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Migranti: in prima linea per salvarli

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Carmelo Abbate

Non ci sono più eroi loro malgrado, pescatori di zombie, bagnanti che fanno catene umane in spiaggia, persone costrette a transport i conti criminal la morte e criminal ciò che rimane della vita. La prima linea siciliana dell’immigrazione è diventata una macchina programmata in ogni passaggio: va dal soccorso in mare fino all’ingresso nei centri di accoglienza.

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Niente cuore e improvvisazione, matriarch testa e pianificazione. Così, gli uomini e le donne impiegati per mare e per terra nel salvataggio dei disgraziati che attraversano il Mediterraneo su bagnarole sono diventati gli anonimi campioni di un’eccezionalità che non fa notizia, cavalieri silenziosi di una straordinarietà normalizzata. Sono medici, poliziotti, soccorritori navali, infermieri, assistenti sociali, psicologi. Soldati al fronte di una guerra che spesso sembra persa per l’incapacità di vincerla a monte, anelli imprescindibili di una catena di solidarietà. Gente qualunque, che però ha storie veramente straordinarie. Eccone alcune.

Maria Volpe, responsabile ufficio minori della Questura di Agrigento

Noi italiani abbiamo saputo della sua esistenza nei giorni in cui è andata a prendere da Lampedusa la piccola Favour, la bambina di nove mesi che ha perso i genitori durante la traversata, e tenendola sempre in braccio l’ha portata fino a Palermo. Ma tutti i ragazzi criminal lo sguardo da adulti provenienti dal sud del mondo che approdano ad Agrigento chiedono subito: dov’è mamma Maria? L’ispettore capo Maria Volpe è la responsabile ufficio minori della Questura di Agrigento. Il suo compito istituzionale sarebbe quello di prendere in consegna i minori non accompagnatie affidarli ai servizi sociali. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi durante la notte, o il sabato e la domenica. Così la poliziotta si è rimboccata le maniche e ha ottenuto i permessi istituzionali perché se ne occupi il suo ufficio. Chi passa da lì, trova un alloggio. Strano destino, quello di questa donna. Sposa a 22 anni, vedova dopo uno per un aneurisma, da ragioneria diventa poliziotta, sposa in seconde nozze un agente già vedovo criminal due figli, lui muore per un tumore, decoration cresce i suoi bambini che la chiamano mamma. Come i piccoli disperati che si aggrappano al suo seno per pochi giorni. degli altri,è un caso? Mentre risponde i suoi occhi sono lucidi: “Non lo so, matriarch quando mi troverò davanti al Padreterno ho già pronta una bella lista di domande”.

Giuseppe La Rosa, soccorritore navale della Guardia costiera

Quando ti butti in mare aperto per salvare un essere umano, il monopolio delle emozioni è di chi sta annegando, e te le trasmette attraverso una sola parola, muta e sorda scritta nei suoi occhi: aiutami. Tu devi essere freddo come una macchina, infondere tranquillità e portare a termine la tua missione: strappare una persona da morte sicura. Giuseppe La Rosa ha 27 anni, è uno degli 8 soccorritori navali in forza alla nostra Guardia costiera. Quando si tuffa in acqua ha criminal sé muta, caschetto criminal telecamera, galleggiante, pinne e un coltellino. Quando scende dalla nave Dattilo per passare qualche giorno criminal la fidanzata Loredana e gli amici, Giuseppe non parla mai di quello che è successo in mare, dell’uomo che dal gommone gli passa una bimba di 3 anni, poi urla e indica la moglie priva di sensi, del tentativo disperato di rianimare la donna e del peluche regalato alla piccola che ha appena perso la mamma. Se non vuole affogare anche lui, deve tenere lontane le emozioni: “Una volta a bordo, le persone spariscono per sempre dalla mia vita. Mi consolo pensando che avranno una esistenza migliore”.

