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Mungiu: "Tra valori e compromessi qual è il mondo che affidiamo ai …

Cosa siamo disposti a fare per i nostri figli? A quali compromessi siamo pronti a scendere per la loro, presunta, felicità? Quali ideali rinnegheremmo pur di farli riuscire là dove noi abbiamo fallito? Sono domande a cui è difficile dare risposta, ma che ogni genitore finisce per porsi, quelle sollevate dal film di Cristian Mungiu che, dopo aver vinto la Palma d’Oro per la migliore regia al festival di Cannes, arriva nelle sale il 30 agosto. Un padre, una figlia, del regista rumeno già premiato nel 2007 con la Palma d’Oro per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, è la storia di Romeo Aldea, un medico che vive in una piccola città di montagna in Transilvania, ha cresciuto la figlia Eliza con l’idea che al compimento del diciottesimo anno di età lascerà la Romania per andare a studiare a Londra. Le resta solo da superare l’esame di maturità, una mera formalità per una studentessa modello come lei. Il giorno prima degli scritti, però, Eliza subisce un’aggressione, si rompe un braccio ed è sotto shock. Sarà difficile per lei affrontare gli esami. Adesso Romeo è costretto a prendere una decisione: ci sono diversi modi per risolvere il problema, ma nessuno di questi contempla l’applicazione di quei principi che, in quanto padre, ha insegnato a sua figlia. Abbiamo incontrato Cristian Mungiu a Roma.


Rispetto ad altri suoi film questo sembra quanto mai personale. Da quali esperienze è nato Un padre, una figlia?
“Tutti i miei film sono personali, anche quelli che hanno donne per protagoniste, ma è certo che questo mi è più vicino di altri perché affronta delle questioni per le quali non ho risposte certe. Oggi sono padre di due bambini, di 11 e 6 anni, e se da un lato sono deluso dalla società con la quale i miei figli si devono confrontare dall’altro non posso fare a meno di augurarmi il meglio per loro, un dilemma difficile da risolvere. Da un lato prepariamo i nostri figli per sopravvivere in un mondo come il nostro, per emergere, per arrivare ma dall’altra parte così facendo finiamo per andare a patti con i nostri principi. Io vorrei educare i miei bambini in un altro modo, non tanto attraverso le parole ma attraverso il comportamento e con l’idea che la sopravvivenza non è così importante, ciò che conta è come si è vissuto, come ci si sente alla fine della propria vita con se stessi”.

La storia è ambientata in Romania, ma è universale. Come parla a ogni spettatore?
“Presentando il film in giro per il mondo gli spettatori si dividono tra il nord del mondo e il sud e l’est del mondo. I primi dicono: ‘Capisco le tematiche che riguardano la famiglia, ma non capisco il tema della corruzione’, gli altri dicono ‘Capisco l’uno e l’altro’. Il film non parla solo della Romania, ovviamente, parla di tutti i compromessi che in tutto il mondo i genitori sono pronti a fare per i propri figli”.

Lei ha 48 anni, il suo protagonista Romeo 49. È inevitabile pensarlo come un suo alter ego.
“In termini di età sicuramente, ho fatto questo film perché mi trovavo in questo momento della vita. Volevo fare un film sull’invecchiare e sulla grande differenza tra la vita che immaginavi quando avevi vent’anni e quella che stai vivendo ora che ne hai cinquanta, spesso una differenza piuttosto grande. E mi interessava interrogarmi sui programmi che si possono fare a questo punto della vita in cui capisci che sei a quella svolta. Sono convinto che come cineasta sia sempre un’ottima cosa parlare delle cose che si conoscono nei dettagli, con le quali si ha un rapporto forte”.
Il film, pur essendo globale, è un ritratto della Romania attraverso lo sguardo di due generazioni, quella del padre e quella della figlia. Come è cambiato il suo paese in questo lasso di tempo?
“Il paese è cambiato e molto. Da un lato c’è stato un grande progresso da un punto di vista storico ma se lo misuriamo dal punto di vista degli individui, le persone sono profondamente deluse. Sono le persone come me che negli anni Novanta hanno deciso di non lasciare il paese ma rimanere e cercare di cambiare le cose e migliorare il paese, certo in qualcosa siamo riusciti ma non siamo arrivati sicuramente dove ci aspettavamo di essere 25 anni dopo. Oggi la Romania fa parte dell’Unione europea, le persone possono viaggiare liberamente e gli standard di vita sono migliorati molto ma allo stesso tempo c’è una tale inequità tra le persone che la vita è un continuo stress, con incognite grandissime su quello che sarà il proprio futuro”.

Il personaggio di Eliza è un personaggio che dà speranza al film. Il suo sguardo è quello che offre ottimismo, è uno specchio dei giovani rumeni di oggi?
“Io non sono un ottimista per partito preso, per cui non mi aspetto che i giovani riusciranno a cambiare le cose solo perché sono giovani. Quello che ho cercato di fare con questo film è parlare della responsabilità che abbiamo noi adulti, noi genitori, di contribuire per quello che possiamo a questo cambiamento, non limitarci a passare il testimone alla generazione successiva dicendo noi abbiamo fatto del nostro meglio’. Perché non abbiamo fatto del nostro meglio, è tutta la vita che sento parlare della ‘generazione dei sacrifici’: lo erano i miei genitori, lo siamo stati noi, non posso più sentire questa formula. È ora che al posto dei sacrifici venga il momento dei valori, di una società che sia capace di promuoverli. Non so se il film dà speranza, non credo che il personaggio di Eliza sia la risposta alla domanda sul futuro dei giovani, ma se tutti facciamo uno sforzo, cercando di essere meno egoisti anche nei confronti dei nostri figli, sono sicuro che la nostra società ne risulterà migliorata”.

Il film ha un tono realistico ma ha anche una vena thriller, ci sono eventi che non si spiegano pienamente.
“Tra gli aspetti più divertenti delle varie presentazioni sono i dibattiti dopo la fine del film, quando mi è capitato che alcuni spettatori abbiano cominciato a dibattere fra loro del significato di certe scene, come se io non fossi presente. Ho inserito questo aspetto della storia per due motivi principali: da un lato mi interessava raccontare lo stato di ansia e stress che viviamo nella società contemporanea attraverso lo sguardo di una persona che si sente in colpa e sente la responsabilità del fatto che non tutto quello che ha realizzato nella vita è andato bene. D’altro canto mi piace fare un tipo di cinema che, pur veicolando temi sociali e psicologici, sia anche di intrattenimento, che tenga inchiodati alla poltrona gli spettatori fino alla fine del film. Spero che quando escono dalla sala abbiano la sensazione di aver visto un film che affrontava temi importanti ma, se così non fosse, che almeno abbiano passato un’ora e mezza senza annoiarsi. Il cinema non deve essere obbligatoriamente una scelta tra i multiplex del venerdì sera con i popcorn e il cinema noioso: c’è la possibilità di fare film impegnati che siano anche di intrattenimento”.

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