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“Pensate all’amore, pensate alla vita” | AgenSIR

Ha creato reazioni molto accese l’intervista – apparsa solo qualche giorno fa sulla stampa – del dottor Busato, direttore di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Treviso, secondo il quale “nel momento in cui apprendono che il nascituro avrà delle disabilità, molti genitori decidono per l’aborto: su dieci donne, sette interrompono la gravidanza”. Il settanta per cento dei genitori, alla notizia di una diagnosi che scorge delle malformazioni nel nascituro, compresa la sindrome di Down, decide per l’interruzione. Il dato è in linea con quello che sta accadendo in altre parti del mondo occidentale, come ad esempio l’Islanda, in cui non ci sono più bambini affetti da sindrome di Down, semplicemente perché non vengono più fatti nascere. Mettendosi dalla parte di una giovane coppia che attende un figlio, è assolutamente lecito che questa desideri che il nascituro sia sano. Allo stesso modo è del tutto comprensibile che alla notizia di (possibili) malformazioni la coppia sia spaventata, se non addirittura profondamente turbata, e si chieda con angoscia: “Ce la faremo ad affrontare quello che verrà? Ce la farà lui, il nascituro, a sostenere le prove che ci saranno?”. Spesso la situazione può essere ulteriormente complicata dall’instabilità della coppia (la donna che si trova da sola), dalla mancanza di appoggi sicuri cui poter fare affidamento (le famiglie di origine o strutture pubbliche capaci di dare supporto), dalla solitudine o dalla non conoscenza delle effettive possibilità di gestire il futuro
Si tratta di situazioni complesse e dolorose che conosce sino in fondo chi le attraversa sulla propria pelle. Propongo alcune considerazioni – senza dubbio incomplete – come stimolo per una riflessione pacata su un tema assolutamente delicato. La scelta dell’interruzione di gravidanza è presentata spesso come quella che apparentemente sembra risolvere il problema: “Non siamo in grado di affrontare una vita con un bambino in queste condizioni e quindi non lo teniamo”. In realtà non è detto che sia davvero così. E se quel bambino – così com’è e con quelle fragilità che porta con sé – fosse un’opportunità di vita che viene regalata a quella mamma e a quella coppia? Quindi non un problema in più, ma un’opportunità – esigente e impegnativa ma anche tenera e dolce – di cambiare la propria visione delle cose e dunque di crescere. In secondo luogo, per quanto lo si neghi, quella piccola realtà che ha attecchito nel grembo della donna è già vita: agire contro di lei per sopprimerla è un atto di violenza che porta con sé delle conseguenze, sia nella donna sia nella coppia. “Meglio vivere con dei rimorsi – sentii dire una volta – che stravolgere la propria vita con una gravidanza non accettata”. Credo sia vero il contrario: il rimorso indica che la strada da seguire era un’altra. Sta crescendo nella sensibilità comune il senso di rispetto per tutto ciò che vive: penso al rispetto per gli animali e per la natura… Mi chiedo, però, come mai tutto questo non conduca anche ad una maggiore sensibilità e considerazione nei confronti dell’embrione umano. Eppure, non è forse vita anch’egli? A questo proposito è degno di nota che la Regione Veneto, il 20 dicembre scorso, abbia approvato una legge “bipartisan” (cioè con l’accordo anche di una parte dell’opposizione) che prevede che tutti i bambini concepiti e non nati – indipendentemente dalla settimana di gestazione in cui la loro vita ha avuto termine – trovino sepoltura in un luogo adeguato: come a dire che non si tratta affatto di un “grumo” di cellule qualsiasi.
Al di là di queste riflessioni, credo facciano riflettere alcuni passaggi di un testo di una mamma, provocata anche lei dall’articolo citato: “Ho letto che su dieci bambini con disabilità con diagnosi prenatale sette non nascono. Vorrei dire a quella mamma o a quel papà che stanno per fare quella scelta solo alcune cose. Non ne faccio una questione etica, non mi interessa; ma interrompere una gravidanza, per di più se voluta, è un dolore che si ostinerà a batterti dentro fino alla fine dei giorni… Lo si fa perché un figlio disabile, magari sofferente, che nasce escluso e dovrà lottare dal primo respiro, non è una cosa semplice da affrontare. Ci si sente inadeguati, fragili, incapaci… Quando si è ammalata mia figlia, aveva quattro anni, mi hanno detto: ‘Probabilmente (la causa) risale ad un’epoca prenatale’. Oggi penso che se quando la aspettavo mi avessero avvertito che avrei messo al mondo una bambina che si sarebbe sicuramente ammalata di leucemia… Ecco penso che forse anch’io non avrei avuto il coraggio. Questa creatura straordinaria e meravigliosa, se avessi conosciuto prima la sorte che l’attendeva, forse non sarebbe nata. Non mi sarei sentita capace di affrontare una cosa del genere… Eppure quando la guardo, nonostante la paura per una figlia diversa, con delle cicatrici che mai cancellerò (una figlia che non so se diventerà donna e se avrà una vita come tutti gli altri), mai potrei immaginare una vita, un mondo, senza di lei. È impossibile per me: Giovanna ha donato alla mia vita un valore che non meritavo. E credo che questo lo possano dire tutte le persone che hanno deciso di avere comunque – o si sono trovati – un figlio con dei problemi… Se state per avere un bambino e può essere malato vi prego pensate all’amore. Pensate alla vita che comunque state dando la possibilità di vivere. Per loro, prima che per voi, non è poco. Anzi è tutto”.

() direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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