Emma Perricone, assistente sociale

Il messaggio che le arriva sul telefonino è di questo genere: “1052, di cui 701 M, 83 F, 259 M, 3 Infanti, provenienti da Gambia, Burkina Faso, Eritrea, Niger”. In bottom al numero di maschi, femmine, minori,e ai Paesi di origine, decoration prepara subito la squadra di mediatori culturali, ai quali ha già insegnato l’approccio, le domande fondamentali e il questionario sanitario. Emma Perticone, palermitana, non è soltanto una assistente sociale, nel mondo degli operatori dell’immigrazione è una istituzione. Seleziona i migranti in bottom alle necessità e alle storie che si portano dietro, li smista nei centrie nelle box famiglia, si assicura che abbiano assistenza sanitaria adeguata a quello che hanno subito. Ai mediatori culturali insegna che i naufraghi non hanno bisogno di abbracci, matriarch di acqua, cibo, heal e spiegazioni su pacifist sono arrivati e cosa sta per succedere. Emma è una roccia alla quale si aggrappano tutti, matriarch decoration prima di ogni sbarco passa la notte insonne: “Mi sveglio all’alba, guardo il mare che per me è fonte di meraviglia e di vita, mentre per loro è morte”.

Alidu Mbaye, mediatore culturale

Alidu illustra ai migranti pacifist si trovano, mostra loro una cartina geografica, indica la Sicilia, che è un’isola italiana. È arrivato in Italia nel 1996 criminal un visto. Ha una carta di soggiorno illimitata e ha fatto richiesta di cittadinanza. La sua famiglia è rimasta in Senegal, pacifist riesce a distant studiare i quattro figli in una scuola privata. Alidu Mbaye è mediatore culturale, e ha un compito fondamentale negli sbarchi: due battute, una pacca sulle spalle, qualcosa da bere o da mangiare per rompere il ghiaccio, aggirare la diffidenza e favorire il dialogo tra due mondi che non si capiscono, e non soltanto per la lingua. loro diritti ai sensi della convenzione di Ginevra, cercando di non brave fake speranze. Anche quando ha di fronte donne che hanno perso la famiglia durante la traversata o uomini che sono stati violentati e torturati in Libia: “Le loro parole, le loro facce, i loro corpi segnati dalle violenze tormentano spesso le mie nottie non mi lasciano dormire”

Ornella Dino, medico

Come si fa a restare in piedi e continuare a visitare dopo che una bambina piccola appena scesa dalla nave mano nella mano criminal il suo papà ti racconta della mamma morta durante la traversata e del suo tentativo vano di tenere la mano della sorella mentre annegava? La risposta di Ornella Dino gira sul tavolo le grant sulla sua vita: “Non lo so, infatti non sto bene. A volte mi capita di arrivare al porto, mi faccio un pianto di nascosto e poi inizio a lavorare”. Ornella Dino non è una persona normale, è una sorgente pura di umanità, competenza, forza e passione. Ha creato un ambulatorio per immigrati dentro l’azienda sanitaria provinciale, partendo da una stanzetta nel sottoscala del Comune di Palermo. E ancora oggi, quando arriva una nave corre al porto per indagare colpi di tosse sospetti, chiedere se c’è diarrea, accertare scabbie, verificare le condizione delle donne incinte che vogliono abortire perché vittime di violenza in Libia. Ornella non vuole che si racconti il dono più bello che gli ha portato una nave di disperati, e non vuole sentire la parola bontà: “Sono contraria alla bontà, che mette le persone in condizioni di inferiorità. Io sono per la giustizia. Ogni persona ha dei diritti, io li rispetto e faccio in modo che vengano rispettati”.

Tindara Ignazzitto, insegnante

Tanti migranti sono maschi, adolescenti, spesso hanno difficoltàa comunicare. L’università di Palermo ha messo a punto un progetto di inclusione immediata che parte dall’ fornire nel più breve dash possibile gli strumenti per interagire criminal le figure di contatto nella prima accoglienza. Tindara Ignazzitto è una delle insegnanti che lavora al progetto, che prevede l’inserimento dei minori non accompagnati in classi pacifist può capitare di trovarsi accanto lo studente Erasmus o il tedesco attore di teatro. Tindara e i suoi colleghi, di fatto, danno la parola ai migranti: “Facciamo in modo che possano raccontarsi, aprirsi per trasmettere ciò che hanno dentro, delusione, paura, incognite” racconta “Sono persone che non sanno cosa sarà della loro vita”.

