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Spogliarmi di fronte all’obbiettivo mi ha insegnato qualcosa sulla …

Per il mio trentaseiesimo compleanno, mi sono spogliata di fronte a una fotocamera.

Non ricordo quando ho iniziato a odiare il mio corpo, e non ricordo quando mi sono ripromessa di fare pace con la mia pelle e con le mie ossa, so soltanto che la prima cosa è successa troppo presto e la seconda è arrivata più tardi di quanto avrebbe dovuto.

In mezzo c’è stata una sfilza di decisioni infelici, ma anche di trionfi, due stupendi esseri umani messi al mondo col mio partner, e tanti, troppi sforzi per ritornare a vedere un corpo bello e forte.

Negli ultimi due o tre anni, ho deciso di impegnarmi a trattare il mio corpo con la stessa indulgenza che riservo alle amiche più care: vedo le imperfezioni e lo amo comunque, sapendo che il viaggio è ancora lungo. Ecco da dove è partita l’idea di un servizio fotografico “body-positive” stile boudoir.

Non volevo fare questa esperienza per arrivare a una trasformazione personale – ma per rimarcare una fase della mia vita in cui mi sento bene con me stessa, rivendicare la mia sicurezza “post-bambini” e avvicinarmi al momento critico della mezza età. Perché non farlo con indosso pizzo e rossetto rosso?

Mentre Nicole e Athena, le due fotografe, perlustravano casa mia, preparavano l’attrezzatura e mi posizionavano in un punto assolato della camera da letto, io sorseggiavo tequila e cercavo di superare l’imbarazzo di stare seduta in biancheria intima di fronte a due donne con le palle. Poi una di loro si è interrotta per fare una cosa incredibile: ha girato la fotocamera e mi ha mostrato la foto appena scattata.

Una foto di me, distesa tra ombre e luci, sul pavimento della mia camera da letto. In qualche modo, era arte, ero io.

ATHENA PELTON AND NICOLE FEEST OF HELEN

Io, che mi avvicinavo ai 40. Io, sposata e madre di due bambini. Io, in quella pelle che aveva custodito i miei figli e ne portava i segni. Io, in quel corpo che viaggiava sulle montagne russe della mia autostima, attirando complimenti e critiche, vivendo in una tensione quasi costante tra trascendenza e lotta.

Nel suo articolo del 2017 per il New York Times, “Our mother as we never saw them”, Edan Lepucki ha scritto dell’emozione di ammirare foto di donne prima che fossero madri altrettanto toste, sexy e alla moda. Osserva che: “Le giovani donne in queste foto sono belle, aggressive, vivaci, eccentriche, rilassate, dolci – a volte tutte queste cose insieme.”

Voglio che i miei figli conoscano la mia vita prima di loro, così come la mia vita attuale fuori dalla maternità. Le donne e le madri possono essere sensuali, seducenti e forti e allo stesso tempo amorevoli, dolci, premurose. Se i miei figli vedono una donna coraggiosa e audace in una foto della mamma, è perché quella è la madre che desidero far conoscere a loro e al resto del mondo. Non è passato, è presente.

Non sono l’unica a dire che dopo i trenta ho raggiunto un nuovo livello di sicurezza, consapevolezza e profondità. Ho scoperto chi voglio essere come donna, madre e compagna per sentirmi equilibrata e stabile. Invece di fingere preferisco amare ciò che ho, e molte donne della mia vita mi hanno camminato accanto in questa evoluzione, e provano le stesse cose. È stato il decennio in cui abbiamo imparato a ridere dei nostri difetti, riconoscendo le nostre esperienze e accogliendo l’amore per noi stesse con tutto ciò che comporta.

Dopi i 30 ho imparato anche ad entrare in una sintonia più profonda con la sessualità e il mio erotismo.

L’idea che una donna non debba più essere sensuale dopo la maternità (almeno in pubblico) si pone in netto contrasto con l’onnipresente esortazione sociale a “riprendersi il proprio corpo” dopo un bambino.

Se le donne faticano a conformarsi a standard di bellezza giovanile e non mostrano segni del processo con cui hanno portato in grembo un essere umano, la convinzione che dovremmo tenere celato il nostro erotismo danneggia la sicurezza, il senso di legittimazione e la sessualità che vengono con gli anni.

Suona come un’ingiustizia il fatto che proprio mentre ci liberiamo delle nostre insicurezze, accogliamo i punti di forza ed entriamo in connessione con noi stesse e con gli altri, ci sia concesso di vivere a pieno solo nella sfera privata.

Tre anni prima della metamorfosi dei 30, sono diventata mamma. Mi piace scherzare dicendo che mia figlia non è stata la nostra scelta più premeditata, e ho sofferto – molto – per i cambiamenti che sapevo di dover affrontare. Piangevo per cose superficiali come un paio di jeans che forse non mi sarebbero più entrati o il fatto di dover rinunciare al piercing all’ombelico che portavo dal mio primo weekend fuori, ai tempi del college.

Piangevo pensando che nessuna delle mie amiche potesse capire come mi sentivo, perché ero la prima ad avere bambini. Piangevo per paure profonde, terribili: avrei amato mio figlio, era tutto un enorme errore?

Finalmente ero arrivata a una fase della vita in cui intravedevo sprazzi di libertà e sicurezza. Adoravo il tempo trascorso agli happy hour, i concerti fino a tardi, e mi godevo il successo e le opportunità della mia carriera. I momenti magici, miracolosi della gravidanza mi avevano sempre lasciata indifferente, e adesso mi sentivo sola col mio dolore, con la mia verità.

