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Quelle donne farfalla fragilissime e libere alla ricerca di un luogo …

Guardavi incantata fuori dalla finestra: il prato verdeggiante, un vento leggero che muoveva in una danza impercettibile le foglie degli alberi di nocciolo; poi, tra le primule da poco interrate e le rose che timidamente schiudevano i loro piccoli boccioli, loro: le tue farfalle.

Apparivano dal nulla e nel nulla ritornavano; lucevano come frammenti di specchi rotti e portavano indosso i colori dell’arcobaleno. E mentre le osservavi e tentavi di contarne il numero, senza peraltro riuscirvi, non potevi smettere di pensare a quella donna, Sara, che il giorno precedente era arrivata ansimante alla vostra Casa – aveva bussato con fare timoroso alla vostra porta e quando ti avvicinasti per aprirle, sentisti chiaramente il suo respiro affannato mischiarsi con la paura, le domande, il timore di essere giudicata, la preoccupazione di essere scoperta.

Sara era arrivata in treno da un paesino lontano qualche ventina di chilometri; era senza patente e non aveva nessuno quel giorno che avrebbe potuto accompagnarla. Dopo averla fatta sedere sul divano le offristi un bicchiere d’acqua, che lei rifiutò soltanto con il gesto della mano e con un accennato sorriso di ringraziamento.

Portava un curioso paio di occhiali: lenti tonde e spesse, sorrette da una montatura alquanto leggera per quei vetri così massicci. Ripensasti ai suoi occhiali e non potesti fare a meno di associarli a lei: così gracile e stanco, come poteva il suo corpo ancora trascinare con sè il peso di quel vissuto?

Al termine di quell’incontro decideste insieme che fosse opportuno fissare un successivo appuntamento: Sara aveva un bisogno urgente di raccontarsi e la vostra Casa era lì per questo.

Nel frattempo si era già fatta sera e non volesti lasciare sola quella giovane ragazza stremata dalle lacrime che aveva versato; così insistesti con lei per accompagnarla a casa. Una volta arrivata davanti a quella prigione lasciasti che la tua farfalla Sara tornasse a sbattere le sue ali sottili, da sola: eri terrorizzata e il tuo cuore batteva all’impazzata. Quando la porta si richiuse dietro di lei restasti ferma in macchina per ancora una decina di minuti, intenta ad ascoltare: temevi di udire grida, rumori, pianti; cosa avresti fatto se fosse accaduto?

Non riuscivi a scacciare quel pensiero dalla testa: era sufficiente il vostro lavoro? Che fine aveva fatto Sara quella sera? Ti arrovellavi intorno alle stesse considerazioni da tempo.

Le manifestazioni femministe cui tu e le tue compagne avevate preso parte, ormai trent’anni fa, sembravano un lontano ricordo: lontana quell’incoscienza che il coraggio a volte richiede, lontana la forza delle vostre parole con cui riempivate le strade e le piazze: «Vogliamo la nostra sessualità», «Siamo stanche di sopportare… vogliamo lottare per la nostra liberazione!», «Siamo stufe di un uomo che ci fa da padrone».

Lontane le vostre conquiste, che ogni giorno erano frustrate da storie di violenza, da dati che testimoniavano quanto ancora fosse lontana l’eguaglianza di genere, dal dato evidente che, senza cambiamenti politici, le strutture che discriminano le donne non potevano essere smantellate e qualsiasi progresso rischiava di diventare un vano ricordo.

Come avrebbe proseguito la vostra storia? Eravate già in là con gli anni e la stanchezza iniziava a farsi sentire con sempre maggiore prepotenza; ma era la delusione la vostra ferita più profonda, quella che dinanzi a storie di uomini che non smettono di essere violenti, prepotenti, padroni, autoritari, arroganti, continuava a riaprirsi e sembrava non potersi rimarginare mai.

Guardavi le farfalle e pensasti chiaramente che tuo padre si era sbagliato quella volta. Un giorno, quando ancora frequentavi l’università, tuo padre insistette per mostrarti la collezione di farfalle che da anni custodiva meticolosamente all’interno di piccole teche di vetro, forse nella speranza che anche tu potessi unirti a quella passione.

Dinanzi a quello che per te somigliava piuttosto all’opera di un qualche omicida seriale, ti rivolgesti a lui chiedendogli: «Perché le collezioni, papà?» «La risposta è molto semplice, Elena», ti disse, continuando ad accarezzare quelle tombe di cristallo, «Lo faccio per rendere la loro bellezza eterna. Sai, le farfalle sono esseri molto delicati, basta un tocco per farle appassire e quando muoiono, se non vengono conservate a dovere, perdono tutto il loro fascino, i loro colori. Per questo, fin da piccolo, quest’arte mi ha affascinato così tanto… rendere l’essere più fragile del pianeta immortale e far sì che, anche dopo la sua morte, se ne possa continuare a contemplare lo splendore».

«Sì, però, non credi papà che sarebbe altrettanto piacevole poter godere della loro eleganza, armonia e leggerezza da vive? Piuttosto che preparare un lodevole elogio funebre, non sarebbe meraviglioso aiutarle a restare in vita, così che possano sbattere le ali liberamente, incuranti della loro gracilità… nuotare nell’aria, senza dover temere per la loro sorte, senza dover badare al predatore nascosto dietro il tronco dell’albero su cui poggiano, perché in quel momento loro sono libere, libere di poter essere se stesse, uniche e rare creature? ».

Sì, tuo padre si era sbagliato. Le farfalle si potevano allevare, almeno finché non fossero diventate abbastanza forti per poter migrare libere in cerca di nuove terre fertili e giardini rigogliosi.

Tu, Elena, e le tue compagne avevate deciso che in quella Casa, oltre ad accogliere donne, avreste fatto crescere farfalle e vi sentivate come l’anziana signora di quel libro di Murakami che vi aveva fatto tanto appassionare, dove lei ad un certo punto diceva: No, non dò nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene le cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria.

Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse

in un mondo diverso da questo.

Continuavi a fissare lo sguardo oltre i vetri della finestra e intanto non smettevi di immaginare quel mondo diverso in cui le tue farfalle sarebbero state al sicuro. —

ALICE D’ORO

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