a parlare di relazione extraconiugale. Diventa un marchio infamante per un padre che è anche e soprattutto un boss. L’onore va difeso. Bisogna lavare l’onta patita, anche a costo di farlo nel sangue, nel proprio sangue.

Nino Pipitone è morto cinque anni fa. Ha avuto il tempo di vedersi assolvere una prima volta, ma non saprà mai come gli sarebbe andata a finire nel nuovo processo che in questi giorni è arrivato all’udienza preliminare. Il pubblico ministero Francesco Del Bene ha chiesto di processare i capimafia Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, boss di Resuttana e dell’Acquasanta. Sarebbero stati loro a ordinare la morte di Lia.

Da fondo Pipitone partirono gli squadroni della morte che uccisero Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Pio La Torre, Ninni Cassarà. A fondo Pipitone prepararono l’esplosivo che doveva ammazzare il giudice Giovanni Falcone all’Addaura. Non si fermavano davanti a nulla, neppure di fronte ad una giovane donna e madre, figlia di uno di loro. “Mio fratello mi ha riferito che il padre di Lia, dinanzi alla resistenza della figlia a cessare – ha raccontato il pentito Francesco Di Carlo – una relazione extraconiugale con un altro ragazzo, aveva deciso la punizione della donna perché il capo mandamento non voleva essere criticato per questa situazione incresciosa. In quel periodo – ha aggiunto – il capo mandamento di Resuttana da cui dipendeva l’Acquasanta era Ciccio Madonia che però non prendeva decisioni in quanto malato o detenuto. Il comando era a Nino Madonia, il quale ha convocato Antonino Pipitone dicendogli che aveva preso la decisione di eliminare la figlia, circostanza a cui Pipitone non si è sottratto nel rispetto della mentalità di Cosa nostra”.

Il merito della riapertura delle indagini è di quel bimbo nel frattempo diventato uomo, Alessio, che ha raccolto testimonianze e ricostruiti fatti. Forse sua madre avrà giustizia. Forse, appunto. È complicato nel caso di Lia Pipitone, figuriamoci per Simone, il suo migliore amico. Un’amicizia che divenne relazione extraconiugale nelle chiacchiere della gente. Il giorno dopo l’esecuzione di Lia, Simone Di Trapani precipitava dal quarto piano di un palazzo in piazza Cascino. Suicidio, si disse, leggendo il biglietto che aveva lasciato: “Mi uccido per amore”. E chi poteva avere dubbio alcuno. Una messinscena dirà di recente un altro pentito, Angelo Fontana. L’ennesima per salvare la faccia di chi si riempiva la bocca pronunciando la parola onore e ammazzava i suoi stessi figli, simulando, sostiene l’accusa, la maldestra azione di due rapinatori.

Era la radicalità della prova di appartenenza a Cosa nostra. Solo che la figlia non fu trasformata in animale da un angelo del Signore. Restò carne e ossa, trafitti dal piombo in un pomeriggio di fine estate.  

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