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Riccardo Scamarcio: «Mi chiedete del mio amore finito? Questo …

«Se posso dirti come la penso a me non piace usare i fatti miei per i vostri lettori». Riccardo Scamarcio gioca quasi subito in difesa quando lo incontriamo al Festival di Marrakech, dove ha accompagnato il suo ex grande amore Valeria Golino per presentare il film Euforia. Tutti i giornali hanno parlato del fatto che hanno lavorato insieme a questo film, lei dietro, lui davanti alla cinepresa, nonostante la loro storia d’amore fosse conclusa. E si dice già che Riccardo si sia già rifugiato in una storia con l’inglese Angharad Wood, che a Londra dirige un’agenzia di management. Solo che quando accenniamo all’argomento, Scamarcio si irrigidisce: «Fa parte del gioco ricevere queste domande, lo so, ma non ci si abitua mai se si è delle persone per bene, si è sani di mente e si ha un pudore. Voi non capite che il gossip uccide il mio lavoro, io il vero Riccardo devo nasconderlo il più possibile perché se si sapesse troppo di me non sarei credibile come attore, non potrei interpretare le dinamiche umane in maniera convincente».

Proviamo ad accennare un’altra domanda, ma l’invettiva non è finita. «La maggior parte delle volte nel giornalismo gossipparo, ma anche in quello non gossipparo, c’è una forma di sadismo nei confronti delle persone che attirano attenzione, c’è un gioco un po’ al massacro. Se sono un personaggio pubblico allora tutti sono autorizzati a farsi i fatti miei. Ma io non sono un personaggio pubblico, non sono un calciatore o un politico, sono un attore».

Allora, di cosa vorrebbe parlare?
Si potrebbe sempre parlare in un’intervista di cose più importanti. Il livello della conversazione nel nostro Paese e in generale, negli ultimi 20 anni, è imbarazzante: sono saltati certi schemi comportamentali, c’è un accentramento di potere dell’informazione nelle mani di pochissimi, e la velocità del giornalismo costringe a non verificare le fonti e nella maggior parte dei casi diventa un lavoro di copia e incolla. Il fatto che non ci siano trasmissioni di approfondimento cinematografico e teatrale è un segnale».

A volte capita di recitare delle storie simili alle proprie, come nel film I villeggianti, in cui è un uomo che lascia la propria compagna, Valeria Bruni Tedeschi. Può essere terapeutico?
Alcune volte i film che interpreti coincidono con il tuo stato d’animo, oppure con l’esatto opposto e il cinema è una forma per imparare qualcosa, espiare o diventa una valvola di sfogo. I miei personaggi cercano sempre un punto di contatto con me, anche se per me questo processo di immedesimazione non è sempre così consapevole, io faccio il mio lavoro in modo meno razionale e più misterioso.

Posso almeno chiederle se per lei è facile, quando finisce una storia d’amore, restare amici?
Non c’è una regola, ogni storia è diversa, ognuno di noi in base a come è stata la relazione, quanto è stata importante, se è stata sana o complicata e se la separazione è diventata una forma di liberazione. Nel nostro caso non è stato così. Dipende dallo scambio umano che c’è con questa persona: se è veramente forte sopravvive a qualsiasi cosa. Ma il mio esempio della vita privata di persona che ha avuto una relazione importante, ha amato e ama questa persona, non ha valore universale.

Marocco, Valeria Golino e il cast di “Euforia”

In Euforia recita oltre che con Valeria anche con Valentina Cervi e Isabella Ferrari. I suoi prossimi film sono con Stefano Mordini, compagno di Valentina, e con Renato De Maria, marito di Isabella. Quanto conta l’amicizia nel suo lavoro?
Moltissimo, con loro mi conosco da tanti anni e dato che l’industria del cinema in Italia non esiste più, cerchiamo di riprenderci in mano il buon artigianato, che si fa tra persone che si conoscono bene. Non è diverso da come facevano Tognazzi, Gassman, Mastroianni e Ferreri, che si trovavano sempre a cena e insieme hanno inventato La grande abbuffata. Noi ci frequentiamo e ci vogliamo bene, e facciamo della nostra conoscenza reciproca la possibilità di fare qualcosa anche senza i budget astronomici che in Italia non esistono. La mia idea è di creare una specie di United Artists italiana, come è successo in America (tra i fondatori Charlie Chaplin, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, ndr.) e anche in Francia e di recente nel cinema messicano, che ha visto trionfare Alfonso Cuaròn, Guillermo Del Toro e Alejandro Inarritu, tutti amici.

Tra artisti, attori, registi però l’ego non può essere un ostacolo?
Può essere un handicap perché ti impedisce di avere una apertura agli altri, ma tra noi esiste una grande stima e fiducia reciproca. E poi francamente io il mio ego l’ho già appagato da tempo: ho fatto il botto a 23 anni e quindi adesso mi occupo di altro, non me ne frega più niente, ho un distacco verso la fama che viene con la maturità.

Spesso al cinema le fanno interpretare cattivi o romantici bad boy. Si è mai chiesto perché?
Penso sia per via del taglio dei miei occhi. Ma io mi diverto un mondo a interpretarli, perché sono tridimensionali, mi annoierei a morte a fare cavalieri senza macchia e senza paura.

Nel film Il ladro di giorni interpreterà ancora una volta un padre? Vorrebbe diventarlo?
Desidero moltissimo avere dei figli, ma non sono cose che si decidono a tavolino.

Da poco è scomparso Ennio Fantastichini, suo padre in Mine vaganti. Che ricordo ne conserva?
Eravamo molto amici, l’ho conosciuto molti anni fa quando ho girato Prova a volare, e poi abbiamo lavorato per sei mesi ne La freccia nera, prima di Mine vaganti. Era capace di incarnare degli straordinari cattivi, ma era un guerriero buono, un uomo della vecchia guardia che è restato fedele alle sue convinzioni. Io l’ho sempre vissuto come un fratello più grande che mi proteggeva, aveva una grande nobiltà d’animo ed era un grande attore. Sono stato onorato di aver lavorato con lui ed esserne stato amico.

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