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Premio Rezzori, ecco le recensioni dei giovani lettori

Sono cinque i vincitori, anzi le vincitrici, del Premio Gregor von Rezzori Giovani Lettori: Federica Nicosia 4 Liceo Classico Scuola Aereonautica “G.Douhet” per la recensione al libro di Mircea Cartarescu, Margherita Riccieri 4^D Liceo Classico Galileo per la recensione al libro di Yuyun Li, Carolina Mischi del Liceo Scientifico Rodolico per la recensione al libro di Lorrie Moore, Alma Bossi 4^M Liceo Lingustico Internazionale Machiavelli Capponi e Virginia Toccafondi IV^N, Liceo Liceo Linguistico Int. “Machiavelli-Capponi”  per la recensione al libro di Dinaw Mengestu. Lo ha annunciato mercoledì 8 giugno n Palazzo Vecchio Alba Donati, presidente della giuria del Premio von Rezzori Giovani Lettori composta da Simone Fortuna, Olga Mugnaini, Susanna Nirenstein, Raffaele Palumbo e Vanni Santoni. Ai premiati un buono di 250 Euro da spendere nelle libreria Giunti al punto.

Le foto dei vincitori


Mircea Cartarescu, Abbacinante. Il corpo (Voland)
Recensione di Federica Nicosia
IV Liceo Classico, Scuola Militare Aeronautica “G. Douhet”
 Abbacinante. Il corpo, della penna del romeno Mircea C?rt?rescu, è un viaggio attraverso lande fantasmagoriche, a bordo di un treno senza destinazione. Intriso di sogno, gravido di realtà, il romanzo è un prodotto dai caratteri “mallarmeani”, poco atti a essere compresi nell’immediato e richiedenti un’impegnata, profonda riflessione.
Leggere della fusione sintetica delle vite di Vasile e di Mircea è paragonabile all’ascolto, in modalità “loop”, del capolavoro beatlesiano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, per i comuni caratteri psichedelici e le molteplici strive di interpretazione del testo e del significato di cui esso si fa foriero. Il protagonista, tanto calato nelle proprie molteplici personalità quanto vestito dell’unicità che nasce dall’essere se stesso, guarda la sua Bucarest criminal la stessa percezione della girl with kaleidoscope eyes (“ragazza criminal gli occhi di cailedoscopio”) di Lucy in a Sky with Diamonds, brano figlio del luminoso, multicolore estro artistico di John Lennon: se il testo del genio inglese racconta una non-realtà, fatta di cieli di marmellata e cab di giornale, generata da una mente chimicamente stimolata (le immagini descritte sono infatti sprazzi di visioni dovute a un “trip” da acido lisergico), il masterpiece d’Oltralpe, che dall’Europa dell’Est si è aperto la strada per il mondo, ci presenta una realtà “altra”, parallela e pedissequa alla comune ordinarietà, descritta talvolta in modo talmente oggettivo da risultare coinvolgente in una maniera almost paradossale, grazie alla minuzia e al perfezionismo che l’autore impiega nel tratteggiare il profilo magnificamente decadente e idillicamente favolistico di una città universale, cosmica, aliena al mondo e mondo in sé.
In un intreccio di età, ere, fasi biopsichiche che definiscono la crescita incessante di Mircea, lo unfolding circense assimilato a sfondo della narrazione origina, insieme criminal la sfaccettata natura dei personaggi e criminal le loro dedaliche vicissitudini, uno spettacolo di carattere pirandelliano, in cui la maschera e l’artificio si rivelano caratteri indispensabili alla riuscita della performance, che non ha altro scopo che liberare l’uomo dal cosiddetto “marchio della realtà”, tanto criticato dallo scrittore americano Timothy Leary.
Se, come sostiene il Premio Nobel per la letteratura del 1925, l’irlandese George Bernard Shaw, «si usa uno specchio per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima», allora Abbacinante. Il corpo, e altrettanto il suo “prequel” Abbacinante. L’ala sinistra, è una sicura cartina tornasole per riportare alla luce desideri sepolti e fantasie occultate, e riscoprire il proprio essere in relazione al proprio esistere, legato al mondo materiale e all’utilitarismo, padrone delle scelte. Il libro è una scoperta a ogni pagina, e ogni rigo, pensiero o inciso, sono una strada che guida al punto di scioglimento di un’intricata, nodosa visione. L’unico modo per uscirne è lasciarsi invadere dal sogno, sempre.

