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Per battere il populismo la politica riprenda a governare la finanza

La crisi economica e sociale degli ultimi anni ha determinato in buona parte la crescita e l’affermazione di movimenti populisti e nazionalisti in varie parti del mondo; si tratta di forze che hanno elaborato una risposta “autarchica” alla crisi, non di rado antidemocratica, nella quale ogni organismo sovranazionale (si trattasse indistintamente dell’Unione europea, dell’Organizzazione mondiale del commercio o dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati) veniva additato come capro espiatorio per l’insicurezza economica, per le paure e le angosce singole e collettive. E’ dunque in un contesto contradittorio, socialmente fragile, fatto di “fake news”, di propagande martellanti, di visioni antimoderne e antiscientifiche, che si sta aprendo la strada a una risposta pericolosamente autoritaria al ciclo storico apertosi con la crisi finanziaria del 2008.

Sarebbe allora importante che le forze progressiste, a cominciare dal Pd, si misurassero con il problema provando ad affrontare la questione senza pregiudizi e prendendo spunto da quelle realtà, da quei pezzi di società, che sul tema stanno ragionando da tempo. Fra questi ci sono segmenti e personalità del mondo cattolico impegnati sui temi economici, associazioni, organizzazioni del terzo settore capaci di promuovere campagne a livello internazionale in favore di investimenti sostenibili sul piano sociale e ambientale; va inoltre tenuto nel debito conto il tentativo di Bergoglio di aggiornare la dottrina sociale della Chiesa all’epoca della globalizzazione.

La concentrazione delle risorse economiche in poche mani, la crescita esponenziale della finanza speculativa, la mancata redistribuzione della ricchezza accumulata sfruttando i paradisi fiscali, l’aumento delle diseguaglianze, sono alcuni dei problemi – non più eludibili – al centro della discussione in tale prospettiva. La questione, nei suoi tratti fondamentali, venne posta da Papa Francesco al Parlamento europeo di Strasburgo nel novembre del 2014.

“Mantenere viva la realtà delle democrazie – affermava il pontefice di fronte ai parlamentari europei – è una sfida di questo momento storico, evitando che la loro forza reale – forza politica espressiva dei popoli – sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti. Questa è una sfida che oggi la storia vi pone”.

Gli “imperi sconosciuti” di cui parlava il Papa, sono, per esempio, quei grandi fondi d’investimento senza volto, in grado di determinare il destino, la vita e la morte, dell’economia di un Paese. Fra i temi al centro del dibatto attuale allora, c’è la necessità di un governo politico dell’attività finanziaria, di stabilire regole certe per arginare le attività speculative i cui rischi ricadono sulla collettività, di scongiurare fenomeni ipertorfici di elusione e evasione fiscale.

Profitti senza prosperità

Non a caso la stima sulla crescita mondiale del Pil per il 20182019 diffusa ad aprile dal Fondo monetario Internazionale è del 3,9%; tuttavia, come spiega l’economista Leonardo Becchetti rischiamo di essere, a livello globale, un sistema che produce “profitti senza prosperità”, vale a dire senza benessere, senza che la società nel suo insieme ne tragga beneficio.

Una parte considerevole della ricchezza prodotta, del resto, invece di tornare nel corpo sociale per alimentare nuova occupazione e nuova domanda (influendo così sulla necessità e sulla possibilità di dare risposte innovative al mutare dei consumi, dei bisogni, al progresso tecnologico), viene collocata nei paradisi fiscali.

Nel dicembre scorso l’Ue aveva diffuso una “black list” di 17 Paesi, situati da un punto all’altro del Pianeta, identificabili come paradisi fiscali secondo i suoi parametri, ma al principio del 2018 i ministri economici dell’Unione dimezzavano l’elenco (levavano fra gli altri Panama) andando ad ampliare invece il gruppone dei Paesi compresi nella “lista grigia”, ovvero quelle nazioni che, pur non essendo proprio a posto, sembravano essere sulla buona strada. Ci sono, per altro, diversi territori sparsi in Europa, nel Mediterraneo e nel mondo, indipendenti o sotto la giurisdizione di qualche Stato europeo (varie isole caraibiche del Regno Unito, ma si pensi anche a casi controversi come quello di Malta o a realtà discusse come la Svizzera, nonostante i passi avanti), dove le grandi concentrazioni finanziarie possono trovare fiscalità amiche, e perciò inesistenti o quasi, o altri sistemi di schermatura, opacità e protezione.

Di recente due “ministeri” vaticani, la “Congregazione per la dottrina per la fede” e il “Dicastero per lo sviluppo umano integrale”, hanno diffuso un documento dedicato al rapporto fra etica e finanza (“Oeconomicae et pecuniariae questiones”), nel quale fra l’altro si afferma: “Oggi più della metà del commercio mondiale viene effettuato da grandi soggetti che abbattono il proprio carico fiscale spostando i ricavi da una sede all’altra, a seconda di quanto loro convenga, trasferendo i profitti nei paradisi fiscali e i costi nei Paesi ad elevata imposizione tributaria. Appare chiaro che tutto ciò ha sottratto risorse decisive all’economia reale e contribuito a generare sistemi economici fondati sulla disuguaglianza”.

