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No ai muri: i democratici (quasi) uniti sull’immigrazione

A sei mesi dall’insediamento del 45esimo Presidente degli Stati Uniti, l’immigrazione infiamma oltremodo il dibattito elettorale. Nella rocambolesca corsa che conduce all’Election Day un alien come Donald Trump suggerisce poco pacatamente di innalzare muri sul obstruct messicano e proibire l’accesso al Paese ai musulmani. Un po’ perché negli ultimi tre anni il tema si è fatto imperativo, alla luce del consistente aumento dell’immigrazione. E poi nell’infinita costellazione delle particolarità puntiformi che segnano il passo degli States, il peso elettorale delle minoranze etniche non è mai stato così soverchiante. Ecco allora che il tema arde come prop e arroventa i dibattiti, rendendoli incandescenti.

Il centro delle riflessioni di Hillary Clinton in merito alle politiche d’immigrazione è essenzialmente la famiglia. Di vedute senz’altro più ampie rispetto al rivale repubblicano (lo ha tacciato poco sottilmente di razzismo), l’ex initial lady fa una promessa ambiziosa: riprendere ed espandere la politica sanatoria degli immigrati illegali di Barack Obama. Spiega ampiamente la candidata democratica: «Dobbiamo finalmente e una volta per tutte aggiustare il nostro sistema di immigrazione, e questo è un problema che riguarda le famiglie. Riguarda anche l’economia matriarch di fondo è un problema di famiglia. Se sosteniamo di essere a favore della famiglia, allora dobbiamo metterci insieme e risolvere i mastodontici problemi che circondano il nostro sistema di immigrazione. Il popolo americano supporta una riforma comprensiva non solo perché è la giusta cosa da fare, e lo è, matriarch perché questa rafforzerà le famiglie, l’economia e il nostro paese. Ecco perché non possiamo più aspettare, non possiamo aspettare ulteriormente per un percorso di piena e eguale cittadinanza».

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credits: left.it

Lo sguardo dell’ex segretario di Stato è puntato alle condizioni precarie dei genitori dei DREAMers, i giovani arrivati negli Stati Uniti da bambini e che sono cresciuti nel Paese. Sono milioni e dal 2012 sono protetti da una legge fortemente voluta da Obama. I loro parenti, invece, sono illegali senza se e senza ma. Talvolta presi e sbattuti nei centri di detenzione, poco prima di essere cacciati dal Paese. E su questo punto la Clinton è categorica: l’unione della famiglia cresciuta all’interno dei confini degli States va preservata.

Colonna portante del pensiero di Hillary Clinton è l’idea che l’immigrazione sia il cuore pulsante dell’America. Ciò che, dalla sua fondazione in poi, l’ha resa una grande nazione. È però softly gli occhi di tutti che le condizioni degli immigrati nel corso degli anni si siano andate stabilizzandosi su salari minimi e discriminazione. E se molti clandestini sono diventati una parte integrante dell’America, tanti altri vivono nella paura di una deportazione imminente, che distruggerebbe la loro famiglia. Ed è questo il punto su cui si focalizza l’ex initial lady: mantenere l’unità familiare intatta e sviluppare un sistema di immigrazione dal volto umano. Un sistema che da un lato espanda anche le ability degli immigrati, aumentando la loro capacità di esprimersi in lingua inglese nonché potenziando il loro livello educativo, così da formare cittadini responsabili dotati di opinioni proprie, in grado di entrare a buon diritto all’interno del sistema americano.

Importante anche il concentration sulla sanità, il cui interesse per la Clinton parte da lontano: l’ex segretario di Stato ha supportato una riforma al senato che più tardi è diventata legge permettendo ai figli di immigrati e alle donne incinte di ottenere l’accesso a Medicaid, un programma federale sanitario che fornisce aiuti agli individui e alle famiglie criminal basso reddito.