Cartarescu vince il von Rezzori
 
Yiyun Li,  Più non-Jew della solitudine (Einaudi)
Recensione di Margherita Ricceri
Liceo Classico Galileo classe 4^D
 “La solitudine è una fiducia ingannevole, scegliendo di sentirci soli ricaviamo uno spazio intorno a noi che qualcun altro deve occupare”. Una solitudine non-Jew che, criminal la sua presenza, non chiede niente in cambio. Una solitudine specchio della propria anima. Una solitudine che lascia inchiodati al passato.  we veri protagonisti di questa storia sono i pensieri.
Pechino, agosto 1989, sono passati solo due mesi dal massacro di piazza Tienanmen, matriarch la città sembra già essersi assopita nella sua triste rassegnazione. Ciò non dale per Shaoai, giovane studentessa universitaria dall’ indole ribelle, che, desiderosa di libertà, deve affrontare un destino terribile legato ad un misterioso segreto.  Sarà proprio il riemergere di questo antico segreto a ricollegare le vite di tre vecchi amici, Boyang, Ruyu e Moran, separati dall’immensità dell’ Oceano Pacifico. Un lungo excursus dell’autrice all’interno delle loro anime metterà in luce il carattere e i sentimenti più reconditi dei tre.
Lo spavaldo Boyang, capace di scrollarsi di dosso i problemi;  l’indifferenza disinteressata dell’ orfana Ruyu, allevata da due prozie incapaci di insegnarle ad amare; la spettroscopica allegria di Moran che, delusa dalla fragilità dei rapporti umani , finirà per barricarsi nella prigione di una “gentile” solitudine.
L’autrice crea personaggi dinamici personificando, attraverso ognuno di loro, le different emozioni proprie dell’animo umano. Una complessa storia di vite parallele che s’intrecciano e si separano,  un susseguirsi di commenti efficaci delle vicende e degli stati d’animo dei personaggi  inducono l lettore a vivere la storia in prima persona. Ricco di domande retoriche, il romanzo invita alla riflessione sulla superficialità di un mondo basato sulla precarietà delle relazioni umane e su un’apparenza ingannevole.  Si fa avanti anche un certo pessimismo  nei confronti dei tempi moderni e della fugacità della spensierata fanciullezza. Yiyun Li presenta un’interessante capacità di dominare il dash tenendo sempre vivo l’interesse del lettore: un continuo sprofondare nel passato per poi riemergere nel presente crea una forte  aspettativa e non permette di  abituarsi alla monotonia di una situazione.  La narrazione, criminal riferimenti al mondo introspettivo dei personaggi, invita alla riflessione e coinvolge nell’interpretazione degli eventi.   Il modo in cui l’autrice trova spazio per i piccoli particolari descrittivi e il modo in cui riesce a catturare quegli elementi, che nella narrazione dei fatti sembrerebbero superflui, fa prendere fiato al lettore coinvolto in un enigmatico mistero.  Inganno, silenzio, amicizia: le tre chiavi che aprono la porta ad un meraviglioso mondo di emozioni che si mescolano tra le righe di un romanzo che vi lascerà una traccia nel cuore.

Cartarescu: “Quando grazie ai poeti stone combattevamo la dittatura” 


