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‘Ready Player One’: fantasmagorico viaggio di Spielberg in un futuro …

Protagonisti:

steven spielberg

mark rylance

Duran Duran

godzilla

King Kong

Ritorno al futuro. Trattandosi di Steven Spielberg, è un ritorno davvero spettacolare quello di Ready Player One, kolossal che apre un mondo sulla realtà virtuale ma anche lettera d’amore al cinema e alla cultura pop degli anni Ottanta che arriva in sala il 28 marzo (per Warner) a pochi mesi di distanza da un film che più diverso non si può, The Post, immerso nel giornalismo degli anni Settanta.

L’ossigeno di Steven Spielberg è sempre stato l’amore del grande pubblico. Non ne faceva mistero nemmeno ai tempi della New Hollywood, quando veniva liquidato come regista “commerciale” rispetto agli amici Coppola e Scorsese, e i suoi film accumulavano milioni di dollari. Quarant’anni dopo e tre Oscar vinti, il regista di E.T. e Indiana Jones porta al cinema la scommessa più grande: capire, a settantun anni, la sua anima ragazzina è in grado di parlare agli spettatori di ultima generazione, quelli che viaggiano tra smartphone e consolle. Ready Player One, tratto dal bestseller di Ernest Cline (edito in Italia da DeA Planeta), viaggia sulle ali virtuali della leggerezza per conquistare i ragazzini – che s’identificheranno con il giovane protagonista nella caccia al tesoro nel favoloso mondo che si chiama Oasis, e gli adulti che ritroveranno immersi nell’universo pop che spazia da Gundam a Mechagodzilla, sfrecciando sulla DeLorean di Ritorno al futuro o sulla mitica moto di Akira, battendo il tempo sulle note di Take on me o alzando braccio e indice con i Bee Gees.

Squalo vs videogame. Classe 1946, il grande incontro ravvicinato di Steven Spielberg con i videogiochi fu sul set di Lo squalo, tra una pausa e l’altra dovuta alle avverse condizioni del mare e altrei contrattempi, tipo l’affondamento del pupazzo-squalo (la cui assenza più forte presenza, grazie alle musiche d’avvertimento di John Williams, è diventata la terrorizzante chiave del successo del film). Da allora la passione, e anche l’investimento nei videogiochi, non si sono fermati. 

Che il gioco abbia inizio. Il titolo, Ready Player One, rimanda alla classica schermata di avvio dei primi videogiochi prodotti all’inizio degli anni Ottanta. Il film è ambientato nel 2045, quando “uscire di casa è un’abitudine sopravvalutata”. L’idea è questa per James Halliday, che ha inventato per questo Oasis, un fantastico mondo virtuale costruito tutto sulla sua folle passione per gli anni Ottanta. Un mondo talmente  bello che l’umanità indossa visori e guanti aptici per rifugiarsi in un luogo dove puoi sciare sulle piramidi, mettere sul tavolo scintillanti gettoni sul pianeta Casinò, combattere eserciti e mostri, entrare, letteralmente, dentro i propri amatissimi film. Ma soprattutto su Oasis si può essere ciò che si vuole: orco o drago, maschio o femmina, cartone o ologramma. La partita della realtà è quindi persa, se la quotidianità significa vivere alle Cataste, grattacieli fatti di mucchi di camper e roulotte accastastate ai margini di una città dell’Ohio. Un futuro, quello disegnato da Cline che è anche co-sceneggiatore del film, che è una versione solo leggermente peggiorata del presente, tra crisi energetica, inquinamento, disoccupazione, inquinamento, povertà diffusa.


