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Nuovissimo Rinascimento

Un movimento dal basso – poi finalmente intercettato dall’alto – interessa l’arte contemporanea italiana. In dieci anni, e con un ricambio generazionale vissuto perennemente in network, ci siamo guadagnati un passaporto per l’estero. Merito delle originali espressioni artistiche prodotte dai 30 e 40enni e di una squadra di curatori autorevoli presenti in moltissime istituzioni internazionali. Anche il sistema si è trasformato, nello sforzo di raggiungere modelli consolidati come la rete degli Arts Council nel Regno Unito, dei Frac (Fondi Regionali d’Arte Contemporanea) in Francia e delle Kunsthalle in Germania e Svizzera: tutte realtà coadiuvate da politiche pubbliche di finanziamento della produzione artistica, di sostegno all’acquisto di opere e di promozione interna ed estera.

Il movimento italiano è partito spinto dall’iniziativa di artisti, curatori, galleristi e collezionisti. I gesti provocatori di Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft, Rudolf Stingel e Francesco Vezzoli hanno suscitato l’attenzione di chi sta fuori dai confini nazionali ed era abituato alla solida presenza dell’arte Povera e Spazialista in musei, aste e gallerie. Ma i loro nomi sono solo la punta dell’iceberg. C’è, poi, tutto il recupero d’interesse verso una generazione di artisti âgé che hanno fatto la storia italiana tra anni 60 e 80, con il Gruppo T, l’Arte cinetica e programmata e gli artisti, architetti e designer che hanno scoperto la multidisciplinarietà dei linguaggi tra arte, architettura, design, cinema e performance. «Possiamo parlare di una squisita contraddizione del caso italiano, quasi un unicum», spiega a IL Francesco Stocchi, primo curatore non olandese del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e direttore della Fondazione Carriero di Milano: «Un Paese di grande tradizione “classica”, ma eccellente anche dal punto di vista del contemporaneo. Fateci caso: tutte le case d’aste organizzano “Italian Sales”. Quali sono gli altri Paesi che possono vantare un trattamento simile?».

Italia, allora: popolo di poeti, santi, navigatori e artisti che hanno scritto la storia. Un bagaglio non semplice da gestire, per i giovani talenti; ma a prevalere è la voglia di sperimentare e di muoversi. «Fondazioni, musei, associazioni, residenze, concorsi, opportunità di formazione, fiere, l’attivismo del settore privato: il sistema italiano è dinamico e articolato», spiega Alessandra Pioselli, direttore dell’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo. «Si è anche fatto strada un modo collaborativo di sviluppare la propria ricerca, una progettualità condivisa con altri artisti o altre professionalità esterne al mondo dell’arte, che amplia i perimetri e spinge verso modi di produzione delle opere e dei progetti fuori dal circuito delle gallerie tradizionali. Ora si può iniziare anche da realtà più piccole, spazi non profit o da propri luoghi di ricerca in collaborazione con altri». Sono nate molte gallerie che fanno scouting; alcune si sono consolidate (come Zero, Federica Schiavo, Monitor), altre hanno registrato l’ingresso delle nuove generazioni (Francesca Minini). La scena è vivace: nuove gallerie straniere (come Thomas Dane a Napoli ed Emanuel Layr a Roma); nuove sedi per quelle italiane (Vistamare e Schiavo a Milano, una “temporanea” Pinksummer a Roma), nuovi spazi italiani all’estero (De Carlo a Hong Kong, e Monitor a Lisbona). E poi le fiere: a quelle consolidate come Artissima, Miart, Artefiera e ArtVerona, si sono aggiunti eventi boutique come Granpalazzo ad Ariccia (Roma), Mia Photo Fair a Milano, Flat e Dama a Torino. È qui che la giovane arte ha più spazio.

 

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