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“Ho ucciso mia moglie per amore, me lo ha chiesto lei”. Giudice di …

“I killed for love”. L’aveva detto subito e l’ha sempre ripetuto di averla uccisa solo per amore, fino a convincere il gup di Alessandria che l’ha quindi condannato alla pena più bassa possibile con il rito abbreviato: quattro anni e mezzo di carcere. Albert Gunter Schleicher Lindmeier, 53 anni, tedesco di professione art designer, amava profondamente sua moglie, Heidi Catarina Lindmeier, psicologa della stessa età. Nessun rancore o crisi di coppia. Avrebbero solo voluto morire insieme, il 19 ottobre 2016 e per questo lui l’ha strangolata con un cavo elettrico in un bosco dell’Alessandrino, al termine di una vacanza di due settimane passate in Liguria.

Il pm Fabrizio Alessandria lo accusava di omicidio volontario premeditato e aggravato dal vincolo coniugale. Ma l’avvocato difensore Maurizio Chiarito è riuscito a ottenere la riqualificazione del reato in “omicidio del consenziente”, pur senza una prova regina dell’assenso dato dalla donna nel voler essere uccisa, ma portando una serie di indizi che alla fine hanno convinto il giudice Tiziana Belgrano a credere che davvero l’uomo avesse soffocato la moglie solo per amore.

Sulla strada del ritorno, da Imperia verso Berlino, Albert ed Heidi avevano guardato a lungo la cartina. E poi avevano deciso il posto dove morire: il parco naturale delle Capanne di Marcarolo, a Bosio, un’incantevole riserva a 150 chilometri da Torino percorsa da piccoli ruscelli e suggestivi panorami.  “Volevano farla finita. Prima avevano pensato a un incidente, poi di darsi fuoco. Scartate queste ipotesi avevano deciso  questa modalità con cui morire insieme, perché questo avrebbe dovuto essere un omicidio-suicidio. Così la coppia aveva trascorso insieme, affettuosamente, le ultime ore nel bosco” racconta l’avvocato Chiarito. Poi Albert aveva preso un cavo elettrico e l’aveva stretto al collo dell’amata Heidi, che si era distesa a terra, consenziente, e l’aveva lasciato fare. “Con quello stesso cavo il mio cliente ha poi provato a impiccarsi a un ramo. Ma il piano è sfumato: il ramo si è rotto, lui è caduto rompendosi quattro vertebre. Si è trascinato fino alla sua auto, e ha trascorso tutta la notte in preda allo shock e allo sconforto”.

L’avevano trovato all’alba due escursionisti, e quando erano arrivati i carabinieri lui aveva confessato: “Ho ucciso mia moglie, ma l’ho uccisa per amore“. Il movente, in un primo momento, sembrava essere una malattia terminale. Ma l’autopsia aveva rivelato che la donna non aveva alcun tumore. Con una rogatoria, il pm aveva ottenuto tutta la documentazione clinica della coppia: nessuna traccia di problemi oncologici. “Quello che però c’era, ed è stato riconosciuto anche dal giudice che ha ritenuto il mio assistito affetto da un vizio parziale di mente, era una problematica psichica della coppia. Forse entrambi si erano autoconvinti di avere un tumore, ma il movente resterà un mistero”, spiega ancora il difensore.

Senza prove di un’acclarata malattia, e senza un consenso scritto della donna a essere uccisa, il processo sembrava essere in salita. Ma l’avvocato Chiarito ha svolto delle indagini difensive e ha scoperto che poco prima di partire per l’Italia, la coppia, che non aveva figli ed era molto chiusa, aveva lasciato un testamento. “Un testamento berlinese congiunto, che doveva per forza essere stato redatto insieme per avere valore –  spiega l’avvocato Chiarito  – e che guarda caso era stato fatto proprio pochi giorni prima del viaggio“.  L’altro indizio su cui ha puntato il difensore è stata la mancanza di segni di difesa riscontrati al momento dell’autopsia, “una circostanza inequivocabile, segnalata anche dal medico legale della procura”.

Dopo aver trascorso alcuni giorni in ospedale per curarsi, Albert Gunter Schleicher Lindmeier era stato portato in carcere ad Alessandria: lì, per 18 mesi, ha atteso il processo, leggendo libri e imparando l’italiano, superando anche la fase depressiva che un anno e mezzo fa l’aveva portato a tentare il suicidio con la moglie. L’unica persona ad andarlo a trovare è stato il suo avvocato: “Sembra aver elaborato il lutto. Questa storia, un omicidio così insolito, fatto

per amore, mi ha molto toccato: lui ha sempre ripetuto “I killed for love”. Sono andato in carcere da lui ogni 15 giorni, forse andando oltre alle necessità professionali, e l’ho difeso convinto che glielo dovessi. Perché sul piano giuridico un conto è ammazzare la moglie, un altro è ucciderla con il suo consenso. Per quanto l’azione abbia certamente un disvalore, è moralmente diverso. Domani mattina andrò di nuovo a trovarlo”.

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