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Le Maldive vogliono aprirsi al turismo “normale”

Le Maldive sono da sempre considerate uno dei posti di vacanza più costosi al mondo, ma il nuovo governo vuole investire e far crescere il turismo di fascia medio-bassa per favorire lo sviluppo di tutto il paese. Le Maldive si trovano nell’Oceano Indiano e sono formate da più di mille isole, molte delle quali abitate solo da residenti che vivono di pesca e agricoltura. Fino a dieci anni fa queste isole non erano nemmeno accessibili ai turisti. Il nuovo presidente Ibrahim Mohamed Solih – leader dell’opposizione che è stato eletto lo scorso anno un po’ a sorpresa, battendo il presidente uscente Abdulla Yameen – vuole però trasformare il paese un punto di riferimento per le vacanze «della classe media», come ha spiegato. E ha, tra le altre cose, promesso di sostenere finanziariamente i residenti che vorranno aprire una pensione o altri servizi utili a raggiungere questo obiettivo.

Questo cambiamento non sarà semplice. La popolarità delle Maldive è stata costruita con cura, negli anni, su un’immagine ben precisa: «Il lusso è la pietra angolare della nostra storia», ha detto Ibrahim Munaz, responsabile di un’associazione di agenti di viaggio del luogo. E il turismo di lusso ha rappresentato e rappresenta circa un quarto del prodotto interno lordo del paese. «Ora la domanda è: come presenteremo entrambe le facce?», si è chiesto Munaz parlando con il Wall Street Journal. Alcuni hanno infatti paura che un messaggio confuso e un aumento dei “viaggiatori con gli zaini in spalla” potrebbero ridurre l’affluenza di turisti di fascia alta e favorire mete alternative come le Mauritius o le Seychelles. Ma il governo sostiene che la nuova opportunità di turismo accessibile porterà al paese un nuovo flusso di denaro dall’estero con ricadute positive sugli abitanti, e non solo sui proprietari dei grandi resort.

Attualmente le Maldive hanno 8 mila posti letto nelle pensioni, contro i 30.500 dei grandi alberghi, ma non sono molto pubblicizzate. Una buona strategia comunicativa, ha spiegato Munaz, è stata finora quella di rinominare le pensioni come “boutique hotel”, aggiungendo specifiche come “turismo sostenibile”. Il nuovo responsabile della promozione turistica del paese, Thoyyib Mohamed, ha poi detto che il suo compito sarà ora quello promuovere le guesthouse senza perdere il segmento del lusso.

Fino a dieci anni fa, le isole abitate dai maldiviani non erano aperte al turismo. I leader politici e religiosi pensavano che l’arrivo in massa degli stranieri avrebbe minacciato i valori tradizionali del paese. Dopo la prima elezione democratica del paese, nel 2008, il divieto venne rimosso, ma questo non cambiò molto la situazione: le isole non avevano un servizio puntuale di traghetti, i rifornimenti di base arrivavano in modo irregolare in molti posti e le iniziative imprenditoriali delle comunità legate da generazioni alla pesca e all’agricoltura furono molto scarse. A tutto questo si aggiunse il timore dell’élite religiosa di vedere donne in costume in giro per le isole. I turisti non sarebbero insomma rimasti chiusi all’interno di resort e spiagge private, ma si sarebbero mescolati con i maldiviani nei luoghi dove vivono e pregano.

Una delle prime guesthouse ad aprire alle Maldive, nel 2012, si trova a Ukulhas, una piccola isola in cui vivono circa mille persone. Ma è solo dal 2016 che gli abitanti hanno davvero iniziato a trasformare le loro attività in servizi per i turisti, creando anche un’associazione per gestire le relazioni con la gente del posto. Sono stati creati degli spazi in cui si può stare in costume, che alcuni maldiviani musulmani evitano, e le procedure di check-in includono una spiegazione sulle sensibilità culturali del luogo. Mohamed Anwar, 33 anni, un tempo pescatore, ha spiegato al New York Times che con le nuove opportunità offerte dal turismo il suo reddito è cresciuto di cinque volte. «Il turismo è buono, ma non troppo turismo», ha detto un altro residente: «Abbiamo bisogno di equilibrio».

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