La celebre rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica, nel marzo scorso, dedicava un intervento al tema dei paradisi fiscali elencando diverse ragioni per cui andavano considerati una minaccia al bene comune. “La fuga di capitali verso i paradisi fiscali – si ricordava fra le altre cose –  diminuisce il binomio risparmio-investimenti produttivi, che svolge una funzione fondamentale nelle dinamiche della produzione e della creazione di posti di lavoro”.

“I flussi verso i paradisi fiscali – proseguiva l’articolo – spostano il carico fiscale dalle tasse sul capitale alle imposte sul lavoro e i consumi. Ciò implica una ridistribuzione del carico fiscale di tipo regressivo (a favore del fattore ‘capitale’ e a danno del fattore ‘lavoro’), a scapito dell’obiettivo della redistribuzione del reddito e della ricchezza”, cioè, chiosava Civiltà Cattolica, della “coesione sociale”.

In tal senso la battaglia per la trasparenza finanziaria, in favore di regole certe e condivise a livello internazionale (e qui l’Ue può giocare un ruolo chiave) diventa un tassello essenziale dell’impegno per tutelare i sistemi democratici e l’equità sociale.

Fuga di capitali e biodiversità finanziaria

D’altro canto qualcosa si muove se è vero che la finanza etica non è più un argomento per sognatori, ma un movimento che sta cominciando a influire sui grandi gruppi finanziari.

Dalle questioni fiscali a quelle ambientali, ai temi del rispetto del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori da parte delle imprese, la finanza etica si sta aprendo la strada non per la ‘bontà’ compiacente di qualche mega-fondo d’investimento, ma per la pressione esercitata da movimenti e opinione pubblica che tratteggiano così, non solo in modo teorico, una possibilità alternativa di sviluppo. Lo stesso concetto di biodiversità viene applicato all’economia per esprimere la necessità che sui mercati come nelle realtà bancarie e produttive, vivano una pluralità di soggetti differenti per tradizione, modello economico, riferimento territoriale e via dicendo (“La biodiversità – afferma in proposito il documento vaticano su etica e economia – rappresenta un valore aggiunto al sistema economico e va favorita e salvaguardata anche attraverso adeguate politiche economico-finanziarie, allo scopo di assicurare ai mercati la presenza di una pluralità di soggetti e strumenti sani, con ricchezza e diversità di caratteri”).

Si tratta di un insieme di questioni, qui appena accennate, che sono però decisive per un partito di sinistra europeo. Se il problema per un Paese in crisi d’ossigeno come l’Italia è quello di attirare capitali e investimenti per produrre occupazione e ricchezza, questa formulazione appare oggi vera ma parziale e riduttiva se non accompagnata  – di pari passo – dalla proposta di rimodulare il sistema-mercato, il processo finanziario, indirizzandolo in modo virtuoso verso obiettivi politici precisi: occupazione, giustizia sociale, sviluppo sostenibile, redistribuzione della ricchezza, innovazione tecnologica, benessere.

Civiltà Cattolica e Marx

D’altro canto è ancora la Civiltà Cattolica nel suo ultimo numero a rivalutare alcuni aspetti del pensiero di Karl Marx (dopo averne sottolineato anche i limiti paradossali e contraddittori), e in particolare la parte in cui critica il ‘capitalismo selvaggio’ di cui la rivista si ‘appropria’ proprio perché non c’è più alcun sistema sovietico all’orizzonte. “Dopo il crollo del blocco sovietico – si legge –  il liberalismo statunitense si è presentato come vincitore assoluto sulla scena mondiale.

Ma negli ultimi 30 anni il liberalismo ha dimenticato alcuni aspetti della critica marxista che rischiano oggi di portarlo alla rovina”.  “Senza un controllo, senza norme etiche – afferma la Civiltà Cattolica – il mercato finisce per diventare preda di un piccolo gruppo senza scrupoli, a spese della maggioranza più povera.

L’inganno della corsa al profitto è di non comprendere come una prospettiva etica torni a vantaggio di tutti, mentre l’individualismo sfrenato porta alla rovina generale, anzitutto a livello istituzionale”. Dopo la crisi del 2008 “le falle del sistema non sono state corrette; al contrario, si è continuato a invocare la libertà del mercato, accentuando in tal modo il divario tra i poveri (sempre più numerosi) e i ricchi (sempre più pochi).

Tale frattura e un crescente malcontento popolare costituiscono delle gravi minacce per la democrazia. La situazione italiana dopo il voto del 4 marzo 2018 e il crescere dei populismi sono segnali preoccupanti ed emblematici”.

Lungo questa strada, i principi di una globalizzazione aperta alle diversità (che è il contrario delle chiusure sovraniste, xenofobe e autoritarie), di un’integrazione politica capace di porre al centro l’essere umano, il cittadino, di una visione del mercato di cui si vedono chiaramente confini e obiettivi, propugnata da papa Francesco, costituiscono un momento di confronto importante per un riformismo di sinistra che ha bisogno di immaginare il mondo di domani a partire dal nucleo di problemi e di opportunità offerta dal passaggio storico che stiamo attraversando.

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