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“Sex education”, in tv la insegnano i teenager senza tabù

«Sex education», la nuova serie di Netflix in streaming dall’11 gennaio, creata da Laurie Nunn, è papabilissima al ruolo di «nuovo fenomeno» del piccolo schermo. Come Tredici e Le terrificanti avventure di Sabrina, perché si rivolge sempre a un pubblico giovane, di adolescenti, ma anche come The end of the fing world, altro titolo british, perché abbandona il sentiero già tracciato del passato e ne percorre un altro.

Più difficile, più oscuro, più incerto. Ma così originale e incredibile da riuscire a far passare in secondo piano tutti gli errori e le sbavature che ci sono.

Si parla di sesso, e se ne parla scientemente, senza peli sulla lingua, con primi piani, scene spintissime e senza mezzi termini.

Il protagonista, Otis, interpretato da Asa Butterfield, è il figlio di una terapista del sesso, e ha un problema: è un teenager e non riesce a masturbarsi.

Rifiuta di eccitarsi. Si calma ascoltando la musica.

Sua madre, interpretata da Gillian Anderson, prova ad aiutarlo, ma finisce per soffocarlo. A scuola Otis è un signor nessuno, ha un solo amico, Eric, interpretato da Ncuti Gatwa, e praticamente nessuna vita sociale.

Poi, un giorno, succede qualcosa. Placa il bullo del liceo, Adam (Connor Swindells), e viene notato da Maeve (Emma Mackey).

Da qui, tutto il resto è in discesa: i due mettono su una specie di clinica, dove consigliare tutti i ragazzi e le ragazze della scuola in fatto di sesso (Otis, a furia di ascoltare la mamma, ha imparato qualcosa).

Negli otto episodi della prima stagione, si parla di qualunque cosa: di sessismo, omofobia, di sesso fisico e di piacere; di masturbazione, di aborto (uno delle puntate più belle e toccanti), d’amore e di amicizia.

Ogni personaggio ha la sua piccola storia, e quindi parlando di Maeve viene fuori la periferia inglese, fatta d’abbandono e di solitudine; se si passa invece ad Eric, si parla di accettazione e orgoglio, del vivere la propria sessualità, dell’essere confidenti e sicuri. Con Otis le cose sono più complicate: c’è tanta psicologia e tanti traumi del passato; un rapporto difficile con la madre, e uno ancora più complicato con le donne, colpa del papà.

Sulla carta Sex Education non ha niente di totalmente nuovo. Eppure è nella messa in scena, nell’interazione tra i vari protagonisti, nella posizione privilegiata da cui li spiamo e seguiamo, che trova tutta la sua forza.

Non è solamente una serie bellissima, ben girata e ottimamente scritta. È un racconto generazionale, in cui tutti possono ritrovarsi, che non scende al compromesso della censura (e in questo va dato merito a Netflix) e che non cerca né forzature, né angolature troppo squadrate su Otis e i suoi amici.

Il sesso è una cosa fluida, naturale, che va fatta quando si vuole, non perché si deve. E imparare a fare sesso, o cose sul sesso, è un altro modo per imparare qualcosa su di noi, su chi siamo e su quello che vogliamo.

Ci sono i piccoli drammi di ogni giorno in Sex Education. Innamorarsi, lasciarsi, cercarsi, non trovarsi.

Toccarsi di sfuggita, sorridersi, sfiorarsi. Non capirsi e comunque, nonostante tutto, aspettarsi.

Anche questo, volendo, fa parte dell’educazione al sesso. Che non va vissuto come una cosa sporca e impronunciabile.

Ma che, invece, va abbracciato per quello che è: una parte della vita.

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