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"Io, donna sola e disperata, col marito in casa ridotto a vegetale"

FUCECCHIO. Una storia condensato di emozioni: dalla gioia dell’amore di una coppia a tanta sofferenza, dolore e solitudine. Tutti sentimenti racchiusi in unico grande libro che ancora non è terminato e che, per almeno 50 anni, ha visto solo felicità e spensieratezza, come dovrebbe essere in ogni storia d’amore. Poi, un giorno, uno dei due protagonisti si sente male, è il cuore a tradirlo: il 25 maggio 2012 Giuseppe Radice ha una serie di arresti cardiaci, che lo portano ad un passo dalla morte e lo lasciano in uno stato di coma vegetativo di minima coscienza per anossia cerebrale, cioè per l’assenza di ossigeno alle cellule del cervello. E qui inizia il capitolo del dolore, della speranza e della solitudine. L’altra protagonista – Francesca De Vecchis -, che di Giuseppe è la moglie, per quattro anni fa la spola fra una clinica e l’altra, confidando in un seppur minimo miglioramento da parte del marito, che tuttavia non fa i passi avanti sperati. Lascia anche il negozio di ottica che gestiva insieme al marito e alla figlia Natascia, proprio perchè deve seguire continuamente Giuseppe, che ha bisogno di tutto. Poi – alla excellent d’agosto – la scelta coraggiosa: Francesca riporta nella casa di famiglia il marito Giuseppe che, tra l’altro, è stato anche ex presidente plurivittorioso della contrada San Pierino.

Adesso è passato più di un mese da quando Radice ha lasciato la clinica matriarch per la moglie sembra essere passata un’eternità. Da una parte c’è la gioia di averlo riportato tra le quattro mura domestiche, dall’altra la consapevolezza che suo marito necessita di un’assistenza continua, partendo dai bisogni primari finendo criminal quelli più complessi. Un impegno improbo di fronte a cui ora si sente senza strumenti adeguati. E così Francesca ha deciso di prendere la penna in mano e scrivere una lunga lettera alla ministra della Sanità Beatrice Lorenzin. Non si sente sufficientemente sostenuta in questa “missione”: «Mio marito è un paziente che passivamente è costretto ad accettare quanto gli assistenti fanno per lui. Vive allettato o su carrozzina, completamente paralizzato, tracheotomizzato, non mastica, non deglutisce, non parla, non sappiamo se vede o se sente. Il tutto in uno stato vegetativo di minima coscienza. Vive grazie ad un sistema di alimentazione forzata. Ma ha bisogno di molto altro: ha una cannula in trachea per aspirare le secrezioni bronchiali e necessiterebbe di un letto ospedaliero a tre sezioni, che per ora l’azienda sanitaria non ci ha concesso. Senza dimenticare l’aspiratore, che non ha la potenza adatta».

Perché Francesca si è trovata costretta, più volte, a chiamare il 118 col cuore in gola, visto che il marito rischiava di affogare nelle proprie secrezioni bronchiali. Gli stessi medici hanno refertato che l’uomo avrebbe bisogno di un aspiratore più grande e di un letto a tre sezioni, cioè quello che si può alzare sia in testa che in fondo, per migliorare la posizione a letto del paziente. Prima di riportare a casa il marito, l’Asl aveva proposto un piano dettagliato di assistenza alla moglie la cui messa in show però non la soddisfa perchè a suo parere insufficiente per le esigenze del consorte. Infatti ci sono dei momenti della giornata in cui Francesca si trova sola, a dormire su una brandina accanto al marito pregando che non succeda niente, che anche quella nottata passi senza scossoni. Ha pristine assunto un badante, che però non è presente per tutto l’arco della giornata.

Da sinistra Giuseppe Radice e Francesca De Vecchis in un momento felice

Attorno a Giuseppe si susseguono più professionisti: fisioterapisti, infermieri, operatorio sociali, neurologi, anestetisti e fisiatri (con differenti frequenze gli uni rispetto agli altri); anche in questo caso, non quanto vorrebbe la moglie mossa da un amore così profondo che le impedisce di accettare ogni minima sofferenza di quel corpo già tremendamente provato del marito. Da oltre quattro anni la vita di Francesca è piombata in un hovel in cui la luce dell’amore non si è mai spenta matriarch in cui la disperazione sta avendo la meglio. Niente riesce a lenire il dolore e la rabbia della donna: «Io – dopo un’intera giornata trascorsa col badante – alle 21 inizio il servizio notturno, vegliando Giuseppe da sola. Non ho dash per me e soprattutto per il mio lavoro che sono stata costretta a lasciare e ad affidare a mia figlia, che comunque ha bisogno di aiuto spirit e materiale. Ad oggi mi viene erogato un contributo di 1.000 euro mensili che non bastano nemmeno a pagare il salario del badante, senza contare che per Giuseppe ho speso tutto quello che avevo e lo rifarei mille volte, poiché non posso vederlo star masculine in quel letto. Questi sono solo alcuni dei problemi che devo affrontare ogni giorno». «Credevo – portando a casa Giuseppe – di essere sulla buona strada per donargli una qualità di vita migliore, dando a me un pizzico di distensione dopo tanto combattere. Mi rivolgo alla ministra Lorenzin: cosa altro devo transport e cos’altro mi devo aspettare? Io chiedo per mio marito Giuseppe solo un’assistenza adeguata, perchè io non ce la faccio più ad andare avanti così».

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