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E il dalmata Dominis divenne (per poco) principe delle Hawaii

di GIULIA BASSO

«Sono l’Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo, ma non è vero che sono sempre calmo». Inizia così la prima avventura di Corto Maltese, “Una ballata del mare salato”, pubblicata nel 1967 dalla rivista Sgt. Kirk e divenuta negli anni un vero caposaldo del fumetto europeo. Ambientata durante i primi trent’anni del Novecento, fra Venezia, le steppe della Manciuria, le isole dei Caraibi, le foreste amazzoniche e le onde del Pacifico, “Una ballata del mare salato” narra le scorribande del marinaio Corto, “gentiluomo di fortuna” tra pirati, ammutinamenti, intrighi politici e popoli esotici.

Quasi mezzo secolo dopo la pubblicazione del fumetto di Hugo Pratt, uno dei pochi artisti italiani ad aver ripercorso e raccontato il Pacifico, Corto Maltese rivive oggi nelle vicende, stavolta decisamente reali perché storicamente documentate, di altri dieci “gentiluomini di fortuna”, italiani che, a cavallo tra il 1850 e il 1950, lasciarono la madrepatria per approdare dall’altra parte del mondo, nell’Oceano più remoto.

Le loro vite sono narrate nel volume, curato da Marco Cuzzi, professore di Storia contemporanea all’università di Milano, e Guido Carlo Pigliasco, docente di Antropologia all’Università delle Hawai-Manoa, “Storie straordinarie di italiani nel Pacifico” (Odoya, pagg. 320, euro 20), che nell’immagine di copertina, realizzata da Nicola Pastori, richiama il mito di Corto Maltese. Sono esploratori, avventurieri, militari, medici, capitani, artisti e scrittori: personaggi assai diversi per cultura, indole e finalità, le cui storie sono state raccolte in questo libro affidando la ricerca e la stesura dei testi a storici, antropologi, giornalisti e scrittori. Tra queste dieci figure di viaggiatori spicca quella di un capitano di marina proveniente da queste terre, John Dominis, e del figlio John Owen, affidata alla penna delle sue pronipoti, la giornalista triestina Elisabetta de Dominis e l’insegnante e ricercatrice goriziana Paola Predolin.

Gli italiani nel Pacifico. L’Italia è da sempre terra di emigrazione verso nuovi mondi, ma tra i possibili approdi di questo popolo di viaggiatori, se si escludono i flussi migratori verso l’Australia del primo Novecento e del secondo Dopoguerra, il Pacifico è sempre stato marginale. Tranne rarissime eccezioni, l’Italia fu sempre piuttosto assente in quel vasto mondo fatto di continenti, arcipelaghi, isole, popoli e culture lontane e quasi aliene.

Alcuni italiani lasciarono tuttavia nel Pacifico tracce indelebili. Ad attrarli verso gli esotici Mari del Sud furono le ragioni più svariate, c’è chi lo fece per necessità e chi per voglia d’avventura, eppure per tutti si trattò di un viaggio di sola andata, spesso caratterizzato da una sorta di rifiuto nei confronti della madrepatria.

Rifiuto dell’Italia post-risorgimentale, che si atteggiava a piccola potenza coloniale ma veniva snobbata dai grandi imperi. Rifiuto, nel caso del capitano di marina John Dominis, dell’impero austroungarico, che con la restaurazione del 1815 aveva privato i nobili italiani di gran parte dei loro possedimenti in Dalmazia.

Rifiuto, in seguito, dell’Italia fascista, con il suo autoritarismo e le ridondanti e a tratti ridicole liturgie, ma anche dell’Italia democratica, come spiega bene quel sergente Nicola Lo Russo che alla fine di “Mediterraneo”, il celeberrimo film di Gabriele Salvatores, tornato sull’isoletta greca, confessa: «Non si viveva poi così bene in Italia, non ci hanno lasciato cambiare niente. E allora gli ho detto: “Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice”. E sono venuto qui». La fuga, «l’unico mezzo che rimane per mantenersi vivi e continuare a sognare» (Henri Laborit, “Elogio della fuga”, citato all’inizio del film), diventa per l’emigrante l’inizio di una nuova vita.

