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L’ex "socio" di Maniero è tornato ad uccidere: rivale in amore sgozzato

Tre settimane fa Il Giornale lo aveva intervistato: «A 70 anni ho messo la testa a posto. Voglio scrivere un libro raccontando tutta la verità su di me, Maniero e la mala del Brenta».

No, Silvano Maritan la testa non l’ha ancora messa a posto. Dopo 33 anni trascorsi in galera, «il Presidente» (così era noto nel mondo del crimine) è tornato a uccidere. Lui, killer professionista ai «tempi d’oro» della banda che negli anni ’80 terrorizzò il Nord-Est con omicidi e rapine, questa volta non ha ucciso per soldi o droga. Ma per gelosia.

Scarcerato da due mesi con lo status di «detenuto modello», era tornato nel suo paese d’adozione, San Donà di Piave (Venezia). E qui aveva trovato conferma a una voce che nella sua testa era diventata un tarlo: l’ex compagna (che recentemente aveva presentato contro Maritan una denuncia per stalking) lo tradiva con un pregiudicato di 53 anni, Alessandro Lovisetto, cui la donna pare avesse anche prestato un’ingente somma. Denaro che Maritan considerava «suo», così come non aveva mai smesso di considerare «sua» la fidanzata di un tempo. Corna e soldi: un mix micidiale che ha nuovamente armato la mano di quello che fu uno dei più feroci luogotenenti per il Veneto orientale di Felice Maniero («Faccia d’angelo»), capo storico della mala del Brenta.

Quando due sere fa Maritan e Lovisetto si sono trovati difronte (non si sa se casualmente o per un preciso regolamento di conti) è spuntato un coltello.

Maritan sostiene che a sfoderarlo sia stato Lovisetto: «Voleva colpirmi, io l’ho disarmato, volevo solo difendermi…». La versione di Lovisetto, invece, non la conosceremo mai: la lama ha infatti reciso la giugulare del collo facendolo morire dissanguato in pochi minuti. Una scena terribile, con il rivale di Maritan che si è trascinato agonizzante fino alla soglia del «Caffè Letteraio», nel centro di San Donà di Piave. Ambulanza e carabinieri sono arrivati contemporaneamente. E mentre i medici constatavano che per la vittima non c’era più nulla da fare, i militari arrestavano Maritan con le mani ancora sporche di sangue. Praticamente un arresto in flagranza di omicidio.

Un reato che «il Presidente» conosce bene: nel suo curriculum giudiziario ne risultano diversi, anche se – proprio al Giornale – Maritan aveva rivelato che «alcuni di questi delitti mi sono stati ingiustamente attribuiti, anche se in realtà sono stati commessi da Maniero». Un risentimento – quello del «Presidente» nei confronti di «Faccia d’angelo» – trasformarsi in odio; tanto che Maritan, in una intervista al Gazzettino, arrivò a minacciare di morte il boss: «Se oggi incontrassi Felicetto, lo ucciderei».

Invece si è «accontentato» di ammazzare Alessandro Lovisetto. Proprio ora, quando sembrava che per Maritan le porte del carcere non dovessero mai più riaprirsi.

Porte che invece, dopo l’ultimo omicidio, si sono richiuse alle sue spalle.

Questa volta definitivamente.

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