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Il codice rosa: supporto, accoglienza e assistenza alla donna vittima …

Stando alle linee guida proposte dall’Oms per contrastare il fenomeno, anche gli infermieri recitano un ruolo chiave.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce la violenza come un problema di salute pubblica sia per la sua elevata diffusione a livello mondiale sia per le conseguenze che comporta a breve e a lungo termine. Per tale motivo sostiene che il comportamento violento e le sue conseguenze si possano prevenire attraverso la conoscenza del fenomeno, nelle sue norme e nei suoi protocolli con i relativi interventi.

Sebbene negli ultimi anni sia stata posta maggiore attenzione al fenomeno, i dati a disposizione in Italia sono ancora relativamente pochi, frammentati e secondo le ultimi indagini dell’Istat sono quasi 7 milioni le donne che hanno subito nella loro vita un episodio di violenza fisica o sessuale.

Alla luce di tali riscontri, l’Oms ha voluto dare una definizione del fenomeno per meglio comprenderlo: ”Qualsiasi atto sessuale, tentativo di ottenere un rapporto sessuale, richieste o sessuali indesiderati […] da parte di qualsiasi persona, a prescindere dal suo rapporto con la vittima, in qualsiasi contesto, tra cui la casa e il lavoro (anche se non è limitato a tali contesti)”.

Se confrontiamo i nostri dati con quelli mondiali forniti dall’Oms, circa il 30% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale a opera del partner, mentre circa il 7% da una persona differente dal partner. In Europa, secondo lo studio di un ente francese (FRA), circa il 2% delle donne ha subito una violenza nei 12 mesi precedenti le indagini, mentre circa il 33% ha subito violenza durante la vita.

I dati sempre più allarmanti hanno suscitato la necessità di arginare e intervenire sul fenomeno. E così, nel 2013, l’Oms ha sviluppato delle linee guida, basandosi su evidenze scientifiche per orientare i servizi sanitari e quindi anche gli operatori a rispondere ai bisogni delle donne vittime di violenza. Queste linee guida sostengono che i servizi sanitari debbano offrire un supporto di I livello qualora i professionisti sanitari vengano a contatto con donne che dichiarano di aver subito violenza, quasi sempre i primi testimoni al pronto soccorso, ai quali le donne si rivolgono.

L’accoglienza al pronto soccorso è un momento estremamente delicato in quanto l’operatore di triage accoglie la paziente e la accompagna in un luogo riservato e lontano da possibili intrusioni, raccogliendo le informazioni necessarie alla registrazione dei dati (se la paziente vuole fornirli) e avvertendo immediatamente il team costituito da diverse figure professionali (infermiere, ostetrica, medico di pronto soccorso, chirurgo, ginecologo, psicologo, ortopedico, assistente sociale, rianimatore), che prenderà in carico la paziente, seguendola in tutto il percorso. Tutti gli operatori sanitari coinvolti avranno un approccio alla vittima adeguato e debitamente formato, mai minimizzante, enfatizzante o interpretativo.

L’operatore, quindi, non deve essere giudicante, ma supportivo e validante rispetto a ciò che la donna dice. Deve fornire assistenza pratica, ascoltare la storia della donna con attenzione, senza fare pressioni affinché parli, fornendo informazioni utili. I servizi devono garantire che la consultazione sia condotta in privato, rispettando la privacy e la riservatezza della donna.

Due strumenti che l’infermiere possiede sono il silenzio e l’ascolto attivo. Sembrano antitetici ma in realtà sono due facce della stessa medaglia, in quanto l’ascolto è attivo e implica che vada a recepire quelli che sono i bisogni della donna e a mettere in atto un’assistenza personalizzata, un sostegno di tipo professionale.

Gli interventi previsti e quelli medico sanitari eseguiti si caratterizzano per esami infettivologici: screening per le malattie sessualmente trasmesse, consulenza psicologica, profilassi, raccolta di materiale genetico, medicazioni, interventi terapeutici.

Perché proprio l’infermiere in questo primo anello della catena? Il codice deontologico del 2009 ci fornisce le risposte all’articolo 33: ”L’infermiere che rilevi maltrattamenti o privazioni a carico dell’assistito mette in opera tutti i mezzi per proteggerlo, segnalando le circostanze, ove necessario, all’autorità competente”. Ma anche all’articolo 41:”L’infermiere collabora con i colleghi e gli altri operatori di cui riconosce e valorizza lo specifico apporto all’interno dell’equipe”.

Ecco dunque un decalogo di interventi che il professionista sanitario con autonomia e metodologia professionale attua per svolgere efficacemente un’assistenza mirata alla donna:
– Rispondere alle necessità di accoglienza e assistenza delle donne vittime di violenza;
– Garantire una corretta raccolta degli elementi di prova attuando un percorso condiviso con l’Autorità Giudiziaria.
– Proporre schemi di profilassi verso le malattie sessualmente trasmesse.
– Assicurare alla dimissione una rete di sostegno attorno alla vittima, con particolare riguardo al suo stato psicologico, per avviare il percorso di superamento del trauma subito.
– Rendere consapevoli tutti gli operatori che la qualità del loro intervento può favorire o pregiudicare il successivo iter della vittima.
– Evitare che la paziente sia costretta a raccontare l’accaduto più volte ed ad operatori diversi.
– Non rimuovere gli indumenti della paziente in modo inappropriato.
– Evitare di detergere immediatamente graffi e morsi che possono contenere fonti di materiale genetico.
– Valutare la dimissibilità della paziente.
– Valutare il possibile rientro a domicilio (in caso contrario attivare accoglienza presso case-famiglia).
– Attivare il follow-up clinico e di supporto psicologico.

Un ultimo accenno va dato al Centro Dafne contro la violenza sulle donne, che negli ultimi tempi è ormai operativo in varie città italiane: da Torino a Firenze, da Rimini a Napoli, la rete preposta per l’ascolto e il sostegno psicologico rivolto alle donne vittime di violenza si sta ormai consolidando per dare alla donna un percorso di cura attento e dedicato, grazie alla collaborazione di numerosi professionisti che insieme, con delicatezza e sensibilità, offrono accoglienza e sostegno alle donne vittime della più vergognosa violazione dei diritti umani.

Anna Arnone

Sitografia:
http://www.who.int/violence_injury_prevention/violence/en/
http://www.ipasvi.it/norme-e-codici/deontologia/il-codice-deontologico.htm
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/00251l.htm

 

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