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Postura, salute e denti: il triangolo spesso sottovalutato nello sport e …

di Francesco Carini

I lunghi infortuni nel calcio rappresentano un grosso danno sia a livello individuale (per i singoli professionisti), sia per le società, che, a fronte di investimenti spesso onerosi, possono trovarsi a doversi sobbarcare stipendi importanti senza poter usufruire delle prestazioni del giocatore. Se molti stop sono dovuti a scontri di gioco, a un sovraccarico di lavoro atletico o a problematiche di natura organica (solo per elencare alcune cause), sta diventando sempre più importante la prevenzione campo odontoiatrico.

Il 4 giugno 2013, Leonardo Bonucci scrisse su Twitter: «E ora vediamo se i denti sono a posto…», inserendo come hashtag: «#bite #denti #almenocorrodritto». Ecco, il punto è proprio questo: cos’è il bite? Consiste in una placca normalmente in resina in grado di riposizionare la mandibola nella sua posizione naturale, evitando spesso l’evolversi di una serie di compensazioni muscolari che possono rivelarsi in generale cause di un peggioramento della qualità di vita e per il proseguo di un’attività agonistica (vedesi il toccante caso del centrocampista dell’Avellino Salvatore Molina, la cui postura cominciò a peggiorare in seguito a complicazioni di natura odontoiatrica, come riportato nel settimanale Sport Week il 18 novembre scorso).

Come sostenuto da alcuni specialisti della gnatologia (disciplina che si occupa di studiare l’apparato masticatorio, a volte in relazione ad altri distretti del corpo) non si tiene in conto una questione determinante: la testa dell’uomo pesa dai 4 ai 6 chilogrammi, esercitando conseguentemente una pressione molto importante sul sistema neuromuscolare, in particolare se non c’è un bilanciamento fra atlante e mandibola. Partendo da questo punto, si può intuire quanto un corretto funzionamento del distretto cranio cervico mandibolare sia importante per evitare un effetto “a cascata” sull’intero organismo, determinando una postura scorretta. Proprio quest’ultima, nonostante sia soggetta a condizionamenti legati allo stress psico-fisico o a disturbi viscerali, ormonali e di altro tipo, può essere alterata da due tipi di disfunzioni: una ascendente e un’altra discendente.

Mentre la prima è legata a cause connesse a problematiche degli arti inferiori (eterometria) e a conseguenti ripercussioni sul recettore podalico, la seconda si allaccia a disturbi del recettore oculo-motore e/o stomatognatico. Escludendo gli eventi traumatici (colpi di frusta ecc…) o le disfunzioni miste dove si deve agire da ambo i lati, grande importanza hanno assunto negli ultimi anni le cure odontoiatriche e gnatologiche per correggere disfunzioni che non colpiscono solo gli sportivi, ma anche gente comune, a volte invalidandola.

A tal proposito, in basso viene riportata un’intervista personalmente realizzata qualche mese fa al dott. Andrea Gizdulich, membro dell’International College of Cranio Mandibular Orthopedics, professore a contratto presso il Dipartimento di Odontostomatologia dell’Università degli Studi di Firenze ed esperto di DCCM (disfunzioni cranio cervico mandibolari), uno fra gli argomenti più discussi in alcuni ambienti dell’odontoiatria e della medicina dello sport, oltre che dell’ortopedia.

Buongiorno dottore, quali sono le cause dei disordini cranio cervico mandibolari (DCCM)?

Non c’è una causa unica e specifica ma più fattori scatenanti, quali costituzione muscolo-scheletrica e parafunzioni masticatorie tipo digrignamento dei denti che, in associazione a stati di stress e disturbi di ansia o stili di vita predisponenti, generano sintomi muscolari e scheletrici sul territorio della testa e del collo. Presi da soli questi fattori generano un rischio generico che diviene altamente lesivo quando combinati insieme.

A questo si deve aggiungere un indebolimento strutturale del nostro apparato masticatorio che nell’evoluzione umana ha progressivamente perso capacità masticatoria con l’utilizzo di cibi sempre più raffinati. Il risultato è un insieme di sintomi dolorosi e disfunzionali molto variabili e migranti che rendono la diagnosi non facile proprio perché viene coinvolta sia la sfera fisica che quella psicologica.

A quando risalgono gli studi su questa patologia in letteratura?

Il primo medico che sospettò un ruolo attivo dell’apparato masticatorio fu il Dott. Costen che diede il nome all’omonima sindrome, allora ritenuta originata dalle articolazioni temporo mandibolari. Oggi sappiamo che è una malattia che investe principalmente il sistema neuromuscolare e solo secondariamente può danneggiare le articolazioni della mandibola. Per questo motivo esistono più specialità mediche (odontoiatra, otorino, ortopedico, neurologo, psicologo, psichiatra) che si occupano della malattia ovviamente ognuna dal proprio punto di osservazione.

A cosa può condurre una DCCM?

Fortunatamente la maggior parte dei casi è trattata in modo conservativo (farmaci, bite di riequilibrio muscolare ed articolare, supporto psicologico) e con pieno successo, ma spesso si riscontrano recidive negli anni che talvolta portano alla cronicizzazione del dolore con inevitabile danno sul sistema nervoso centrale che innesca una “memoria” difficilmente controllabile.

Quali sono le differenze fra una disfunzione discendente e una ascendente? E come si diagnosticano e si curano?

