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Haiti, inferno dei Caraibi Dopo terremoti e carestie mille morti per l …

L’uragano Matthew si avvicina alla Florida e perde fortunatamente potenza, ma ha lasciato i segni tremendi della sua violenza nel Paese più disgraziato dei Caraibi. A Haiti, già devastato quattro anni fa da un potentissimo terremoto che ha raso al suolo la capitale Port-au-Prince uccidendo duecentomila persone, sono stati contati fino a ieri 842 morti e migliaia di sfollati. Uno scenario di devastazione destinato a peggiorare, e che è solo l’ultimo capitolo di una storai di sciagure, naturali e non. Il motto sullo stemma tradizionale di Haiti una rutilante esagerazione di cannoni trombe tamburi baionette inastate e bandiere che fanno corona a una palma sormontata da un berretto frigio, ricordo della Rivoluzione francese – è il seguente: «L’Union fait la force». Certo, a nessuno si può chiedere di rinunciare a una visione ottimistica del proprio futuro, ovvero a un’immagine positiva del proprio Paese. Ma una blanda correzione a quel motto – qualcosa che ricordi come l’Unione farà anche la forza, ma che la debolezza a Port-au-Prince non passa mai – forse sarebbe opportuna, ormai.

Pur senza arrivare a eccessi brutali ma anche più verosimili, da condensarsi in un lapidario «L’Isola della Sfortuna», per esempio, che più efficacemente direbbe come stanno davvero le cose, in quell’angolo dei Caraibi. Collocata nel bel mezzo di quello che secondo la vulgata comune, da Finisterre a Vladivostok, passa per essere un pezzo di Paradiso incastonato sul pianeta Terra, Haiti è da sempre un concentrato di disgrazie. Ci mancava solo «Matthew», la peggior tempesta tropicale che si sia abbattuta sul settore orientale della vecchia Hispaniola dadecenni a questa parte.

Terra di pirati e luogo di deportazione di moltitudini di schiavi africani, ai tempi della colonizzazione spagnola, Haiti sembra perseguitata davvero da una maledizione. Come se essa stessa, il suo territorio, le sue genti, a una bracciata di chilometri dai pettinatissimi campi da golf della confinante Repubblica dominicana, fossero da sempre vittime di un maleficio; di uno di quei riti woodoo praticati ancor oggi sull’isola da stregoni e pitonesse di origine africana. Una terra «dove la disgrazia ha logorato le anime», per dirla con Yanick Lahens, autrice contemporanea haitiana.

Il panorama è quello che avete visto nei telegiornali della sera: «case» di cartone e lamiera spazzate via da venti che soffiavano a oltre 200 chilometri orari, fango, morte e devastazione. Con migliaia di persone rimaste senza cibo, senz’acqua, senza elettricità. E con lo spettro, mai del tutto debellato, di un’altra epidemia di colera. L’ennesima, dopo la spaventosa febbre gialla che decimò il contingente di soldati francesi spediti da Napoleone sull’isola all’inizio dell’Ottocento. L’ultima, in ordine di tempo, scoppiò sull’isola pochi mesi dopo il catastrofico terremoto del 2010. A portare la peste, si disse, fu il battaglione nepalese della missione Onu. Oltre diecimila furono le vittime, secondo calcoli aggiornati al 2014, perpetuando la storia di tragedie, di sofferenze, di lutti moltiplicati dalla spaventosa promiscuità in cui la maggioranza della popolazione, dieci milioni di anime, vive.

Sei anni e mezzo dopo quel terremoto, il panorama di Haiti non è cambiato granché. Come se il fiume di denaro riversato sull’isola dalla comunità internazionale fosse stato ingoiato da una voragine. Ospedali, scuole, città attendono ancora di essere ricostruite, mentre la popolazione vive appesa al buon volere e agli aiuti delle agenzie internazionali. Su 177 Paesi classificati in base all’«Indice di sviluppo umano», Haiti occupa il posto numero 153. Mentre più della metà della popolazione, il 54 per cento, vive con meno di un dollaro al giorno. Ci mancava solo l’uragano «Matthew», un’iradiddio di cui i poveri haitiani davvero non sentivano il bisogno.

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