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Olimpiadi, non è più tempo di eroi


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Genova – Platone, nella “Repubblica” (III, 403), ci rammenta che il corpo umano in buona salute non può che rendere l’anima buona, mentre quest’ultima, per virtù, perfeziona in misura eccezionale il corpo. Anche per questo non comprendo per quale ragione sussistano sport “minori” e sport “maggiori”: i primi ignorati, i secondi esaltati, in prossimità delle Olimpiadi di Rio de Janeiro ciò si palesa con maggior prepotenza.

A ogni modo, minori o maggiori, atlete e atleti che, causa Rio, hanno attraversato e subito tormenti psico-fisici, non devono aver sollevato una domanda cruciale: ma dove mai ci recheremo? Che Rio sia luogo ove la criminalità rimane fuori da ogni controllo, luogo di favelas, luogo di trafficanti di ogni varietà e assortimento, nonché di tutto quanto da ciò segue, non deve aver neanche aver sfiorato molte delle loro menti – rare eccezioni a parte. Traspaiono ben pochi sensi di integrità morale, e, meno che mai, di conoscenza, nelle atlete e negli atleti contemporanei. Ovvio, perché i nostri atleti e le nostre atlete competerebbero ovunque, pure sotto dittature ricche e cruente (si pensi solo ai Giochi olimpici invernali in Russia) pur di macinare soldi, di mostrarsi, di trovare nuovi sponsor.

E, da reali macchine addestrate, non guardano in faccia nessuno, e nessun valore conta (soldi e sponsor a parte), neanche l’amicizia che passa pur sempre in secondo, terzo piano, a meno che non possegga rivolti “vantaggiosi”. Comunque, tutte/i loro pubblicizzano qualsiasi tipo di prodotto; si spogliano nude/i, con orgoglio del proprio corpo “perfetto” (quando di filosofia del bello nulla comprendono); si esibiscono fisicamente, per essere esplorate/i dalle tifoserie, dai fotografi e dai paparazzi, il che ha una rendiconto economico non indifferente, nella loro beata inconsapevolezza che il corpo perfetto rimane un’ossessione privata, poiché tale corpo esiste solo nelle proprie perversioni e in quelle dei propri fans.

Ma per quanto e fino a che limite atlete e atleti odierni arriveranno a condurre questa esistenza auto-distruttiva? A tali ritmi, il corpo si logora, mentre la mente si annebbia. Le atlete donne, tra l’altro, che solitamente si attengono agli ordini di allenatori maschi – devono aver dimenticato l’abc del femminismo: lo devono aver dimenticato più le pallavoliste rosa, abbigliate in campo, sempre attillate, a differenza dei pallavolisti, mentre le giocatrici di basket si abbigliano al pari dei loro compagni: lo si sa, tra le atlete dei due rispettivi sport non corre buon sangue, a tal punto che la playmaker/guardia Silvia Gottardi, tra l’altro impegnata per la Fondazione Candido Cannavò a fini umanitari, ha ammesso, senza esitazioni, di aver gioito di alcune sconfitte subite dall’Italia pallavolistica rosa, chiarendo: “Facile essere fighe”.

A proposito di maschi, spesso alfa nell’ambiente, il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha di fronte a sé, non il problema di star e starlette, spesso intellettualmente poco evoluti/e (chi tra loro conosce Virginia Woolf e chi, invece, Belén?), bensì quello del sesso/genere di appartenenza: per esempio, da transessuale operato, ove ti è concesso gareggiare?

E, tra l’altro, dato che Pistorius l’ha avuta vinta nella battaglia per competere tra i normodotati, nonostante le sue protesi in fibra di carbonio, le famose cheetah, perché, un giorno, con protesi in fibre più evolute, non tagliarsi le gambe o le braccia, indossare tali protesi e battere ogni record? Così ci si trasformerà in “extremely famous”, anche se ammazzi la tua compagna (già, le bizzarrie), e ti verrà accordata ogni tipo di scusante.

Ancora una osservazione, non di secondaria importanza: il mondo gay/lesbico nell’agonismo estremo. Molte/i atlete/i si nascondono, pure perché non possiedono una cultura, seppur minima, per chiarire le proprie scelte d’amore ai giornalisti da gossip.

Già. E qui torna il clima da esercito. Il fatto che poi, al di là delle Olimpiadi, atlete e atleti di alto livello optino per una disciplina da marines esibizionisti pare non spaventare. Proveranno spavento invece dopo, quando la verità emergerà, le atlete della Ddr: prima della caduta del Muro di Berlino, dominano per circa un ventennio in quasi ogni disciplina sportiva, per sapere infine che, in periodo di costanti vittorie, lo Stato le imbottiva di pesanti sostanze dopanti. Il muro è caduto e l’orrore è terminato? No, perché i metodi “sportivi” da DDR sono stati esportati in Cina, Vietnam, Malaysia, Africa, e via dicendo. Già, benché spesso minimizzato dalle gerarchie sportive, il doping dilaga oggi quasi ovunque, Italia inclusa.

E delle Paralimpiadi di Rio 2016 chi si interessa? Qui manca l’ossessione del corpo perfetto, il desiderio pessimo di attirare su di sé lo sguardo dell’altro/a per sentirsi esteticamente belli/e, nonché osannati. Qui, invece, a prevalere rimangono coraggio, eroismo, risolutezza. Alla loro quindicesima edizione, i giochi estivi si svolgeranno dal 7 al 18 settembre, con ventitré discipline e oltre 4.300 atlete/e provenienti da 176 Paesi del mondo. Sono costoro, che, al pari degli intellettuali di Gramsci, ci aiutano a plasmare il tempo, a donargli una nuova indole. Ma tra i nostri giovincelli e le nostre giovincelle, da agonismo estremo, in quanti conoscono e apprezzano le Paralimpiadi? Fissati e fissate con la perversione del corpo perfetto, a loro debbono poco importare quegli “sfigati”. Già, l’importante è vincere, non partecipare: povero, illuso Pierre de Coubertin.

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