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Giovani di origine immigrata. “Cittadini italiani e cittadini del mondo”, tre storie di integrazione riuscita

Storie di integrazione riuscita con protagonisti tre giovani di origine immigrata, con percorsi diversi, ma tutti impegnati per un’Italia migliore e un’Europa più accogliente. Le loro storie dimostrano che la diversità è una ricchezza da saper cogliere, ma i loro cammini sono stati, comunque, accidentati. Oggi si sentono cittadini italiani – due lo sono effettivamente, il terzo parla dell’Italia come del “nostro Paese” -, ma soprattutto cittadini del mondo, che sperano migliore grazie proprio all’apertura verso gli altri che i giovani sanno manifestare. Sono Ziad Atef, Annalisa Ramos Duarte e Ireneo Spencer. Ci hanno raccontato la loro vita in occasione della presentazione a Roma, martedì 16 aprile, del documento dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, “L’inclusione e la partecipazione delle nuove generazioni di origine immigrata”.

Ziad Atef ha 21 anni, vive a Milano e studia informatica in una scuola superiore. È venuto dall’Egitto nel 2009, a 11 anni, insieme alla mamma e alla sorella, per ricongiungersi con il padre, laureato in Egitto in finanza e marketing, ma che in Italia fa il muratore. Prima era stato in Austria e a Cipro perché “nel nostro Paese una laurea come la sua è poco spendibile”. “Pensavamo a un trasferimento temporaneo, perché mia madre è molto legata all’Egitto. Perciò, nei primi anni di permanenza qui non sono stato iscritto a una scuola italiana. Eppure, io mi vedevo davanti un mondo aperto, pieno di cultura e di arte e mi chiedevo: che senso ha stare qua solo qualche anno?

Noi siamo cittadini di questa terra”.

All’inizio, ammette Ziad, “cercavo la compagnia di ragazzi egiziani perché non parlavo italiano e avevo paura dei pregiudizi. Quando, poi, ho iniziato a lavorare ad alcuni progetti del comune in campo sociale, non mi sono sentito mai uno straniero”. Il ragazzo si è ambientato bene: “Mi piace la compagnia dei ragazzi italiani, impari tanto da loro; ugualmente mi piace conoscere ragazzi di seconda generazione come me per mantenere qualcosa della mia identità. L’integrazione è un incontro di due culture, che insieme ne formano una terza”. Secondo il ragazzo, “essere cittadino non vuol dire avere un documento dove c’è scritto italiano. A me non serve una carta, devo sentirmi un cittadino italiano. Quando ho lavorato ai progetti sociali, mi sono sentito a casa”. Per il futuro dice: “Mi piacerebbe restare in Italia, laurearmi qui. Questo è un Paese più flessibile rispetto ad altri. Gli italiani sono capaci di capire persone che vengono da culture diverse e che, con i loro talenti, possono arricchire il Paese”. Ci avviciniamo alle elezioni europee: cosa si aspetta un giovane di origine immigrata che vive in Italia? “La politica internazionale negli ultimi anni non sta andando molto bene, ma se ogni cittadino pensa a fare il suo dovere ci saranno meno problemi in Italia e in Europa. I muri sono soprattutto nella testa, mentre servono collaborazioni anche con Paesi in Asia e Medio Oriente per ridurre le tensioni.

Se il mondo si apre non dobbiamo chiuderci: questo è il rischio che corre oggi l’Unione europea”.