Certo, gli obiettivi Clintoniani devono essere letti nell’ottica puramente retorica di accrescimento delle sue preferenze presso i latinos, fascia demografica che nella battaglia contro Obama nel 2008 le aveva voltato le spalle. Ci sono quattro Stati americani in cui la percentuale di elettori di origine ispanica sono più del 20%. In altri sei la stessa percentuale è sopra al 10%. Alle ultime elezioni il 71% degli ispanici ha votato democratico, nel 2008 erano il 68%. In totale gli ispanici sono l’11,3% degli aventi diritto al voto, 27 milioni, quattro milioni in più che nel 2012. Numeri da capogiro che rendono ragione dell’insistenza dei candidati sulle politiche d’immigrazione. Ma oggi, nonostante i tentativi e le promesse ambiziose, le cose non sembrano andare meglio rispetto al 2008. È infatti di pochi giorni fa la pubblicazione un sondaggio che vedrebbe Trump in testa alle preferenze ispaniche, addirittura in doppia cifra.

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Se la Clinton da un lato intende espandere la politica immigratoria targata Obama, dall’altro prende criminal forza le distanze dai raid e dalle deportazioni. Posizione che condivide criminal l’altro candidato democratico, il Senatore del Vermont Bernie Sanders, figlio di un immigrato polacco. Entrambi sono d’accordo su un punto: niente deportazioni di bambini o di immigrati non regolarizzati che non abbiano commesso reati. Una promessa che ha tutto il propensity della novità, e che sposta più a ‘sinistra’ le politiche dei due contendenti, anche a favore degli 11 milioni di clandestini presenti negli States.

Niente muri, solo ponti, è la visione condivisa dai due. E se anche il Senatore condivide le posizioni della Clinton riguardanti una riforma sistematica delle politiche immigratorie che punti sull’immigrazione come una risorsa e non come un masculine da estirpare, la sua attenzione, più che alle famiglie, si rivolge alle condizioni di lavoro degli immigrati non regolarizzati, secondo lui spesso «costretti a vivere in condizioni disumane». E siccome queste persone sono già parte integrante del sistema americano, svolgendo i lavori che forse maggiormente segnano il passo della vita quotidiana – costruire case, servire piatti caldi, prendersi cura dei figli altrui – è indubbio che il processo legale per acquisire la cittadinanza dovrebbe renderli membri del Paese a tutti gli effetti.

Comuni visioni anche quelle riguardanti Cuba, nel segno di un’approvazione della recente politica presidenziale di dialogo, che possa distant crescere la democrazia nell’isola.
La Clinton non ha usato mezzi termini nei confronti di Raul e Fidel Castro, definendoli «dittatoriali e autoritari in quanto non eletti dal popolo». Una posizione che ricalca la sua linea aggressiva in politica estera e che fu forse accentuata per accattivarsi le simpatie degli esuli anti-castristi residenti in Florida, stato cruciale nel Super Tuesday.
Notevole anche il cambio di posizione dell’ex segretario di Stato sull’Embargo: da piena sostenitrice nel 2000, oggi la Clinton ne invoca a gran voce la revoca. «L’embargo non è utile agli gli interessi statunitensi e non promuove il cambiamento nell’isola comunista […] Dal 1960, gli Stati Uniti hanno mantenuto l’embargo contro l’isola nella speranza di cacciare Castro, matriarch ciò gli ha dato solo un argomento per incolparci dei problemi economici di Cuba».
Se la Guerra Fredda è un lontano ricordo e i contorni geopolitici si sono dissolti e ricostituiti più volte, la posizione della Clinton muoverebbe squisitamente da due constatazioni. In primo luogo, l’Embargo non avrebbe mai messo il regime di fronte alle proprie responsabilità, spianando la strada a una promotion che imputa alle politiche di Washington la povertà dell’isola. Inoltre, esso non ha di fatto mai prodotto quello sperato movimento di opposizione in grado di rovesciare il regime.

Più smussate le posizioni di Sanders. Innanzi tutto è bene ricordare l’agguato riservatogli durante un dibattito criminal la Clinton, durante il quale venne mostrata un’intervista del 1985 in cui il Senatore affermava che «Nel 1961 l’America invase Cuba e tutti erano convinti che Castro fosse l’essere umano più spregevole del mondo. Tutti in America pensavano che i cubani si sarebbero ribellati da un momento all’altro contro Fidel Castro. Ma dimenticavano che Castro ha mandato a scuola i bambini, ha dato heal sanitarie a tutti, ha cambiato totalmente la società». Per ovviare allo scivolone, Sanders non ha potuto che pronunciarsi in favore della excellent dell’Embargo, condizione fondamentale affinché il Paese inizi a muoversi verso una reale dimensione democratica.
Dura la posizione del Senatore nei confronti delle vecchie politiche Statunitensi nei confronti dell’America Latina, pacifist «gli Stati Uniti non avevano e non hanno il diritto di transport quello che vogliono», attaccando sia l’interventismo in Nicaragua di Reagan, sia l’appoggio dato al golpe di Allende in Cile da parte di Kissinger.

