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Io donna transgender e la mia famiglia tradizionale

Laura Caruso è una donna transgender che vive a Milano con la propria famiglia “tradizionale”. Padre per suo figlio, madre per chi la circonda, ci racconta nell’intervista seguente il proprio percorso. L’accettazione a 40 anni, l’inizio della transizione medicalizzata e l’interruzione della terapia per motivi di salute. E il proprio impegno militante nel Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” Milano e nei Sentinelli di Milano.

Partire con una domanda sul come e quando hai iniziato a esprimere il tuo essere transgender è sì un classico, ma non posso esimermi dal farla.
Ho iniziato molto presto, diciamo da quando ho dei ricordi. Erano altri tempi e i miei genitori non erano preparati. Tutti abbiamo finto che il problema non esistesse, un po’ come nella storiella britannica dell’elefante nella stanza: c’è un elefante in salotto, ma la cosa è talmente fastidiosa che è meglio fingere che l’elefante non ci sia. A lungo ho cercato di tenere a bada questo disagio; crescendo mi rendevo conto di provare attrazione per le ragazzine, internet non c’era e non avevo ben chiara la distinzione tra identità di genere e orientamento sessuale. Ritenevo di essere un ragazzino che per qualche disturbo mentale aveva di sé un’immagine interiore femminile. Solo molto dopo, intorno ai 40 anni, ho dovuto fare i conti con un fatto tanto elementare quanto complicato da elaborare: chi ci piace non definisce necessariamente chi siamo. Il fatto che mi piacessero le donne non implicava che io fossi un uomo. Sono partita da lì.

Hai quindi cominciato un percorso di transizione, ma ad un tratto hai interrotto la transazione medicalizzata e la terapia ormonale? Che cambiamenti hai notato?
Una volta prospettati i rischi per la mia salute ho deciso di interrompere la terapia. Il mio cambiamento esteriore era stato molto repentino, e il mio aspetto è rimasto lo stesso anche dopo.

Il cambiamento ha in qualche modo inciso sul tuo modo di (rap)presentarti agli altri?
No, a un certo punto gli estranei hanno iniziato a rivolgersi a me al femminile. Non ho lasciato molto spazio ai segni esteriori che si possono definire stereotipatamente femminili, la cosa è avvenuta mantenendo uno stile unisex, la persona che sino a pochi mesi prima per gli estranei era un uomo, a un certo punto è stata individuata come donna. Da anni è così. E io sono felice che sia accaduto: è quello che desideravo.

L’aspetto medico è spesso quello che più interessa a chi non ha dimestichezza con le vite delle persone trans. Mi spiegavi in una chiacchiera precedente che non consideri “gli ormoni” come la parte principale della transizione. Ti andrebbe di spiegare il perché?
Negare che la terapia ormonale e altri interventi – come, ad esempio, la chirurgia o l’epilazione della barba per una trans in percorso MtF, dal maschile al femminile – non siano importanti io credo che possa dar luogo a fraintendimenti. Per me i cambiamenti esteriori e materiali sono importanti, è una mia opinione personale e vanno incontro ai miei desideri. Tuttavia attribuire alla transizione medicalizzata un’importanza centrale è a mio avviso fuorviante. Il modo in cui noi ci identifichiamo in un genere o nell’altro è, io credo, il punto centrale. Puoi fare tutti gli interventi che vuoi, ma prima di tutto sei tu che devi essere convinto di essere chi sei. Per me essere chi sei significa essere chi vuoi essere. Io voglio essere una donna. So perfettamente di non essere una donna geneticamente femmina, ma il mio desiderio era quello di essere riconosciuta come donna e questo è avvenuto. Il fattore determinante è molto più intimo che chimico-fisico.

