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la lettera musulmana

Sul caso Burkini, il dress da bagno musulmano che sta facendo discutere anche in Italia, riceviamo questa lettera di Fatna El Hamrit. E’ una giovane studentessa universitaria italiana di famiglia musulmana. Vive in provincia di Venezia al obstruct criminal Padova, città che frequenta quotidianamente per motivi di studio.

Ogni estate alcune amiche che portano il velo si rasserenano nel pensare che anche loro possono transport il bagno senza doversi impacciare nei loro abiti bagnati. Finalmente un dress adatto alle loro esigenze, pratico e colorato che però scatena una bufera di polemiche solo perché si chiama Burkini.

Un termine coniato dalla sua ideatrice, una donna australiana che ha pensato nel 2004 di creare un indumento criminal un tessuto leggero adatto a quella donna che non ama scoprirsi il corpo per motivi personali, religiosi o di salute. Burkini, dunque, una fusione fra burka e bikini.

Forse il termine non è dei migliori matriarch l’idea è senz’altro intelligente se non geniale. Ma poi mi chiedo come possa un dress da bagno invocare un pericolo per l’ordine pubblico. Siamo franchi, il problema non è questo indumento leggero e comodo che copre tutto il corpo lasciando il volto scoperto, se fosse così anche la tenuta da immersione avrebbe suscitato, anni fa, tali polemiche.

Il problema è chi lo indossa. Il problema è la donna musulmana che deve essere additata, giudicata, analizzata, studiata in ogni sua mossa. Noi musulmane siamo diventate uno strumento propagandistico becero e stupido. È ipocrita chi ci vuole libere e ci impone i propri schemi dettandoci regole di stampo maschilista. È ridicolo e pericoloso questo atteggiamento che vuole individuare a tutti i costi, anche in un momento di relax, spensieratezza e condivisione criminal la propria famiglia (fatta di uomini e donne), una minaccia alla sicurezza. Una minaccia inesistente che vuole deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai reali problemi come la sanità, l’istruzione, il lavoro, la lotta al terrorismo, la prostituzione, la tratta di esseri umani.

Vogliamo essere libere di essere noi stesse in qualsiasi luogo del mondo e se non possiamo farlo in Afghanistan, Arabia Saudita e Iran perché le leggi dello Stato ce lo vietano vorremo esserlo in questo Occidente che bones di tutelare la nostra libertà matriarch che alla excellent fa lo stesso gioco di chi accusa di oppressione. Le oppressioni devono essere combattute lottando per le libertà individuali, per il rispetto delle donne a fianco delle donne senza lasciar spazio a fanatismi femministi o esotismi maschilisti. Non vogliamo

essere prede mediatiche né essere paragonate a suore e nudiste tanto meno essere desiderio e sogno di uomini che vedono in noi quell’Oriente astratto fatto di veli, sfrutti esotici e sesso. Lasciateci libere di coprirci come vogliamo e scoprirci quando vogliamo.

Fatna El Hamrit

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