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Humanae Vitae, un “dono” per la dignità del rapporto sponsale

La dignità e la natura del matrimonio trova ed ha il suo fondamento prima che nella Rivelazione biblica proprio nel diritto naturale. La stessa unità ed indissolubilità tra un uomo ed una donna nel patto nuziale sono intrinseche proprio al diritto naturale e da lì ricevono la loro valenza oggettiva ed etica. Tutto ciò che la Rivelazione cristiana offre parte e perfeziona sia l’ordine morale che il diritto naturale. La stessa affermazione del Rabbi Galileo riportata da Matteo circa la questione propria dell’indissolubilità in rapporto al caso di adulterio, si rifà «all’inizio non fu così» (Mt 19,8), che significa appunto un richiamo che è «prima ed oltre» a quello che Gesù chiama «causa della durezza del nostro cuore».  

 

Scindere l’unità e l’indissolubilità del vincolo sponsale del diritto naturale, significherebbe inficiare l’essenza stessa del patto coniugale. La sacramentalità del matrimonio non può prescindere da ciò che esso è «naturaliter» nel modo e nella sostanza. Annunciato ed accolto questo principio fondato sull’amore tra un uomo ed una donna nella realizzazione di un mutuo aiuto, nella fedeltà e nell’apertura alla vita, certo è possibile anche, a causa della fragilità umana, cogliere delle eccezioni che ovviamente confermano la norma. 

 

Questo è ciò che suggerisce l’Amoris laetitia, in questo contesto socio-culturale, senza con ciò rinunciare alle proprietà naturali e sacramentali del matrimonio. Paolo VI nell’Humanae Vitae, coglie il messaggio del Concilio Vaticano II al n.50 della Gaudium et Spes, dove si sottolinea che «il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole (…). I coniugi, nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerato come la loro propria missione, sappiano di essere cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità» (GS n.50). 

 

Questo pronunciamento del Concilio è ben presente a Paolo VI che, valutando il prezioso lavoro della Commissione da Lui allargata e delle consulenze esterne da Lui richieste a Conferenze episcopali e ad alcune coppie di coniugi, offre la sua risposta-indicazione, al di fuori del criterio dell’«infallibilità pontificia» – come da Lui stesso espresso – quale magistero straordinario nell’Humane Vitae. La preoccupazione di Paolo VI non fu di piacere ad alcune “cordate” o di spiacere ad altre, ma quella di concretamente inserire il criterio dell’amore non appiattito sull’eros, bensì su quell’agape che dà dignità alla relazionalità affettivo-sessuale propria della coppia uomo e donna nei diritti-doveri del matrimonio

 

Con la sottolineatura della paternità e maternità responsabile, Paolo VI desidera indicare nella vita sessuale-affettiva degli sposi quella dignità della persona, quale essere razionale e relazionante, che deve saper essere superiore agli appetiti del senso e rapportarli al bene di entrambi nella dignità del rapporto affettivo-sessuale con quella responsabilità che, se non può essere aperta alla vita «per giusta causa», tuttavia deve essere vissuta nella dimensione dei metodi naturali. 

 

Certamente fu un gesto coraggioso, vista la concezione di una certa etica possibilista nei confronti della contraccezione anche all’interno della Chiesa. Paolo VI era consapevole che la sua decisione avrebbe provocato delle obiezioni. Volle rifletterci, consultare teologi e coniugi al di fuori degli organismi. Tenne sul suo inginocchiatoio della Cappella dell’appartamento privato i vari pareri. Li lesse e rilesse con il suo Segretario le sere dopo la compieta e dopo aver sbrigato i documenti della Segreteria di Stato. Chiese tramite monsignor Macchi a Madre Candida, badessa del Monastero delle Romite ambrosiane della Bernaga, di pregare e far pregare per un’intenzione particolarissima, che era quella di essere «ispirato» ad offrire ai coniugi ciò che è conforme alla dignità di persone e di cristiani. Si consultò anche con Jacques Maritain, con il teologo Carlo Colombo e soprattutto con la sua coscienza di Successore di Pietro, che ha la missione di confermare i fratelli

 

Ciò che guidò Paolo VI nella scelta della sua decisione fu la convinzione che il matrimonio tra un uomo ed una donna è innanzitutto un «patto» risalente e proprio del diritto naturale e dell’ordine morale, che precedono e sono fondamento etico e giuridico di qualsiasi altra lettura confessionale. 

 

Ora, proprio nello spirito del Concilio Vaticano II che nella Gaudium et Spes afferma che «Cristo è Colui che rivela all’uomo tutto l’uomo… e ad ogni uomo» (n.22), Paolo VI intende richiamare le “osservazioni” del Rabbi Galileo sull’unità ed indissolubilità del matrimonio e della dignità dei rapporti tra i coniugi, aventi come fondamento non l’eros ma l’amore agapico e rispettoso della sensibilità e della onorabilità dell’atto coniugale, mai privo di responsabilità e di dignità. Ciò è ovviamente legato a quel dono connaturale che è il libero arbitrio, proprio di ogni persona, garanzia dell’umanità di un atto e della sua retribuzione morale.  

 

Paolo VI ha fatto con l’Humanae Vitae un dono grande alla umanizzazione e alla dignità della sessualità sponsale

 

Vicario episcopale per il laicato e la cultura della Diocesi di Trieste
 

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