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L’amore è donna

L’apertura della stagione musicale a Roma, il 27 novembre, e a Milano, il 7 dicembre, vede protagoniste le opere di Puccini e Wagner, con Isotta e madama Butterfly pronte ad affascinare gli spettatori, in due capolavori da non perdere

L’amore, si sa, è il grande motore della vita umana e, di conseguenza, dell’arte. Nel campo del teatro in musica è poi il protagonista assoluto, sia che l’azione si svolga nel passato più remoto che nel presente. Molto spesso è la donna la fonte dell’amore o la  vittima. Creature indimenticabili si sono susseguite nella storia dell’opera, da Medea ed Alcina a Violetta e Rosina, da Mimì a lady Macbeth, da Carmen a Manon.

 

L’apertura prossima della nuova stagione a Roma, il 27 novembre, e a Milano il 7 dicembre, offre l’occasione per riparlarne. Protagonisti sono due compositori di livello come Puccini e Wagner.

 

A Roma (nella foto il teatro dell’Opera), fino all’11 dicembre, è la volta di Tristano e Isotta, con la direzione di Daniele Gatti e la regia di Pierre Audi. Il Tristano wagneriano è da sempre – da quando apparve sgomentando l’Europa nel 1865 – il capolavoro del romanticismo assoluto, totale, spiazzante: il più spinto canto all’amore e alla sua impossibilità, al desiderio di naufragare nel nulla eterno dove finalmente appagarlo. Amore è morte e morte è amore. Wagner rivisita la leggenda trobadorica del Tristan roman, la favola del cavaliere vittima, con Isotta, del filtro d’amore, che sfocia nella passione ineliminabile nel duetto tra i due amanti del secondo atto: un inno lunghissimo alla notte che ricorda la poesia di Novalis.

 

La musica si frange in onde frastagliate, diventa un flusso continuo dove le voci si fondono e si innalzano, è delirio amoroso e mortale che consuma gli innamorati e “droga” l’ascoltatore. Isotta delirerà poi su Tristano morto, morrà dicendo di voler “naufragare/annegare/ inconsapevole estrema estasi”. L’amore è donna e distrugge chi le si avvicina, anche il romantico e leale Tristano.

 

 Dopo il Tristano di Wagner nulla nella musica e nell’arte è stato come prima, egli ha rotto gli argini di ogni schema. Nasce da qui la sensibilità “decadente” che produce Klimt e Debussy, Richard Strauss e Proust, d’Annunzio e Puccini ma è ancora presente nel nostro tempo (da Visconti e Zeffirelli fino all’epigono Sorrentino nel cinema).

 

La Scala di Milano apre con Puccini, il poeta della sensibilità femminile, con Madama Butterfly. Riccardo Chailly la riesplora – caduta alla Scala nel 1904, un duro colpo mai superato dal musicista –, presentandola nella versione originale molto più “giapponese” nei timbri, oggi quasi mai eseguita. Protagonista la soprano Maria Josè Siri, regia di Alvis Hermanis (sino all’8 gennaio).

 

La storia delle quindicenne giapponesina sedotta e abbandonata dall’americano Pinkerton, poi suicida per onore, commuove sempre, anche per l’attualità della violenza sulle donne. Butterfly è la giovinezza violata dal cinismo maschile, la vittima dell’inganno, che resta fedele al sogno d’amore, perchè la sofferenza l’ha fatta diventare donna.

 

Un’opera intima, come sono sempre i lavori pucciniani, delicata, fatta di rimpianti, di struggimenti e di colori tenui, ma capace di mostrare nel dramma la fierezza di cui la donna, quando ama, è capace. Da non perdere, perché siamo di fronte a due capolavori non solo d’arte, ma di umanità.

 

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