Fuga dalla realtà. Sotto una montagna di carcasse d’auto e pezzi di lamiera si rifugia il protagonista, il giovane Wade Watt (Tye Sheridan, l’ex ragazzino del bel Mud, ma era anche in X-Men: Apocalypse). Dal furgoncino-studio parte ogni giorno a caccia dell’Easter Egg. Sì, perché il creatore del gioco miliardario, Halliday, che ha la faccia sperduta e mite di Mark Rylance (ormai attore feticcio di Spielberg, dopo il doppiogiochista in Il ponte delle spie e il gigante gentile del GGG), è morto. Prima però si è filmato sulla bara per dare l’annuncio: lascerà tutta la sua fortuna e soprattutto Oasis a chi troverà l’Easter Egg nascosto nel gioco, dopo aver superato le prove che gli faranno conquistare tre chiavi e i relativi indizi. Si scatena la caccia mondiale degli appassionati, i gunter, ma anche quella strutturata dei Sixer, gli scagnozzi virtuali della multinazionale dei Gregarius Game (che arrotonda facendo scontare i lavori forzati virtuali ai poveri che hanno accumulato troppi debiti), che vuole impadronirsi a tutti i costi di Oasis. A guidarla c’è Nolan Sorrento, un cattivo con la perfetta faccia anni Ottanta di Ben Mendelsohn.

Dammi i cinque. Nella sua caccia all’Uovo, Wade, che viaggia su Oasis con un avatar biondo che si chiama Parzival trova preziosi alleati virtuali: prima tra tutti l’indomita Art3mis (la volitiva Olivia Cook), di cui legge con passione il blog, poi Arch, l’amico forzuto capace di costruire qualunque cosa nella sua officina, persino Il gigante di ferro, e i due abili giapponesi Daito e Shoto. Se il bello di Oasis è che puoi essere quello che vuoi, l’altra faccia, mette in guardia l’amico Aech, è che puoi trovarti chiunque e la bella Art3mis in realtà può essere l’obeso Chuck, un tizio con i peli sulle nocche delle dita che vive nel seminterrato della madre. La squadra di cacciatori virtuali viene battezzata gli Altissimi cinque, perché, trovando chiave dopo chiave e risolvendo gli enigmi, accumulano punteggi altissimi sul tabellone mondiale di Oasis.


A tutti Ottanta. L’inventore Halliday, faccia malinconica alla Steve Jobs, lo scrittore Cline e pure Steven Spielberg sono malati di nostalgia. E così in Ready Player One le ultime frontiere della tecnologia digitale sono al servizio di un immaginario vintage. C’è veramente di tutto, una meraviglia, una citazione dopo l’altra al punto tale che alla prima visione del film molto si perde. La prima prova, a differenza del libro (ce ne sono parecchie anche se lo spirito e lo schema non sono troppo diversi) è una corsa d’auto con traguardo in Central Park. Il nostro, patito di Ritorno al futuro, guida la DeLorean (e tra i suoi primi acquisti ci sarà il magico Cubo di Zemeckis), mentre Art3mis guida la scintillante moto rossa di Akira. Contro i piloti si scatenano mille ostacoli, tra cui il T-Rex e King Kong. C’è una sequenza in particolare che è la più riuscita del film, l’incursione in un horror d’autore di cui ci rifiutiamo di darvi il titolo per non rovinare la sorpresa.

Playlist: dai Duran Duran ai Tears for Fears. Ovviamente le hit d’epoca sono materiale evocativo fondamentale per il film. Tanto per citarne un po’. Walk this way fatta da Run-Dmc, Hungry like the wolf dei Duran Duran. E Dancing with myself di Billy Idol nella versione dei Generation X. Ci sono gli Eurythmics con Sweet dreams e i Tears for Fears con Everybody wants to rule the world. Ecco George Michael e Faith, Stand on it di Bruce Springsteen, One way or another cantata da Blondie. La scena strappa applausi, nella discoteca in cui si balla fluttuando, è quella in cui compaiono le pedane luminose e ci si scatena al ritmo di Stayn’ alive dei Bee Gees.


 

di CHIARA UGOLINI, inviata a Cannes

di ANDREA D’ADDIO

di di FULVIO PALOSCIA

di di FULVIO PALOSCIA

di di EMANUELA GIAMPAOLI

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