Il movimento della bocca e il contatto dei denti è garantito dall’azione dei muscoli mandibolari, ma questi muovono solamente la mandibola e dunque i denti dell’arcata inferiore. Nella realtà noi muoviamo necessariamente anche i denti superiori, ma per farlo dobbiamo muovere tutta la testa utilizzando i nostri muscoli cervicali che per costituzione sono anche più deboli di quelli masticatori. Pertanto i muscoli cervicali adattano la posizione della testa intera ad uso della dentatura (non solo quella) e subiscono un sovraccarico funzionale che può estendersi lungo le catene muscolari del tronco fino agli arti. Ovviamente questo meccanismo è valido in entrambe le direzioni e da qui deriva la distinzione tra meccanismo ascendente e discendente.

La diagnosi sul soggetto per l’odontoiatra è basata sul riconoscimento di anomalie di funzione proprie dell’apparato senza le quali il meccanismo discendente non può esistere.

Tecnicamente, in che modo una disfunzione discendente può influenzare il bacino ed organi distanti dalla bocca?

Gli adattamenti posturali sono noti genericamente sul piano teorico: il nostro sistema nervoso centrale è in grado di elaborare una tale quantità di informazioni sensoriali che il clinico difficilmente può comprendere, ma certamente è in grado di osservare come fenomeno reale. Attualmente il meccanismo è in fase di studio e alimenta ampi dibattiti scientifici.

Quali distretti possono essere interessati e quali sono gli effetti a cui il malato va incontro?

Quello più interessato è il distretto testa-collo, con adattamento progressivo dei muscoli maggiormente coinvolti che inizialmente sono solo dolenti, perdendo progressivamente forza ed elasticità motoria, effetti a cui si aggiungono danni su articolazioni e vertebre.

Ci sono molti casi in cui una DCCM può non essere diagnosticata? O Comunque, può determinare diagnosi errate di tipo neurologico o psichiatrico per i problemi a cui va incontro il paziente?

Purtroppo il paziente che non viene ascoltato nella sua sofferenza va incontro ad un isolamento naturale dal quale è difficile uscire. Ma queste persone, che esordiscono con sintomi organici, sono completamente da distinguere dalle forme psichiatriche primarie che richiedono un trattamento preventivo dedicato. Vedo quotidianamente pazienti che abusano di farmaci attivi sul sistema nervoso prescritti con grande facilità, senza aver nemmeno eseguito un accertamento clinico o aver raggiunto una diagnosi certa… In questo, la strada da fare è ancora lunga.

Una DCCM non curata può invalidare un paziente?

Si, certamente. Oggi eseguiamo test di screening sull’impatto che i sintomi hanno sulla qualità di vita.

Personalmente, ho costruito un test di autovalutazione dei sintomi DCCM che usa i criteri di ricerca internazionali. È una open source fatta per medici e pazienti in difficoltà. Il test aiuta a classificare i sintomi e identificare quei pazienti dove è possibile ottenere buoni risultati con terapie odontoiatriche.

È una iniziativa senza scopo di lucro che raccoglie dati clinici per scopo di ricerca.

Qual’è la reale conoscenza di questa patologia in Italia? E come mai si ricorre anche a personale spesso non specializzato?

Purtroppo sono coinvolti più specialisti che non sono molto abituati a confrontarsi, se non non con timidi scambi di informazioni, cosa che capita anche nei congressi scientifici. Nella confusione, ovviamente inesperti e tuttologi danzano felici.

L’eventuale Bite deve essere posto sull’arcata inferiore o superiore? Quali sono le motivazioni della scelta?

Il bite deve avere un ruolo di riequilibrio documentato e certo. Non è detto che da solo sia sufficiente, ma il dovere etico e scientifico è quello di garantire una cura odontoiatrica più accurata possibile. Per ottenere questo servono strumenti e verifiche cliniche che variano da soggetto a soggetto e non permettono di dare una risposta unica al tipo di bite da preferire.

C’è un rischio di sensazionalismo attorno al problema?

Sì, certamente. C’è una moda e un business dei “furbetti”. Medici e paramedici senza protocolli standardizzati sono stati liberi di agire in modo indiscriminato su una popolazione di malati che viene stimata intorno al 5-10% della popolazione. La maggior parte delle volte, proprio in seguito alla non invasività delle terapie, “si tenta una cura che non può fare peggio”. Ma questo non è sempre vero.

Cosa pensa del rapporto fra gnatologo ed osteopata? Una sinergia fra queste due figure può aiutare?

L’osteopata è la figura più sensibile al problema insieme a kinesiologi e a seri fisioterapisti, ma non parliamo la stessa lingua e confrontarci non è facile. In particolare, l’osteopatia pone grande attenzione ai muscoli pterigoidei sempre coinvolti nella DCCM e trovo questo il primo punto comune su cui costruire un piano di intervento in sinergia.

Davanti a problemi sempre più frequenti che coinvolgono postura e salute, è piuttosto evidente quanto sia importante, da parte della medicina ufficiale e dell’odontoiatria, interfacciarsi con dinamiche e sindromi che possono condurre a notevoli sofferenze per il paziente ed a un grande esborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale.

In questa situazione diventa fondamentale una collaborazione fra le varie figure specialistiche tradizionali e quelle nuove come l’osteopata. Pertanto, l’unione delle forze e delle competenze potrebbe determinare l’arresto di sindromi che con il tempo vanno incontro ad una cronicizzazione, con tutte le conseguenze di ordine socioeconomico che ne derivano e che potrebbero essere in parte evitate (come accade in paesi quali la Germania) attraverso screening periodici e un’attenta prevenzione in età scolare.

Francesco Carini – tutti i diritti riservati

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