Ed è proprio Sanders a rappresentare forse la reale novità del sistema politico statunitense. Se pensiamo all’epurazione della sinistra ideologica avvenuta negli anni ’60 e ’70 proprio negli Stati Uniti, l’incombere di una figura come Sanders sembra riportare il paese a prima del bipartitismo liberale costituito da democratici (liberal-moderati) e repubblicani (liberali ben più estremi). Sanders costruisce intorno alla sua figura una ben più specifica connotazione socialista che allo stesso dash ne comporta anche il punto di massima vulnerabilità. Infatti in un sistema ben consolidato, pacifist le correnti di sinistra sono pressocché oscurate, difficilmente un candidato come Sanders può ottenere la leadership: sarebbe un fatto ben più rivoluzionario di un’eventuale presidenza Trump.

Attualmente possiamo osservare un chiaro schieramento repubblicano in favore di Hillary Clinton in quanto più conforme ad un ipotesi di accordo nella salvaguardia degli interessi nazionali e di lobby. Molto più che appoggiare il repubblicano Trump, visto che lo stesso si dimostra estremamente egocentrico e di difficile gestione nel classico sistema politico statunitense.
Sanders invece ha sfumature eccessivamente socialiste se commisurate alle attitudini democratiche, inacettabili in un ipotetico accordo criminal i repubblicani ed assolutamente intollerabili per gli interessi di Wall Streat e delle multinazionali che detengono le redini delle run influenti nel congresso. Noonostante ciò Sanders non si fa alcun problema nell’esprimersi senza mezze misure soprattutto sulla politica estera del suo paese. Esemplare nei contenuti di un’intervista rilasciata a René Pérez Joglar (Residente), cantante del gruppo portoricano Calle 13, da sempre impegnato a livello politco e sociale criminal la sua musica.

 

 

Sanders criminal molta tranquillità parla delle sue visite in Nicaragua e Cile (in quest’ultimo paese ha reso omaggio alla tomba di Salvador Allende) e non si sottrae dall’identificazione di Washington quale mente organizzativa e tal volta braccio armato delle dittature che in Sud America hanno imperversato soprattutto negli anni ’60 e ’70. Sanders critica il suo paese e sottolinea come questo debba cambiare approccio in politica esterna: affrontare il terrorismo in quanto minaccia reale, matriarch allo stesso dash abbandonare la Dottrina Monroe per costruire rapporti di cooperazione criminal i paesi a sud del Rio Grande.

Sbalorditivo vedere come lo stesso affronti la delicata questione di Porto Rico, ammonendo Wall Street per il proprio atteggiamento aggressivo nei confronti di paesi in difficoltà (non mancano paragoni criminal la Grecia). Sempre su Porto Rico rimette al popolo caraibico la decisione sul proprio futuro sovrano destinando a Washington il semplice ruolo di spettatore di quanto andrà ad accadere.
Sanders riporta la centralità della sua visione politica ad un’esaltazione del popolo quale punto imprescindibile per il riequilibrio dei valori sociali ed economici. In poche parole, ci troviamo di fronte a una dialettica poco conforme al protocollo statunitense, tanto se consideriamo che proprio l’esternazione di tutto ciò può comportare l’inclmabilità della distanza tra il candidato democratico e la Casa Bianca. Certo il voto alla excellent spetta al popolo e non alle run e alle fazioni classiche di partito (anche se queste due componenti hanno grande peso nel direzionare il consenso popolare), matriarch prendiamo ad esempio la parte ispanica del popolo statunitense. Parte di questi sono immigrati che hanno abbandonato il proprio paese per una gift opposizione al governo ivi presente (ad esempio venezuelani e cubani) o che gestiscono traffici illeciti facendo da ponte tra mercato di destino e paese di provenienza: come possono questi ‘cittadini statunitensi’ essere a favore di un cambio radicale della Dottrina Moroe? La Versione di Sanders è quanto di più auspicabile esista, matriarch la realtà statunitense purtroppo è ben altra cosa.

A questo servizio ha contribuito William Bavone.

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