Home / Viaggi / Il Papa e le “spine” ortodosse

Il Papa e le “spine” ortodosse

Le rotte dei prossimi viaggi in agenda di Papa Francesco sono fatalmente destinate a incrociare la tempesta che scuote le Chiese ortodosse di matrice bizantina. Una bufera finora concentrato in Ucraina, ma che potrebbe presto allargarsi risucchiando nel suo vortice altre lacerazioni – latenti o conclamate – che già segnano il corpo dell’intera l’Ortodossia.

 

Il rebus macedone

Ieri è stata annunciata ufficialmente la visita di Papa Francesco in Romania (31 maggio-2 giugno). Ma prima, nello stesso mese tradizionalmente dedicato alla Madonna (5-6 maggio), il Vescovo di Roma compirà un viaggio lampo in Bulgaria e Macedonia, incrociato una delle faglie di frattura dove si scaricano con più veemenza le tensioni intra-ortodosse.

Lungo la storia, le comunità ortodosse degli attuali territori macedoni sono state sottoposte alla giurisdizione della Chiesa bulgara e poi a quella diretta del Patriarcato ecumenico, per poi passare – a partire dai primi decenni del Novecento sotto la direzione della Chiesa ortodossa serba. Nel 1967, i metropoliti macedoni decisero di staccarsi dal Patriarcato serbo e di proclamare la propria autocefalia (indipendenza).

Da allora, e fino ad adesso, nessuna altra Chiesa ortodossa ha riconosciuto la legittimità canonica della “scismatica” Chiesa ortodossa macedone. Negli ultimi anni, i gerarchi ortodossi macedoni hanno cercato di riallacciare la comunione almeno con la Chiesa bulgara, dichiarandosi disposti a riconoscerla come propria “Chiesa madre”.

Fino a quando, a fine maggio 2018, mentre era già iniziata la controversia tra Costantinopoli e Mosca intorno al progetto di autocefalia dell’Ortodossia ucraina, lo stesso Patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha annunciato di voler farsi carico anche della “questione macedone” (dopo aver ricevuto anche una lettera in cui anche il Primo ministro di Macedonia, Zoran Zaev, dichiarava di sostenere la richiesta di autocefalia degli ecclesiastici del suo Paese).

Ora che tutti i membri del Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli hanno firmato il Decreto di concessione dell’autocefalia alla nuova Chiesa ortodossa ucraina indipendente dal Patriarcato di Mosca, esponenti della Chiesa ortodossa serba ipotizzano (e temono) che lo stesso schema possa ripetersi in Macedonia, con il patriarca ecumenico disponibile a rilegittimare canonicamente gli ortodossi macedoni “scismatici” e a concedere loro piena indipendenza del Patriarcato serbo.

Forse anche per questo il patriarca ortodosso serbo Irinej è stato finora uno dei Primati ortodossi più decisi nello stroncare la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina, chiamando in causa nel suo messaggio di Natale «sciovinisti arrabbiati, russofobi guidati da politici corrotti» che «con l’appoggio degli uniati e purtroppo anche con la partecipazione non canonica del Patriarcato di Costantinopoli hanno approfondito e allargato gli scismi esistenti, e hanno gravemente danneggiato l’unità dell’intera Ortodossia». 

Riguardo al nuovo interventismo del Patriarcato ecumenico nelle situazioni controverse che alimentano contrasti e tagliano fuori dalla comunione ortodossa gruppi consistenti di fedeli – come è avvenuto per decenni nei casi citati dell’Ucraina e della Macedonia -, diversi analisti hanno richiamato l’attenzione su un passaggio del Tomos per l’autocefalia ucraina che sembra riconoscere alla Sede costantinopolitana robuste prerogative di guida e orientamento nei confronti delle singole Chiese ortodosse.

«Nel caso di grandi questioni di natura ecclesiastica, dottrinale e canonica», si legge nel decreto di concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina «il Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina deve, a nome del Santo Sinodo della sua Chiesa, rivolgersi al nostro santissimo Trono patriarcale ed ecumenico, cercando il suo parere autorevole e il suo appoggio finale». 

Reazioni e esitazioni

Dopo la consegna del Tomos di autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina da parte del Patriarcato ecumenico, un esplicito sostegno alla nascita della nuova Chiesa ucraina è stato espresso dal Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che in una dichiarazione datata 11 gennaio lo ha descritto come «un risultato storico per l’Ucraina impegnata a delineare il proprio futuro».

