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Il rammendo dell’Italia ricomincia da Milano

Mentre riecheggia la retorica delle grandi opere, da qualche parte in Italia si lavora di fino: piccoli interventi nelle periferie. Ieri, dopo un anno di lavoro sul campo, una festa tra mercati e palazzi popolari degli Anni 30 ha salutato la presentazione del progetto di rammendo del Giambellino, il quartiere milanese cantato da Gaber nella Ballata del Cerutti. 

 

L’elaborazione della «teoria del rammendo» si deve all’architetto Renzo Piano. Nell’agosto 2013, nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, annuncia il suo progetto e conia la sigla «G124», che poi è la stanza senatoriale che gli viene assegnata, la numero 24 al primo piano di Palazzo Giustiniani. Ogni anno Piano paga con la sua indennità gli stipendi di sei giovani architetti, scelti tra seicento curricula e coordinati da due tutor, che s’impegnano a elaborare con i cittadini microprogetti per periferie.  

 

Il rammendo come antidoto al degrado nazionale. L’ufficio senatoriale di Piano si riempie presto di pannelli alle pareti, un tavolo di compensato, schizzi, appunti, rendering, mappe, colori. Uno studio di architettura, ma nel Palazzo. 

 

Il primo esperimento del gruppo G124 ha toccato Torino, Roma e Catania. Un «parco senza nome» a Borgo Vittoria rivitalizzato con piccole strutture in legno; la riqualificazione di un viadotto ferroviario a nord-est della Capitale; orti sociali e luoghi per il gioco nella lugubre new town di Librino. Se ne trova un ampio resoconto nella monografia «Periferie», scaricabile dal sito renzopianog124.com.
 

 

Poi è toccato a Milano. Il Giambellino è un quartiere interessante. Principio di periferia, segnato nel suo sviluppo lineare, lungo un asse viario di due chilometri, dalla duplice immigrazione: negli Anni 50-60 dal Sud Italia, dagli Anni 90 dal Sud del mondo. Piazza Napoli e la circonvallazione della famigerata linea di filobus 90-91 (un melting pop non sempre gradevole) la separano da uno dei quartieri modaioli, alle spalle di Porta Genova e dei Navigli, rigurgitante loft, show room, hotel di design, ristoranti di tendenza, e impreziosito di recente dallo scintillante Museo delle culture disegnato da David Chipperfield nell’ex area Ansaldo. 

 

Al Giambellino la manutenzione non si fa da settant’anni e negli ultimi tempi le tensioni sociali per gli sgomberi delle case occupate abusivamente sono cresciute. Il primo intervento degli architetti G124 è l’abbattimento di una parete e la costruzione di una pedana esterna per legare il mercato al quartiere. Spiega Piano: «Abbiamo cominciato a lavorare abbattendo il muro che separava il mercato dal parco e aprendo le recinzioni che dividono i cortili dei caseggiati, creando così spazi condivisi dove incontrarsi e conoscersi; perché le barriere fisiche sono anche mentali». 

 

Nel progetto ci sono anche passerelle per collegare le stazioni della metropolitana e sentieri tra luoghi di interesse pubblico come la biblioteca e la «casetta verde». I residenti hanno ricevuto un «kit del rammendo» per cortili degradati e palazzi in abbandono. «Abbiamo ascoltato gli abitanti – racconta Piano – e individuato le scintille presenti sul territorio che possono innescare il ciclo virtuoso della rigenerazione». 

 

Lontani dalla ribalta mediatica garantita dall’autorevolezza di Piano, gli architetti che praticano il rammendo urbano sono molti. Microcantieri partecipati si sperimentano in diverse città. A Torino la ventennale esperienza di Borgo Campidoglio è un esempio di successo. È la rivincita di quella che Marco Ermentini, uno dei tutor scelti da Piano a Milano, definisce «architettura timida».  

Il rammendo è un concetto di enorme presa popolare: riconcilia con l’architettura drogata da due decenni di conformismo e archistar, offre insperati spazi di socialità, cura solitudini di massa. Nell’ultimo esame di maturità, è anche diventato la traccia di un tema, con una citazione di Piano. Vladlena Scrob, studentessa moldova che vive a Roma, ha vinto un premio descrivendo un ciliegio in fiore accanto ai cassonetti dell’immondizia del suo quartiere, la Borghesiana. 

Conversando con gli architetti che promuovono queste iniziative e con i cittadini che le sposano, risuonano parole come resilienza, collaborazione, ascolto, condivisione. C’è molta politica, nell’idea di Piano. Solo i politici non se ne sono ancora accorti. 

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