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Fecondazione assistita: meno rischi se la terapia ormonale è su misura

Finalmente anche in Italia è disponibile un nuovo farmaco in grado di stimolare la produzione di ovociti solo nella misura necessaria. Una terapia ormonale ad hoc, insomma, che abbassa i rischi di iperstimolazione ovarica e della sindrome ad essa collegata.

Per aumentare la possibilità di concepimento, durante i cicli di fecondazione assistita, la paziente è sottoposta a cure ormonali che favoriscono la produzione di ovociti. Queste terapie sono avviate con dosaggi standard che successivamente, grazie al monitoraggio delle fasi intermedie, vengono adattati sulla base della risposta individuale.

La reazione alla stimolazione ovarica, infatti, non è uguale per tutte le donne, ma varia da soggetto a soggetto ed eventuali riscontri inattesi possono incidere sull’efficacia e sulla sicurezza del trattamento.

«Oggi è possibile optare per una terapia ormonale su misura per ogni donna – spiega il Prof. Antonio La Marca, ginecologo e Docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Modena e Reggio Emilia -, per ogni paziente viene calcolato il dosaggio ormonale effettivamente necessario grazie ad un algoritmo specifico che tiene in considerazione il peso corporeo e l’ormone antimulleriano (AMH). Questo approccio personalizzato migliora la compliance e riduce l’apporto ormonale laddove non necessario».

La maggior parte delle donne trattate con questo nuovo principio attivo ha avuto una risposta ovarica adeguata, con risultati  migliori rispetto alle terapie tradizionali. Dopo la prescrizione iniziale con dosaggio mirato la terapia non deve essere adeguata e non richiede ulteriori esami di monitoraggio a fasi intermedie. In più è somministrata, quotidianamente, attraverso un’apposita penna, che rende alla paziente il percorso terapeutico estrememante semplice.

«Questo nuovo principio attivo è il frutto di un impegno forte e di lunga data nel campo della medicina riproduttiva – spiega David Fontana, General Manager di Ferring Italia-. Rendere più semplice la cura è un passaggio fondamentale per aiutare nel concreto chi intraprende la fecondazione assistita e per sostenere le coppie in un percorso che spesso si presenta denso di incognite e di fatica, anche sotto il profilo psicologico». Proprio sul fronte psicologico, l’azienda ha sostenuto due progetti di ricerca che sottolineano gli aspetti psico-emotivi della coppia e delle donne che decidono di preservare la fertilità in caso di malattie oncologiche.

Il primo studio “Quello che le coppie non dicono” verte su ciò che le coppie (soprattutto gli uomini), durante i colloqui di procreazione Medicalmente Assistita (PMA), appunto non dicono. Realizzato dall’Università degli Studi di Milano e coordinato dalla Prof.ssa Elena Vegni,psicologa clinica, evidenzia come la comunicazione tra il medico ginecologo e le coppie sia principalmente tarata sugli aspetti informativi del percorso della PMA. Gli aspetti psicologici ed emotivi che lo accompagnano sono, invece, ancora poco presi in considerazione. Se da un lato le coppie sono soddisfatte di conoscere i termini medico-scientifici e biologici del percorso che hanno deciso di intraprendere, dall’altro l’aspetto emotivo, che invece ha un peso enorme in tutte le fasi, non riesce ancora a emergere.

«Stupisce in questo senso il positive talk: coppie e medico hanno un’attitudine positiva, ironizzano e scherzano. Un quadro del tutto inedito per questo contesto, oltre che rispetto a quanto accade nei colloqui delle altre aree cliniche – sottolinea la Prof.ssa Vegni -. Lo interpretiamo, ma servono ulteriori studi di approfondimento, come un segnale di intenso stress emotivo che è difficile da maneggiare ed esplicitare nella visita e che si manifesta in modo indiretto, quasi camuffato». Durante i colloqui con il medico l’uomo, che spesso si limita a rinforzare le posizioni della partner, si espone meno. Anche se poi, in privato, esprime una propria opinione, imprime decisioni e cerca altrove le risposte a domande inattese. Nelle conversazioni latita anche il tema della sessualità. «Un dato che sorprende se si parla di procreazione e di un aspetto che potrebbe migliorare la qualità della vita così sofferente in queste coppie. Una maggiore personalizzazione dell’approccio anche psicologico, oltre che farmacologico, con uno stimolo al contributo attivo da parte di entrambi i partner, sarebbe auspicabile per perseguire una maggiore soddisfazione della coppia in questo percorso complesso» osserva la Prof.ssa Vegni.

Il secondo studio, “Preserviamo”, realizzato dal Centro di Fisiopatologia della Riproduzione e PMA di cui è Responsabile il Prof. Alberto Revelli, della Clinica Universitaria del Sant’Anna di Torino diretta dalla Prof.ssa Chiara Benedetto, in partnership con ISTUD è un progetto di medicina narrativa che ha analizzato l’esperienza di donne che hanno effettuato la crioconservazione degli ovociti prima di iniziare il trattamento oncologico, raffrontando la narrazione delle pazienti e degli operatori che le hanno seguite.

L’obiettivo dello studio è sensibilizzare la rete degli operatori sanitari verso le reali necessità delle pazienti per migliorare la cura e individuare elementi di valore e criticità del percorso. Dopo la preservazione della fertilità l’89% delle pazienti dice di aver affrontato il trattamento del cancro con un atteggiamento più positivo, un dato confermato dagli operatori sanitari (65%). «La crioconservazione preventiva rappresenta una fonte di speranza verso il futuro, indipendentemente dal fatto che non garantisca una certezza di gravidanza, contribuendo anche ad una miglior gestione delle cure oncologiche» sottolinea la Dott.ssa Alessandra Razzano, psicologa-psicoterapeuta dell’Ospedale Sant’Anna di Torino che ha guidato lo studio.

Sul fronte degli input per la rete medica multidisciplinare coinvolta nella cura (dall’oncologo al ginecologo ai radioterapisti ed infermieri) se da un lato emerge soddisfazione delle donne per il sostegno e per le informazioni ricevute dalla rete medica multidisciplinare (79%), dall’altra si deduce la necessità di estendere il più possibile questa best practice ancora limitata ad una valenza territoriale. «Questo per ridurre sempre più il numero di persone che scoprono troppo tardi, per mancanza di informazione o di accompagnamento esperto, che avevano una possibilità importante di preservazione del futuro. Senza dimenticare – conclude la Dott.ssa Razzano – come ben specificato nelle storie delle donne, che ancor prima dell’informazione, c’è bisogno di un ascolto non giudicante: solo da qui può nascere un percorso realmente condiviso e personalizzato di terapia».

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