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Le lezioni di democrazia degli USA all’America Latina non valgono …

Proprio così ha commentato a Sputnik Eduardo Villanueva Muñoz, portavoce del comitato per i diritti umani di Porto Rico, la bozza di risoluzione adottata dall’ONU sui territori senza autogoverno.

Il documento rientra nell’iniziativa del governo di Puerto Rico, dei partiti politici e movimenti non ufficiali” per cambiare lo status attuale dell’isola di unione con gli Stati Uniti, senza diritto di voto e approvazione del Congresso. L’attuale ordine delle cose fu fissato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1953, quando San Juan (la capitale di Porto Rico) fu espulsa dall’elenco dei territori per la decolonizzazione.

“Come è ormai già chiaro, si trattava di una menzogna, un inganno della comunità internazionale. Restiamo un territorio non integrato degli Stati Uniti, una colonia. Il governo e l’opposizione cercando di dialogare e costringere il presidente e il Congresso degli Stati Uniti ad affrontare il problema della sovranità di Porto Rico”, ha detto Villanueva.

Secondo l’esperto, l’attuale situazione sull’isola caraibica è una violazione dell’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, che impone ai Paesi membri che controllano territori “in cui la popolazione locale non ha ancora raggiunto la piena autonomia” di garantire “lo sviluppo dei piani politici, economici, sociali ed educativi, un trattamento paritario di questi popoli e la loro tutela contro gli abusi“.

Questa disposizione è in netta contrapposizione con lo status odierno di Porto Rico: il territorio caraibico non riesce ancora a riprendersi dagli effetti devastanti degli uragani Irma e Maria e non può prendere decisioni per accelerare i lavori di ricostruzione, inoltre ha una zavorra, nella forma di un debito di 70 miliardi di dollari, circa il 100% del PIL del 2016.

“L’adozione della legge federale degli Stati Uniti, la cosiddetta legge PROMESA (Puerto Rico Oversight, Management, and Economic Stability Act) approvata dal Congresso nel giugno 2016 e firmata dall’amministrazione Obama, ha portato alla creazione di un Consiglio di controllo del bilancio al di sopra del governo di Puerto Rico, che definisce le priorità, ovvero dove inviare i soldi raccolti”, spiega Vilanueva.

“Queste priorità non hanno nulla a che fare con l’istruzione, la salute, l’occupazione e la sicurezza. — I fondi servono per ripagare il debito estero. Secondo varie stime, ammonta a 72 miliardi $. Alcuni economisti ritengono che diminuirà in modo significativo dopo la rinegoziazione”, ha osservato.

Complessivamente 40 organizzazioni locali e movimenti internazionali si sono rivolte alla commissione speciale per la decolonizzazione per denunciare “il genocidio e terrorismo economico delle multinazionali con la complicità dell’amministrazione americana per prendersi le risorse di Porto Rico, mentre le autorità dell’isola sono costrette ad adottare misure di austerità che portano alla chiusura delle scuole e ai tagli delle pensioni”.

“Gli altri hanno espresso indignazione per la mancanza di supporto a Porto Rico dopo l’uragano Maria nel 2017 ed hanno osservato che il mondo intero ha assistito alla sceneggiata “offensiva” e “beffarda” del presidente Donald Trump, che, dopo l’uragano ha gettato rotoli di carta alla gente”, ha osservato l’ufficio stampa della commissione speciale.

La bozza di risoluzione, che deve considerare l’Assemblea Generale, invita il governo degli Stati Uniti a “concedere al popolo di Porto Rico il diritto all’indipendenza e all’autodeterminazione, nonché l’adozione delle decisioni sovrane su come superare le difficoltà.” Lo scarso campo di manovra delle istituzioni locali è sostanzialmente limitato dalla legge PROMESA.

Un altro fattore è che il debito dell ‘isola “ha tracce di incostituzionalità”, in quanto la Costituzione Porto Rico afferma testualmente che “il governo non può prendere a prestito un importo superiore a quello che può essere raccolto, in caso contrario il debito è illegittimo.”

Vilanueva ha sottolineato il “significato politico” della bozza di risoluzione presentata da Cuba con l’appoggio di Russia, Siria, Bolivia e Venezuela e sostenuta da Ecuador, Anitigua e Barbuda e Nicaragua, in quanto “gli Stati Uniti hanno tradizionalmente sostenuto che Porto Rico è un loro affare interno e che la comunità mondiale non c’entra nulla.”

In questo senso ha ricordato che Washington “interferisce negli affari interni” di Messico, Panama, Colombia, Nicaragua e Venezuela, “dando lezioni di democrazia a ciascuno di questi Paesi.”

“Le risoluzioni, come quella proposta dalla commissione speciale sulla decolonizzazione, servono per ricordare agli Stati Uniti che dovrebbero far pulizia in casa e risolvere il problema coloniale di Porto Rico. La violazione più importante dei diritti umani nel mondo è l’ostruzione dell’autodeterminazione e dell’indipendenza. Quando gli Stati Uniti risolveranno da soli questo problema, allora avranno il diritto morale di indicare la strada agli altri”, afferma Villanueva.

Nonostante l’uragano Maria abbia portato grandi distruzioni a Porto Rico, ha avuto un aspetto positivo: il processo di ricostruzione e la mancanza di partecipazione del governo federale potrebbe “rafforzare la comunità nazionale con una visione politica”.

In questo senso non è così sorprendente che così tante organizzazioni si siano rivolte alla commissione speciale per la decolonizzazione, alla luce della poca trasparenza sul numero delle vittime (67 persone secondo le stime iniziali, oltre mille secondo le stime più prudenti), sulla mancanza di elettricità e di acqua, nonché sulle abitazioni fatiscenti.

“Ci sono persone che hanno paura di uno scenario simile, perché più la gente del posto inizia ad organizzarsi e fare in modo di garantirsi acqua, luce, cibo e lavoro, meno saranno dipendenti dal governo“, ha concluso Villanueva.

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