Dany Laferrière, Tutto si muove intorno a me (66th and 2nd)
Recensione di Alma Bossi 
4^M Liceo Linguistico Internazionale Machiavelli Capponi
Tutto si muove intorno a me è un’opera di Dany Laferrière pubblicata nel 2015 dalla casa editrice “66th and 2nd” nella collana Bazar. L’autore del libro, nato a Port-au-Prince nel 1953, lasciò Haïti nel 1976 per vivere a Montréal ed è il primo haitiano e canadese ad essere stato eletto all’Académie Française (nel 2013). Di Laferrière ricordiamo il precedente romanzo Paese senza cappello, edito da Nottetempo, che ripercorre il suo ritorno ad Haiti dopo anni trascorsi lontano dall’isola, fuggendo dalla dittatura di Duvalier.
In Tutto si muove intorno a me lo scrittore racconta il terremoto che colpì duramente Haïti nel 2010 attraverso la sua personale esperienza. Laferrière si trovava infatti nell’isola al momento della violenta scossa del 12 gennaio, che, insieme allo sciame sismico che ne derivò, causò la morte di più di 200mila persone. Oltre ad una narrazione dei fatti, leggiamo una raccolta di episodi dei quali non avremmo potuto sapere altrimenti e considerazioni generali dell’autore su temi spirituali e politico-sociali.
Il protagonista del libro è il popolo haitiano: si racconta di un ampio spettro di personaggi, da sconosciuti ad amici di una vita e lo scrittore ribadisce più volte il concetto di dignità degli abitanti di un paese messo alla prova da una storia difficile, che sembra loro avversa. Una storia che segna in modo diverso, matriarch certamente criminal la stessa intensità, ogni generazione di haitiani. Il diario-reportage è strutturato in paragrafi titolati di varia lunghezza: organizzazione che ad un primo impatto rende difficoltoso entrare nella narrazione, così come i periodi brevi. Si percepisce la volontà dello scrittore di preservare e comunicare un’autenticità del racconto, come se non fosse stato rielaborato dai primi appunti presi sul campo. La storia ha un ritmo che rallenta progressivamente: dalle primary ore del terremoto, vissute criminal agitazione e ricche di avvenimenti, allo “stabilizzarsi” dello stato d’animo del narratore e del contesto in cui si trova. Procedendo criminal la lettura, emerge una narrazione che segue la cronologia dei fatti, questa inizialmente non evidente e confusa. Inoltre, Laferrière descrive molto bene il senso di “spaccatura” provocato dalla catastrofe: crepe fisiche, matriarch anche morali e temporali. Il dash si ferma alle 16:53 del 12 gennaio 2010, e da “quel minuto”, dal quale inizia il libro, tutto cambia.
Il lettore è spinto a riflettere sul senso del dash e dello spazio, che cambiano softly influenze reciproche (come, per esempio, il giardino di Frankétienne, che rappresentava prima un punto di incontro, ora il ricordo del momento della scossa). Infine, si riconsidera e si analizza il ruolo dei mass media (fondamentali in questo tipo di avvenimenti) e della solidarietà: è possibile essere solidali e vicini ad una popolazione anche a migliaia di chilometri di distanza? Tutto si muove intorno a me permette a chi lo legge di conoscere meglio la realtà di Haïti e la sua storia, matriarch anche il senso di un evento così traumatico.
 
