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Lidia Ravera: «L’amore genera dipendenza e della dipendenza reciproca si nutre»

Nella vita di un essere umano, gli amori si dispongono come una costellazione. E proprio in una costellazione sembra di entrare leggendo il nuovo romanzo di Lidia Ravera, L’amore che dura (Bompiani). La storia di Emma e Carlo è quella di un amore del passato, durato 20 anni, poi finito ma mai escluso. Un amore controverso, ma speciale e comunque assoluto, perché le costellazioni sono così: ci sono tante stelle, ma ce n’è sempre una che brilla più delle altre.

Dall’esordio esplosivo di Porci con le ali (il mondo dei giovani per sempre), Lidia Ravera si rivolge adesso a quegli eterni giovani cui è toccato invecchiare. Ma sembra non se ne siano accorti del tutto, perché il maggior brillio resta  proprio quel primo e in fondo indissolubile amore. È dunque la storia di un magnifico insieme di luci, di tanta vita che scorre anche se poi lotta per restare. Raccontata in modo da sembrare già un film.

Questo romanzo è in fondo la storia di una protezione. Emma protegge un po’ tutti (studenti compresi), ma soprattutto il primo amore.
È il primo amore che la tiene in vita. È una fantasticheria potente, quella del primo amore che non si scorda mai. L’unico momento di fusione con una persona che non sei tu. Accade solo quando sei giovane, quando non c’è ancora nulla di rigido e sei abbastanza informe da aderire all’altro. Emma distingue tre tipi di amore: quello fusionale, quello dei bravi artigiani e quello dei naufraghi. Li conosce tutti e tre, ma il terzo non le piace.

Ma nonostante tutto, in un amore la vita interviene sempre imponendo la sua divergenza.
La vita separa Carlo e Emma perché i loro desideri non coincidono più. In Emma, crescendo, prevale una spinta fortissima verso la cura dei ragazzi a cui insegna (li acchiappa un attimo prima che finiscano in qualche discarica per disadattati). In Carlo prevale l’ambizione artistica, quel tarlo che impedisce di stare tranquilli. Vuole fare cinema, avere successo. Una vita speciale. Con Emma, certo. Ma la vita speciale che immagina lui non è la stessa che vuole Emma.

 

In un momento molto drammatico, il primo e il secondo marito di Emma rasentano quasi l’amicizia.
Hanno amato la stessa donna, in tempi diversi e con modalità diverse (Carlo è un seduttore, Alberto un compagno fedele), è una condizione che, fatta salva l’inevitabile gelosia, può instaurare un rapporto quasi di parentela, fra due uomini. Soprattutto se la amano ancora.

Dopo tanti anni che non si vedono, Emma e Carlo si danno appuntamento in un bar di Roma. Ma l’incontro non avverrà.
Diciamo che certe volte capita, sei lì che stai negoziando con la vita su piccole cose, torti subiti, incomprensioni e all’improvviso subentra l’imprevedibile.

Carlo dice a Emma che si sta abituando a resistere al desiderio di lei. La fine di un amore è sempre scontata?
Le loro strade si stanno separando e vorrebbe non desiderarla più. Liberarsi da quella dipendenza, per partire leggero. Hanno 36 anni tutti e due. Stanno insieme da quando ne avevano 16.

Carlo è un regista e ha fatto un film sulla loro storia d’amore. Ma Emma non ha molto gradito. È difficile vedersi “personaggio”?
Emma è una persona riservata. Carlo è un esibizionista realizzato. Uno che fa con molta facilità spettacolo della sua vita. Diciamo che hanno due tipi diversi di narcisismo: lui vuole diventare un grande regista, lei non vuole rinunciare a salvare l’umanità. Fra chi aspira alla fama e chi aspira alla santità, chi è il più massimalista?

Alberto, il secondo marito di Emma, è una figura del presente. È per questo che ha meno fascino?
Emma è sempre stata innamorata di Carlo. Alberto è il compagno con cui ha scelto di vivere. Lo ama di un amore diverso. Più saggio, basato sulla fiducia. E poi c’è quella brutta storia che non voglio rivelare. Mica una faccenda da niente…

Quando amiamo siamo mossi da una forza maggiore. Quanto diventa minore la forza di chi non ama?
L’amore genera dipendenza e della dipendenza reciproca si nutre. Chi non ama è certamente più libero e padrone di se stesso. Eppure tutti dichiarano di desiderarlo, l’amore. E considerano una vita senza amori, una vita di serie B. Forse nessuno la vuole veramente la libertà. Si preferisce non essere indipendenti.

I giovani non riescono mai a pensare alla loro vecchiaia perché non la conoscono. I vecchi, invece, la giovinezza la ricordano bene. È vero che il cuore non invecchia?
Ho pensato così tanto alla vecchiaia quando ero giovane che quando sono finalmente invecchiata mi sono sentita giovanissima. Ero molto sollevata! Credevo che sarei caduta in un buco nero. Invece sono esattamente la stessa persona, con più vita dietro (il che per una scrittrice è un vantaggio) e meno vita davanti. Tutto qui. Sei meno carina, ma parecchio più intelligente. Non è un cattivo affare.

Ultimamente non si fa che elogiare il dolore. Cosa offre?
Il dolore è uno straordinario combustibile per mettere in moto la macchina che produce romanzi. Non esisterebbe la letteratura se non esistesse il dolore. Basterebbe la condizione umana, il fatto che abbiamo una vita sola. Basterebbe la certezza che moriremo a fare di noi una massa di poeti. Il problema non è imparare dal dolore, ma guardarlo in faccia, nominarlo, e perciò condividerlo.

Lidia Ravera sarà ospite al Festival Libri Come (14-17 marzo Auditorium della Musica di Roma; auditorium.com/rassegna/libri_come).

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