John De Dominis e il figlio John Owen. Quando poco dopo il 1815 la polizia austriaca si presentò a casa del conte Vincenzo De Dominis, in Dalmazia, chiedendo notizie del figlio Girolamo, che aveva disertato la Marina austriaca per combattere per l’Italia a Lissa, il padre finse di ripudiarlo. In realtà il giovane era stato aiutato a fuggire per raggiungere la vicina isola di Lussino, dove trovò il primo di una serie d’imbarchi che lo avrebbero portato, l’anno seguente, in America.

Nel 1823 fece richiesta della cittadinanza americana, dichiarando davanti alla Corte distrettuale di Boston di essere nato a Trieste, in Italia, e di chiamarsi John Dominis. Boston era il più importante porto mercantile americano e John ebbe la fortuna di venire assunto da un ricco armatore, la cui flotta era spesso impegnata tra la Cina e le Hawaii.

La sua fu una carriera tutta in ascesa nella Marina commerciale americana, durante la quale si dedicò con successo alla compravendita di pelli, salmone sotto sale e olio di balena. Nel 1837 il capitano, con la moglie americana e il figlio John Owen a seguito, sbarca a Honolulu. Qui, all’inizio degli anni Quaranta del XIX secolo acquista un terreno, con l’intenzione di costruirvi uno splendido palazzo. Nel 1846 la dimora non è ancora pronta e John Dominis riparte per una missione commerciale diretta a Manila e in Cina, dalla quale non farà più ritorno. La moglie, in difficoltà finanziarie, sceglie di aprire la propria casa, ormai terminata, a ospiti paganti e un po’ alla volta salda tutti i debiti. Il Washington Place, questo il nome dato al palazzo, rimane per anni la più aristocratica dimora delle Hawaii.

Il figlio John Owen frequenta le migliori scuole dell’isola e lì conosce la principessa Lydia Kamaka’eha Paki, con cui convolerà a nozze. Il matrimonio gli apre porte prestigiose: è nominato governatore dell’isola di Oahu e, per un breve periodo, anche delle isole Maui, Molokai e Lanai.

Nel 1891 la moglie è incoronata regina delle Hawaii e lui è insignito del titolo di principe consorte. Ma il regno durerà davvero poco: due anni dopo la regina verrà esautorata da una manovra politica americana e, ormai semplice cittadina, sceglierà il nome di Lydia Dominis, in omaggio al marito. Si spegnerà a Honolulu nel 1917, vivendo gli ultimi anni della sua vi. ta a Washington Place, con il rammarico di non essere riuscita a scoprire chi fosse davvero il suocero John Dominis, che aveva fatto edificare lo splendido palazzo che l’aveva ospitata.

A ricostruire la sua storia e il relativo albero genealogico ci hanno pensato, esattamente un secolo dopo, le sue pronipoti. Che oggi possono affermare con certezza: «John Dominis era dalmata, nato ad Arbe poco prima della caduta della repubblica marinara di Venezia. Si sentiva ed era italiano: discendeva da un ramo dei principi Frangipane, arrivati nella Dalmazia settentrionale da Roma nel tredicesimo secolo».

La famiglia de Dominis era iscritta nel Libro d’oro dei nobili veneziani e finché a dominare su quelle terre vi fu la Francia napoleonica continuò a prosperare. Ma con la restaurazione del 1815, che portò la Dalmazia sotto il dominio dell’Austria-Ungheria, la fortuna dei nobili italiani cessò e iniziarono le prime cospirazioni contro gli austriaci e gli scontri tra italiani e croati, che l’impero

austro-ungarico incoraggiò, per contrastare l’irredentismo della popolazione italiana.

Fu allora che Girolamo-John Dominis decise di levare le tende, per costruire la sua fortuna in un altrove tanto sconosciuto quanto incredibilmente carico di possibilità.

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