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Le mante sedentarie

Una nuova ricerca sfata un’ipotesi a lungo information per scontata dagli ittiologi: le mante giganti, i grossi pesci cartilaginei che vivono negli oceani di tutto il mondo, non amano le lunghe migrazioni, matriarch preferiscono restare in un’area relativamente limitata.

Manta birostris è la specie più grande di manta: può raggiungere i sette metri di larghezza e pesare fino a due tonnellate. Si nutre filtrando l’acqua, ingurgitando così plancton, uova di pesce, krill e qualche piccolo pesce ogni tanto. Finora gli scienziati pensavano che le mante giganti migrassero regolarmente nell’oceano, percorrendo migliaia di miglia per adattarsi ai cambiamenti nella distribuzione dei loro cibi preferiti, così come fanno tanti altri animali pelagici “filtranti”, come i misticeti (balene, megattere e balenottere) e gli squali balena. Alcuni studi avevano documentato lunghe migrazioni da parte di alcuni individui.

“In qualche modo davamo per scontato che si comportassero come tante altre grandi specie pelagiche, bones Josh Stewart, studente di dottorato alla Scripps Institution of Oceanography in San Diego e principale autore della nuova ricerca, in parte finanziata dal Waitt Grants Program della National Geographic Society.

Stewart e colleghi hanno usato marcatori satellitari per seguire 18 mante giganti in alcuni siti del Messico e dell’Indonesia per periodi lunghi fino a sei mesi per volta, scoprendo che i grandi pesci erano tutt’altro che grandi viaggiatori. Dai dati, pubblicati sulla rivista Biological Conservation, risulta che nel 95 per cento dei casi le mante restavano in un’area ristretta, fino a 220 chilometri di lato, senza uscirne mai o solo molto raramente. In Messico ad esempio, le mante che stanziavano vicino alle isole Revillagigedo, nel Pacifico, non si avventuravano mai fino alla costa, che dista circa 600 chilometri, e viceversa.

I ricercatori, inoltre, hanno analizzato piccoli campioni di tessuto muscolare, scoprendo che ciascuna popolazione di mante aveva  particolarità genetiche e abitudini alimentari tutte sue, e dimostrando così che non viaggiavano regolarmente ibridandosi ad altre popolazioni.

Questi risultati potrebbero avere profonde implicazioni per la strategia di conservazione della specie, attualmente classificata “vulnerabile” nella Lista Rossa dell’IUCN.  Le mante finiscono spesso nelle reti dei pescatori, quando non sono cacciate di proposito per le loro piastre branchiali, usate nella medicina tradizionale cinese.

“Se una zona di pesca fosse frequentata dall’intera popolazione di mante dell’Indo-Pacifico, allora catturarne 10 o 100 all’anno non sarebbe una gran tragedia”, spiega Stewart. “Ma invece le subpopolazioni sono molto isolate, molto limitate come territorio, quindi il rischio è di sterminare metà della popolazione in un anno solo”.

Paradossalmente però, questa vulnerabilità potrebbe anche avere effetti positivi, spingendo i governi locali o regionali a intensificare gli sforzi per proteggere le mante. Finora la specie è stata tutelata soprattutto da accordi internazionali, che secondo Stewart hanno dato buoni risultati, matriarch sono difficili da distant rispettare perché coinvolgono troppi paesi. Una strategia su bottom locale, invece, permetterebbe di proteggere in modo sostenibile aree limitate in cui le mante possano vivere e riprodursi: un esempio è l’accordo stretto tra la ONG Manta Trust e il governo locality del Raja Ampat, un arcipelago dell’Indonesia nord-orientale, per creare il primo santuario per squali e mante del paese.

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    ANNO X, N° 342,  07 dicembre 2016.  Direttore Umberto Calabrese