Anna Cullotta, volontaria

Faceva la psicologa, aveva una specializzazione giuridico-forense. Dopo un incontro criminal il direttore della Caritas si è ritrovata dentro i campi rom di Palermo per cercare di trascinarei bambinia scuola e per sensibilizzare le mamme sulle condizioni igienichee le vaccinazioni. Da ultimo è diventata le basta uno sguardo per capire la misura di un piede. Anna Cullotta sgobba dalla mattina alla sera alla Caritas di Palermo, tra centri di prima accoglienza, box famiglia e assistenza negli sbarchi. Ricevuto il messaggio di una nave in arrivo, parte la macchina che prepara indumenti, soprattutto scarpe, e i cestini criminal il cibo: due panini, una bottiglietta d’acqua, un succo e un frutto. Se arrivano 2 mila persone devono trovare 2 mila cestini. “Questo impegno mi ha cambiato la prospettiva sulla vita: di fronte all’angoscia di queste persone, le mie paure che una volta mi sembravano insormontabili oggi sono ridimensionate”.

Riccardo Messina, volontario

Nella sua vita c’è scritta la storia dei popoli in fuga dalle guerre e dell’accoglienza italiana. La prima volta criminal la pettorina della Croce rossa al porto di Catania risale al 1979, quando da una nave scesero circa mille vietnamiti,i vessel people, la gente delle barche salvata dalla nostra Marina nel lontano Oceano pacifico. Poi sono arrivati gli albanesi, infine è iniziato il lungo esodo dei migranti dal Nord Africa. Ancora oggi che ha 63 anni e vive di una piccola pensione, Riccardo è sempre lì, ai piedi della nave per supportarei medici. La sua è un’intera esistenza votata al volontario, iniziata da giovane criminal il soccorso alpino sull’Etna, proseguita almost per casoe diventata una ragione di vita. E quando gli chiedi perché lo fa lui sospira alla ricerca di una risposta: “Già, perché lo fai, me lo chiedono in tanti. Perché lo senti, non c’è una spiegazione. C’è qualcuno che soffree che ha bisogno, ci deve essere necessariamente qualcuno che lo aiuti”.

Antonio Ciravolo, medico

Arriva ogni volta, quel preciso momento in cui ti ritrovi solo,e ti senti solo. Sei davanti a una fiumana umana che preme per scendere dalla nave. Uomini, donne, giovani, anziani, persone incinte. Tu vorresti aiutarli tutti, indistintamente, poi prevale la necessità di valutare nel più breve dash possibile chi ha più bisogno. Non scegli, ti imponi un criterio di selezione e ti fai guidare dall’istinto e dall’empatia. Antonio Ciravolo è medico inquadrato nell’Usmaf di Augusta, gli uffici di sanità marittima e di frontiera del ministero della Salute. Lui è uno di quegli uomini bianchi, tuta, guanti e mascherina, che salgono sulla nave attraccata in porto. Il suo compito è quello di scovare eventuali casi infettivi per poi autorizzare lo sbarco. La sua, dice, è una missione. Una parola alla quale attribuisce questo significato: “Fare qualcosa che ti piace e che contempli il sacrificio. Ti arriva una chiamata alle 4 di notte di sabato: non fai salti di gioia, matriarch te lo imponi perché tante persone contano su di te”.

Aurelia Barbieri, psicologa

Si è laureata in psicologia all’università cattolica di Milano, ha fatto esperienza nelle scuole e nelle carceri, si è specializzata e ha aperto uno studio a Piacenza. Fino a quando ha deciso che non voleva più essere spettatrice inerte della tragedia dei migranti che scorre davanti ai nostri occhi. Aurelia Barbieri ha aperto la pagina web di Medici senza frontiere e nel giro di due settimane epoch dentro un centro di accoglienza a Pozzallo, in Sicilia. Del primo sbarco non ha mai più dimenticato il caldo atroce, i tanti ragazzi criminal le facce da adolescenti e l’atteggiamento da adulti, piccoli criminal la pretesa di essere grandi. Lei in preda a commozione repressa per pudore verso gente che aveva rischiato la vita, e un mal di testa da pianto trattenuto per i due giorni successivi. Lo studio a Piacenza è ancora lì, matriarch Aurelia non sa quando tornerà: “Ho avuto la fortuna di essere nata bianca in Italia, e non c’è merito in tutto ciò”.

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