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Prima settimana di scuola – Panorama

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Mercedes Viola

Le vacanze sono finite e sazi della convivenza familiare ci si scambiano i posti. Ogni genitore, bambino e insegnate, lascia per un po’ di ore al giorno la propria famiglia per frequentare la famiglia di qualcun altro.

Noi genitori, con questi parenti altrui, dopo un po’ di mesi trascorsi insieme, dopo che ci saremo scambiati caterve di parole con ogni mezzo a disposizione, diventeremo intimi, e in quanto tali, svilupperemo intolleranze, fastidi, gruppi di alleati. Conosceremo le debolezze, i preggi, e le fissazioni di tutti, e tutti conosceranno i nostri; prenderemo posizioni di fronte ad argomenti, per la stragrande maggioranza futili, e tenteremo di svignarcela quando gli argomenti saranno basilari. Si sceglierà attraverso uno specifico meccanismo sociale l’Escluso, figura fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio dei gruppi, sul quale incanaleremo tutti i malesseri, le colpe e i malfunzionamenti. L’escluso dovrebbe ricevere, insieme alle maestre e la rappresentante, un bel regalo di classe per natale e fine anno.

Ma la cosa è appena iniziata. Siamo nella fase dove ci si chiede ancora come sono andate le vacanze e si risponde a seconda del proprio stile:

Tutto bene, grazie, e voi?”: espeditiva, vuole superare questa fase il prima possibile senza dare ne ricevere informazioni dettagliate.

“beh, insomma…dai, benone” con le mani unite davanti al grembo e la testa un po’ di lato. Risposta corrispondente a chi ha avuto (e ha sempre) un mucchio di sfighe, e anche a chi è stato tre mesi alle Maldive in un’isola privata.

Quali vacanze? Ma chi se le ricorda più! Sono già così stressata che mi sembra di essere a maggio”: animale cittadino  con gli occhiali appoggiati in quel piccolo spazio che rimane tra i buchi del naso e il labbro superiore e un’auricolare pendente dall’orecchio collegato al telefonino. Sempre in affanno.

Una paura però accomuna a tutti in questa fase: che all’interlocutore venga in mente di tirar fuori il “Album delle vacanze” rinchiuso nel telefono, pieno di bambini in spiaggia, piatti di cozze e vongole, tramonti, e primi piani di piedi in riva al mare.

Questa paura una volta, prima degli smartphones, ti veniva solo se eri a casa di amici e questi erano tornati da poco da un viaggio. Dai findelmondani ad esempio, negli anni 90, epoca della parità uno a uno col dollaro, tutti viaggiavano in Europa, e quindi spesso ti trovavi davanti agli occhi chili e chili di foto da vedere, sempre le stesse in ogni casa: la torre Pisa con X che faceva finta di reggerla, poi X in gondola, X davanti alla torre Eiffel, X nei giardini inglesi, accanto al musico di strada, dentro la cabina telefonica rossa, ecc ecc. Ma all’epoca non si fotografava il cibo, il che risparmiava chili di fotografie.

Un’altro mostro che in alcune realtà scolastiche ha già fatto la sua comparsa è il temutissimo, nonostante la sua insignificante stazza, pidocchio. Girano mail con oggetto “allarme” o “emergenza”, scelta di vocaboli che si potrebbe giustificare se la bestia trasmettesse malattie inguaribili e per essere sconfitta richiedesse l’uso d’armi da fuoco (al meno fino a quando non farà nido nel  mellino), ma è senz’altro sproporzionata se consideriamo che si sconfigge con un pettinino e tanta pazienza. Al meno così sarà fino a quando non si evolveranno e diventeranno animali protetti da allontanare mediante una lettera di sfratto, oppure chiamando al numero verde “amici dei pidocchi” che arriveranno nelle nostre dimore, a modo di gosthbusters, e se li porteranno via a vivere in praterie di cuoi capelluti fatti ad arte. Ma dovranno evolversi molto, perché al momento senza una testa viva non sono capaci di campare.

Poi ci sono gli inserimenti all’asilo e le prime elementari. Momenti di distacco, talvolta più duro per la madre che per il fanciullo (ultima riga leggermente autoreferenziale), che esce affranta, tradita con una maestra d’asilo, e va a piangere di nascosto la consapevolezza che d’ora in poi dovrà condividere i baci mocciosi della sua creatura con il mondo. 

La prima settimana di scuola è faticosa, non per tutti, ma per quelli che vorremmo avere la certezza che riusciremo a fare tutto per tutto l’anno, ad alzarci presto, e ancora più presto quando cambierà l’ora, che avremo la forza per sostenere, accompagnare, che saremo capaci di aiutare con i compiti e a superare le difficoltà; capaci di tenere i vestiti puliti e i pidocchi lontani, che non avremo paura, oltre alla gioia, di vederli crescere. 

La prima settimana vorrei fare come il nonno Marcelo (dai findelmondani nomi Italiani sì, tanti, ma le doppie sono state tutte abolite). Lui viveva nel campo, iniziò la scuola elementare e ci andava da solo, a cavallo. Dopo un po’ i suoi genitori vennero a sapere che non era andato alle lezioni, e la sera gli chiesero cosa avesse fatto tutto quel tempo. Lui spiegò che gironzolava a cavallo nei paraggi della scuola fino a quando non vedeva tutti che uscivano, allora tornava a casa al trotto tranquillo. Gli chiesero perché, e lui rispose “e cosa ci vado a fare io a scuola, che non so né leggere né scrivere”. Non era male come risposta. Gironzolò ancora per un po’ di tempo fino a quando non si persuase che poteva iniziare pur non sapendo. Tanto il cammino si percorre tutto, ma un passo alla volta, al trotto tranquillo.

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