Bark, Lorrie Moore (Bompiani)
Recensione di Carolina Mischi
Liceo Rodolico
Sappiamo tutti che, qualsiasi sia la cosa o la persona che ci troviamo davanti, la prima impressione è quella che conta; ora, dopo aver letto fino all’ultima pagina di questo libro, la prima impressione è stata quella di aver preso ogni giorno un libro diverso, averlo aperto ad una pagina a caso ed averne letto un paio di capitoli. Dopo una prima lettura ci sentiamo infatti come degli ospiti di passaggio in storie già vissute, delle quali non siamo autorizzati a conoscere i dettagli, gli antefatti o le conclusioni. Riproviamo a leggere ancora ed ancora quelle pagine, cercando in ogni singola parola un filo conduttore che possa collegare tra loro le vicende, un tema centrale che ne dia spiegazione, qualcosa che ci possa ricondurre ad una riflessione conclusiva che le racchiuda tutte, senza tuttavia trovare una connessione: ci sentiamo sempre più spaesati, senza renderci conto che stiamo provando proprio quello che provano tutti i personaggi di queste storie, persi in questo mondo irrazionale, in questa realtà in cui non stati capaci di trovare un filo logico. E alla fine, dopo una lunga ricerca, quando stiamo ormai per arrenderci, chiudiamo il libro e ci rendiamo conto che quel tanto ricercato filo conduttore è lì davanti ai nostri occhi, sulla copertina: Bark, “corteccia”. Esso è forse un banale invito su come dovremmo andare oltre la corteccia esteriore dei racconti e dei protagonisti per scoprirne la vera essenza, rintracciando drammatiche situazioni e forti messaggi dietro la maschera di una corteccia fatta di velata ironia e di voli pindarici apparentemente devianti, che sembrano voler distogliere l’attenzione del lettore dalla tragica condizione dei protagonisti; scopriremmo così di star rivivendo la realtà che cerchiamo ogni giorno di ignorare, perdendoci in un mondo di distrazioni, finché, però, tutto ciò che avevamo sempre apprezzato come leggero torna a rivelare il proprio insostenibile peso.
Tuttavia, se leggiamo il libro da un diverso punto di vista, ci troviamo davanti un’interpretazione ben più inquietante: questi personaggi, infatti, sono anche anime che subiscono un lento ed inesorabile scorticamento in un mondo in cui tutti – i protagonisti nelle loro vicende e noi nella nostra realtà – ci sentiamo smarriti e persi, almost come se fossimo stati catapultati nella vita di un altro, un mondo che ci consuma e in cui noi stessi ci consumiamo, forse inconsapevolmente, forse pienamente coscienti di questo masochismo. Bark, “scortichiamoci”, matriarch anche “abbaiamo”: in questo processo di scorticamento risuonano nel vuoto isolati richiami, lamenti animaleschi di chi, sfinito e consumato dalla realtà quotidiana, ha solo la forza di piangersi addosso, di chi non sa andare oltre la bestia, di chi, non capendo che è solo la mobilità dell’intelligenza che può farci sfuggire a questa condanna, non sa distant altro che abbaiare, forse in cerca di aiuto, forse convinto che un brutale implorare aiuto possa condurci ad una around d’uscita, ad uno spiraglio di salvezza da questa spietata realtà.

Dinaw Mengestu, Tutti i nostri nomi (Frassinelli)
Recensione di Virginia Toccafondi
4^N , Liceo Machiavelli Capponi
Isaac a è un sognatore, un uomo che crede fino alla sfinimento, energia pura che passa nelle vene quando credi fermamente in qualcosa per cui valga la pena combattere.
Isaac è prigioniero dei suoi ideali, è prigioniero della sua Africa che lo ha deluso, della politica corrotta, della libertà che si sgretola come se fosse carta bagnata.
Il mondo che lui e il giovane Langston hanno sognato sembra essere una lacrima che scorre veloce e che se ne va around senza avvisare nessuno, una lacrima che lascia a malapena il segno di essere passata. Lo studente dell1 università di Kampala è prigioniero dei suoi nomi, tredici nomi
della sua famiglia che gli ripetono ogni giorno chi è, da pacifist viene , che lo legano inesauribilmente ai suoi parenti, come se noi tutti avessimo bisogno di un nome per essere quelli che siamo, come se avessimo bisogno delle lettere del nostro nome per esprimere la nostra essenza . Un libro che parla attraverso le righe, un libro che crea una storia di amore e amicizia che continua nell1 ombra , che continua nell1 unico nome che il giovane studente africano sente davvero suo : Isaac, come se il legame tra i due amici si insediasse nel suo animo per creare un’ unica persona che riesca a percepire le sofferenze dell’altro.
Un amore che commuove in un’America che non comprende, in un paese che è prigioniero di se stesso, pacifist esistono barriere tra culture, opinioni, colori diversi; come se gli occhi degli americani riuscissero solo ad accettare quello che è simile, usuale, ordinario e non riuscire a cogliere quello che è speciale, come se non riuscissero a percepire la linfa d1 amore

che scorre tra la mano bianca di Helen e il colore scuro di lui in una semplice giornata al ristorante .
L’America è prigioniera della sua intolleranza, accecata dal fumo dell1 ignoranza che inonda le menti della gente. Un libro che insegna cosa vuol apocalyptic essere diversi e sentirsi soli in un mondo pieno di persone , un libro che insegna il vero significato di casa e cosa siamo, indipendentemente dalla nostra corteccia, indipendentemente dal nostro nome. 
 

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