Annalisa Ramos Duarte ha 25 anni, sta seguendo la laurea magistrale in Sviluppo economico ed è nata a Firenze da genitori di Capo Verde, ora separati. “Mi piacerebbe molto lavorare nel campo della cooperazione internazionale, magari come project manager di una ong, viaggiare e rendermi utile alla società”. Annalisa ha avuto la cittadinanza italiana al compimento dei 18 anni: “Ho vissuto con disincanto questo obiettivo perché mi è sembrata una concessione, per questo non mi sono sentita orgogliosa. La cittadinanza in un Paese dove sei nato e cresciuto è un diritto che deve essere riconosciuto. È inconcepibile, come è successo a me, dover chiedere il permesso di soggiorno”. Nel corso della sua vita la ragazza ha vissuto “un periodo buio alle scuole medie”: “Ero stata per un anno a Capo Verde con mia madre. Quando sono tornata avevo dimenticato un po’ la lingua e a scuola mi hanno inserito in un gruppo di alfabetizzazione con ragazzi immigrati da poco trasferiti in Italia. All’inizio è andata bene perché ero un po’ spaesata, ma quando ho recuperato mi è sembrata un’ingiustizia, perché mi sentivo italiana e mi sembrava che non fosse riconosciuta la mia identità”. Le esperienze con il gruppo dei pari sono state positive: “La mia speranza per un’Italia migliore sono i giovani, che non sono spaventati dalla diversità, al massimo sono curiosi. Io ho amicizie sia con coetanei italiani sia capoverdiani, mi sento vicina sia agli uni sia agli altri. Mia madre mi ha insegnato ad apprezzare la cultura capoverdiana e la scuola quella italiana. Per questo,

mi sento italiana al 100% e capoverdiana al 100%.

A volte, però, la gente, sia di qua sia di Capo Verde, non capisce questo appartenere a due culture”. In Italia, come nel resto di Europa, avanzano i partiti xenofobi: “La politica e la società – osserva Annalisa – non vanno di pari passo. Se, da un lato, alcuni politici fomentano contro gli immigrati, dall’altro, nella società ci sono tante persone aperte. Spero che queste chiusure della politica siano passeggere. E, in vista delle elezioni di maggio, spero in un’Europa più unita per rinforzare l’appartenenza e, al tempo stesso, avere la libertà di muoversi tra i Paesi dell’Unione e vivere in un mondo più aperto e senza pregiudizi”.

Ireneo Spencer ha 38 anni e origini di Capo Verde. È nato e vive a Roma, a Tor Pignatara. È laureato in Architettura di interni con laurea magistrale in Architettura e restauro ed è vicepresidente del Conngi (Coordinamento nazionale nuove generazioni italiane), che vuole “valorizzare la pluralità italiana che oggigiorno si staglia sui volti di giovani dalle differenti origini, ma che condividono un attaccamento all’Italia in quanto Paese natale o di crescita”. A dispetto del percorso universitario, “il mio cammino a scuola – spiega – è stato abbastanza accidentato: ho ripetuto tre volte la terza media. E, poi, nei corsi di orientamento per le superiori consigliavano me e gli altri ragazzi di origini immigrate a frequentare studi professionali”. Ireneo ha acquisito la cittadinanza italiana a 12 anni, quando l’ha avuta la madre. “Il problema è un altro: anche se sono cittadino italiano, sono sempre considerato straniero, per il colore della pelle. Mi è capitato viaggiando, sia qui sia all’estero, che pur avendo mostrato il passaporto italiano mi abbiano chiesto il permesso di soggiorno o, almeno, si siano meravigliati del mio passaporto italiano.

C’è un pregiudizio fortissimo e ignoranza culturale. È una lotta che vivi quotidianamente”.

Con i coetanei, però, non è mai stato vittima di pregiudizi. Ireneo è cattolico, ma, denuncia, “passa il messaggio che tutti gli immigrati sono musulmani. In questo ha un ruolo la comunicazione: anche nei nostri confronti, si parla di seconda e terza generazione, ormai siamo quasi alla quarta o alla quinta, perciò, preferiamo parlare di nuova generazione”. Avendo difficoltà a trovare lavoro come architetto, Ireneo collabora con la Caritas come mediatore e ora sta curando una ricerca con Cnr e Focsiv. Che Italia vorresti? “Il nostro Paese può dare molto di più. Non ha niente in meno di Germania e Francia. L’Italia a livello europeo può portare grandi valori. Per questo c’è la necessità di formare le giovani generazioni, perché, purtroppo, da noi c’è carenza di civiltà”. Ora si avvicinano anche le elezioni europee: “L’Europa deve credere di più in se stessa, ha iniziato bene il suo cammino, ora si è un po’ persa. Vorrei che rientrasse nel progetto originario”.

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