Quasi sempre, quando davo voce a quelle paure o frustrazioni, mi dicevano che dare alla luce un bambino mi avrebbe trasformato in un’altra persona. Mi dicevano, specialmente le donne e le madri, che le mie preoccupazioni e miei interessi sarebbero cambiati, inglobati dall’amore per mia figlia.

Nonostante un’esperienza col parto che mi ha reso più forte, e le prime settimane di maternità relativamente tranquille, quelle rassicurazioni erano inefficaci, e la nuova me “mamma” non riusciva ad emergere e a prendere il sopravvento sulla mia identità.

Alla vigilia del primo mese di mia figlia, ci ritrovammo a una festa di bambini. Circondata da donne che indossavano pantaloni capri larghi e bambini negli appositi marsupi – e mi sentivo strana nella mia stessa pelle, per non parlare dei jeans che mi stavano male e dei miei goffi tentativi di apparire come una che aveva tutto sotto controllo – sentivo il retro del collo in fiamme e mia figlia sembrava sempre più pesante tra le mie braccia. L’estraneità al mio corpo post-partum, alle responsabilità, alla vita che mi attendeva, si manifestò in una sensazione di soffocamento “dall’interno”.

Nei momenti di trambusto, il nostro corpo sceglie da solo se reagire, immobilizzarsi o scappare. Io desideravo disperatamente l’ultima opzione, ma sapevo che non era possibile. Non c’era una macchina del tempo, nessun nascondiglio, e sapevo anche che amavo troppo mia figlia. Una conoscente di nome Kristen – l’unico volto noto alla festa, a parte i genitori della festeggiata – si avvicinò a me. Vide il panico nei miei occhi e mi invitò a spostarci in un punto più tranquillo della casa.

“Allora è così che dovrei vivere adesso?” Confessai che non riuscivo a ritrovarmi nelle donne che erano fuori dalla stanzetta buia dove ci sedemmo a parlare. Non volevo la loro vita.

Mi avevano detto tutti che sarei diventata un’altra, ma non era successo. Intorno a me vedevo solo madri che sembravano trovare gioia nella rinuncia a tutte le parti di loro stesse, dopo aver messo al mondo un bambino, e che trovavano improvvisamente interessante parlare di ricette vegan, casette gonfiabili e pasticcerie specializzate in cupcake.

Se io mi sentivo un pesce fuor d’acqua, Kristen sembrava proprio l’emarginata della festa. I suoi vestiti svolazzanti, l’intricato gioco di tatuaggi che le copriva il braccio e il simbolo Wicca impresso sul retro del collo erano in netto contrasto con i colori pastello e i pantaloni cargo esibiti dalle altre mamme.

Per farla breve, fu la prima persona ad ascoltare la mia ansia, riconoscere legittimità alla mia paura, a dirmi che non avrei dovuto rinunciare a me stessa per far posto a un bambino.

Sapevo che l’ancora di salvezza da neomamma mi sarebbe stata lanciata da donne che la pensavano come me e che fossero disposte ad ascoltarsi, a condividere verità amare e vedersi come persone indipendenti, forti, intelligenti. Con loro, potevo continuare a crescere ed esistere come individuo, non solo come madre di mia figlia. Mi capivano.

Dopo la nascita di mia figlia, volevo disperatamente conservare tutti i vari pezzi di me – pezzi che amavo. Spesso mi rendevo conto, quando ero impegnata in attività “non materne” che la conversazione virava sempre su mia figlia, come se io non avessi altro da dire. Quando ero in pubblico con la bambina, diventavo praticamente invisibile.

Ho riacquistato speranza grazie a momenti iniziati proprio durante la festa di una bambina. Circondandomi di madri che non sarebbero mai state felici di dedicare la propria esistenza a ricette veggie e cupcake, o nel rinunciare al loro lato sexy, convinte della magia che si innesca quando teniamo duro, restiamo unite e ci risolleviamo l’un l’altra, sarebbe andato tutto per il verso giusto.

Quei sessanta minuti passati a farmi fotografare da due madri, quei sessanta minuti in cui ho esposto tutto ciò che sono senza dovermi scusare per la mia sessualità, quei sessanta minuti in cui ho celebrato la mia bellezza senza tutti quei nobili precetti per cui alle madri non interessano queste stupidaggini, sono stati eccezionali e rivoluzionari, una protesta forte contro i messaggi che ho ascoltato per tutta la vita: che diventare madre significa tenere celato tutto ciò che ti identifica come un essere sessuale, che dovremmo essere casti modelli di modestia, che dare alla luce un bambino comporta la fine della vita prima del bambino.

È stato un momento che mi ricorderà per sempre di onorare quello che vedevano le fotografe, e di sforzarmi a riconoscere me stessa come una persona sexy e tenace, vulnerabile e aggressiva, esposta e bellissima, ogni giorno.

Non tutti troveranno un senso nel gesto di spogliarsi davanti a degli estranei armati di macchina fotografica, ma non è questo il punto.

Il punto è che, da donne e madri, abbiamo bisogno di spazi e comunità che tirino fuori quei pezzi di noi che, in quanto individui, dobbiamo proteggere, ricordare e celebrare.

Facendo questo, ci mettiamo nelle condizioni di plasmare i nostri personali modelli di femminilità, stabilendo cosa troviamo sexy e quali parti di noi meritano di essere esposte e ammirate, facendo un plauso alle altre donne che trovano i propri mezzi per esprimere legittimazione e amor proprio.

Ho bisogno che vediate ciò che vedo io.

Questo articolo è apparso originariamente su Huffington Post USA ed è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Milena Sanfilippo

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