Anche l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, primate della Chiesa greco cattolica ucraina, ha salutato con grande trasporto la nascita della Chiesa ortodossa ucraina autocefala, valorizzandola come passo positivo verso il ripristino della piena comunione tra tutte le Chiese ucraine: «Oggi – ha detto in un’intervista-manifesto il capo dei greco-cattolici ucraini – ogni sforzo deve essere fatto non solo per superare la divisione all’interno dell’Ortodossia ucraina, ma anche fare seriamente teologia, pregare e lavorare per ripristinare l’originaria unità della Chiesa di Kyiv nei suoi rami ortodosso e cattolico. E proprio la Chiesa greco-cattolica ucraina porta la mistica memoria ecclesiale del cristianesimo indiviso del primo millennio.

Oggi, anche se viviamo in piena comunione con il Successore dell’apostolo Pietro, consideriamo come nostra Chiesa madre la Chiesa dell’antica Costantinopoli». 

Invece le altre Chiese ortodosse, a parte il Patriarcato di Mosca, non hanno ancora espresso sulla proclamata autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina reazioni ufficiali legittimate dal pronunciamento dei rispettivi sinodi.

Alcune Chiese ortodosse, come quella di Grecia, hanno annunciato che la questione verrà affrontata nelle prossime riunioni sinodali dei propri vescovi. Mentre alcuni primati hanno già manifestato contrarietà alle modalità con cui l’autocefalia è stata concessa e allarme per le sue potenziali conseguenze.

Yohanna X, patriarca della Chiesa greco ortodossa d’Antiochia, ha scritto il 31 dicembre una lettera indirizzata a Bartolomeo, nella quale invitava il patriarca ecumenico a «non prendere alcuna decisione che non esprima il consenso delle Chiese ortodosse autocefale», ricordando che «è irragionevole porre fine a uno scisma a scapito dell’unità del mondo ortodosso».

Dopo la consegna del Tomos di autocefalia al Metropolita ucraino Epiphany, gli sforzi di persuasione delle parti in causa si sono concentrati anche sul Patriarcato di Gerusalemme: alcuni vescovi della nuova Chiesa autocefala ucraina hanno annunciato l’intenzione di visitare la Terra Santa nella speranza di poter concelebrare con il patriarca greco ortodosso Theophilos e con altri vescovi del Patriarcato di Gerusalemme, anche per attestare in questo modo la propria legittimità canonica.

Neanche il Santo Sinodo del Patriarcato di Gerusalemme ha diffuso finora dichiarazioni pubbliche intorno agli sviluppi finali della crisi ucraina. Ma in precedenza, proprio il patriarca Theophilos aveva sempre indicato come unico primate ucraino legittimo il metropolita Onufry, capo della Chiesa ortodossa ucraina vincolata canonicamente al Patriarcato di Mosca, rimasta fuori – con i suoi circa novanta vescovi – dal “Concilio di unificazione” che il 15 dicembre ha eletto il metropolita Epiphany come primate della “nuova” Chiesa ucraina autocefala.

Nei giorni scorsi lo stesso Theophilos ha incontrato di nuovo il metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, in visita nella Città Santa. 

Il Papa e le “spine” ortodosse

Preparandosi a viaggiare tra Bulgaria, Macedonia e Romania, il Vescovo di Roma non sembra temere il rischio di rimanere irretito nei conflitti che lacerano gli ortodossi.

L’indicazione papale che la Chiese cattoliche non devono «immischiarsi» nelle «cose interne» dell’Ortodossia – ribadita dallo stesso Papa Francesco lo scorso 30 maggio, durante un incontro con una delegazione del Patriarcato di Mosca – ha contribuito a creare una situazione paradossale: tutti i capi ortodossi, mentre si dividono tra loro, guardano con affetto di fratelli al vescovo di Roma. Si fidano di lui.

Contano sulla sua vicinanza. La Chiesa di Roma, in questo momento difficile, offre comunque nella carità il suo servizio all’unità anche a vantaggio di tutte le Chiese d’Oriente.

E lo fa senza schierarsi da una parte o dall’altra, senza giocare di sponda con le difficoltà altrui per riaffermare preminenze, e senza rivendicare ruoli da “arbitro” dei conflitti ecclesiali.

Per queste vie inedite può essere custodito in speranza il desiderio di tornare alla piena comunione sacramentale tra cattolici e ortodossi.

Anche in un momento in cui i cammini già collaudati del dialogo ecumenico vengono oggettivamente resi impraticabili dalle divisioni interne all’Ortodossia. E le sofferte lacerazioni ortodosse rischiano di rendere astratti e idealistici anche certi appelli a applicare sistemi di organizzazione “sinodale” della prassi ecclesiale.

.

Leggi Anche

Costa adriatica: cosa vedere in 10 tappe

“Costa adriatica” è per centinaia di migliaia di italiani sinonimo di mare, lunghe spiagge sabbiose …