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Noi ci siamo conosciuti grazie all’attività ne “i Sentinelli di Milano”, che trattano e vivono temi inerenti alla laicità e all’antifascismo. Come vivi la dimensione della militanza e dell’attivismo?
La vivo esattamente come è nello spirito dei Sentinelli di Milano. In questo gruppo molto eterogeneo sono arrivata grazie all’invito che alcune delle persone che hanno costituito il nucleo fondante mi hanno rivolto. Mancava una presenza trans e ho pensato che il mio contributo potesse compensare un po’ questa assenza. Ma nei Sentinelli io non mi sento “la trans”, mi sento un Sentinello come gli altri e il gruppo in questo modo mi ha accolta. Questo è il modo che mi piace, forse sono un po’ idealista, ma amo pensare a un movimento composito, articolato, dove non è importante quali sono le specifiche istanze che porti, ma la difesa di diritti delle persone che si trovano in una condizione di minoranza e difficoltà. L’autodeterminazione del genere o le unioni civili per me sono importanti tanto quanto il rispetto di una legge dello Stato che viene ostacolato da uno strumentale utilizzo dell’obiezione di coscienza o quanto la dignità che si dovrebbe garantire ad ogni essere umano quando chiede in quale modo porre fine a un’esistenza che non è più dignitosa.
E’ vero che occorre lottare in prima persona per i propri diritti, e ci sono molte associazioni che raccolgono le forze per farlo. E’ importante ma non corrisponde al mio “modo”. Io sono più orientata a credere che sia importante affiancare alle specifiche lotte anche un’azione più unitaria. L’idea di lottare solo per i miei diritti personali mi manda in crisi: io voglio lottare anche per i diritti di Max Fanelli e poter contare nella lotta per i miei diritti negati anche sulla compagna eterosessuale dei Sentinelli che ha una famiglia tradizionale.

Sei sposata con una donna e avete un figlio. Come racconteresti il vostro rapporto?
E’ stato molto complicato e continua ad esserlo. Sarei ipocrita e racconterei una favoletta se dicessi che tutto è perfetto e tutto è andato a meraviglia. Tuttavia abbiamo fatto questa strada insieme, e anche se non riuscissimo a continuare per sempre, tuttora siamo una famiglia. Ci occupiamo l’uno dell’altro, ed esiste quello che di solito esiste in una famiglia unita. I nostri vicini non lo sanno, pensano che dietro la nostra porta vivano due lesbiche e un ragazzo. Penso si chiedano di chi sia figlio e dove sia il padre. Il figlio è di entrambe e il padre sono io. Mi fa sorridere, ma la verità è che noi siamo una famiglia tradizionale, molto più tradizionale di quella che strumentalmente si vorrebbe difendere immaginando che le famiglie come la mia siano un abominio.

I ruoli della mamma e del papà come comunemente rappresentati nell’immaginario collettivo, a tuo avviso, prescindono dal genere sessuale?
Noi sentiamo spesso dire che i figli hanno bisogno di una mamma e di un papà, immagino sia una cosa detta in buona fede. Purtroppo non è sempre così, e non c’entrano le questioni LGBTI. A volte il padre manca, o fugge, o non c’è la madre.
Non so dire in generale se i ruoli prescindano dal genere, nella mia famiglia in realtà noi abbiamo mantenuto una distinzione tra ruolo materno e ruolo paterno, come tradizionalmente intesi. Anche il rapporto di nostro figlio con noi segue questo schema. Io sono il padre, mio figlio mi vive come padre e a noi va bene così. Nel quartiere in cui ci siamo trasferiti qualche anno fa c’è una signora anziana, sola, che chiacchiera molto con me e con mio figlio. Lei gli dice sempre “salutami la mamma”, che sarei io. Gli estranei ritengono che io sia sua madre, lo trovo ragionevole. Altrettanto ragionevole trovo che il nostro sia un rapporto tra padre e figlio. Il rapporto che nostro figlio ha con sua madre è diverso, anche più profondo, viscerale.
Detto questo, che rappresenta solo la mia esperienza, io non credo che a un figlio servano due figure genitoriali di genere diverso. Io credo che un figlio possa crescere benissimo con due donne, o due uomini, e anche con una donna sola o un uomo solo. L’esperienza genitoriale è complessa, i ruoli si integrano e c’è molto spazio per le compensazioni. A volte figli di famiglie “normali”, con un padre e una madre, crescono infelici. Con due genitori di genere diverso che vivono una loro vita senza curarsi dei propri figli, se non materialmente. Un genitore è la persona che si prende cura di te figlio. Questa è una dote umana, non femminile o maschile!

Foto: Facebook

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