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Quella sessualità scomoda e censurata

Come sarà assistere nel Cortile d’Onore di Palazzo Reale alle immagini del film di Pasolini «Salò o le 120 giornate di Sodoma»? Come si sentirà il pubblico della piazza inondato dalle sequenze del testamento artistico pasoliniano, della violenta interpretazione della sessualità offerta dalla versione restaurata e integrale presentata alla 72ª Mostra di Venezia così come l’autore l’aveva immaginata, senza i tagli drastici della censura? «Io penso sia importante dare fiducia al pubblico, che a Torino chiede di poter vedere lavori inediti e film per i quali si possano aprire tavoli di discussione» è la risposta sicura di Irene Dionisio, che questa sera alle 22 nella rassegna «Cinema a Palazzo» organizzata da Distretto Cinema presenterà il progetto «Proibitissimo», affiancata da Steve Della Casa, con tre pellicole scelte per essere state oggetto di censura.  

 

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E il suo è un punto di vista ampio, quello della direzione del Festival Lgbt «Lovers». «Le nostre serate porno, quelle più provocatorie, sono fra gli eventi più seguiti – prosegue – Io non ho dubbi che il pubblico abbia la sensibilità giusta per porre al di sopra di tutto il valore culturale dell’opera». Che nel caso di «Salò» venne terminata di girare nel ’76 e subito messa sotto sequestro: uscì nelle sale, con numerose scene tagliate, nel ’78. A omicidio di Pasolini avvenuto. «Al produttore Grimaldi vennero contestati comportamenti violenti sessuali e psicologici su minori sul set – continua la regista, che da due anni lavora con un collettivo di giovani registi al progetto che ha selezionato un centinaio di pellicole italiane oggetto di censura fra gli Anni ’50 e ’90 – Questo film è sicuramente il caso più eclatante in Italia e per questo va proiettato».  

Lo scandalo della mercificazione del sesso in realtà venne superato una decina d’anni dopo la proiezione parigina del ’78 e per restare sulla possibilità di discutere di quanto un racconto cinematografico possa essere crudo e di complessa metabolizzazione emotiva, la Dionisio con Fulvio Paganin, direttore della rassegna a Palazzo Reale, hanno messo in calendario «Umberto D» (9 agosto) firmato da Vittorio De Sica e pure «I vitelloni» di Federico Fellini (22 agosto).  

 

Il percorso

Un percorso «in discesa» partendo da «Salò». «E’ vero, abbiamo voluto alleggerire un po’ la platea – dice la curatrice – per quanto il lavoro di De Sica è stato un caso importante dell’atteggiamento della censura rispetto al neorealismo italiano. Perchè il racconto di questo pensionato in miseria, nel 1952 è inaccettabile: non si voleva nè poteva assolutamente parlare della questione pensioni, men che meno far vedere un anziano capace di protestare». Lo Stato non poteva essere il nemico del cittadino. «Non solo, c’è parallela anche la storia di una giovane serva del pensionato – prosegue la Dionisio – che a un certo punto rimane incinta e non sa chi sia il padre perchè aveva due relazioni contemporanee: per la chiesa è veleno contro il modello famiglia».  

Via, la censura taglia. Ma fa scattare la forbice persino sul capolavoro di Fellini, «proprio sul gesto dell’ombrello di Sordi, conosciuto poi in tutto il mondo. Anche su una donna nuda apparsa sulle prime locandine del film». E sul tema della sessualità femminile, il cinema è in difficoltà. «E’ sicuramente l’argomento più censurato: fino agli Anni Novanta i desideri delle donne dovevano essere gestiti dalla morale comune, così come l’uomo impotente non poteva essere rappresentato». E il regista più censurato chi è?«Il cinema geniale, divertente e tragico di Marco Ferreri è stato il più osteggiato dalla censura bigotta e miope».  

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