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«La donna somala» e Lampedusa Il testo mai pubblicato di Dario Fo

DARIO: Dove eravamo rimasti? Ah, alla storia dei tragici sbarchi a Lampedusa, delle sofferenze, delle angherie, le umiliazioni che deve subire questo popolo di disperati, a partire soprattutto dalle donne che, spesso, sono costrette a buttarsi in queste diaspore dai loro paesi, tenendosi il bimbo in ventre o appena nato fra le braccia. Franca ha ricevuto una storia scritta da una ragazza somala di nome Shahriyar, la quale nel suo viaggio verso il cosiddetto sogno di libertà, cioè da noi, verso l’Italia, si trova a vivere un’esperienza incredibile. Una storia disperata, tragica, che si conclude in modo straordinario, che ha del miracoloso. Franca ha fatto tradurre il testo e poi l’ha girato in linguaggio diretto.
Eccovelo, con Maria Chiara:

MARIA CHIARA: Mi chiamo Shahriyar, ho 14 anni. Sono fuggita dalla Somalia, esattamente da Gondar, con un gruppo di clandestini. Dopo il tramonto abbiamo attraversato il confine del Sudan. Nella notte stelle a grappolo nel cielo, gran frinire di cicale che mordevano l’aria umida. Con me c’era una donna, Halìbe, che poteva essere mia madre. Okem, il suo bambino di un anno, le dormiva appeso al collo. Il terreno era pietroso. Halìbe inciampa, io faccio appena in tempo ad afferrare il bambino che sta rovinando a terra con lei. Il piccolo Okem si è svegliato per lo scossone e ora piange disperato fra le mie braccia. Mi sfugge un’imprecazione: «Se ci sentono le guardie siamo rovinate!». Stordita, la madre si alza a fatica… ha sbattuto la testa. Strappa letteralmente dalle mie braccia il bambino e se lo pone con il viso fra i suoi seni. Spalanca la giubba e gli offre il capezzolo perché si acquieti. Con le labbra il bimbo lo afferra e torna tranquillo.

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