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Dopo la morte di Castro: nel futuro di Cuba ci sono Trump e il Papa

Con la morte di Fidel Castro scompare l’ultimo leader comunista del XX secolo e si apre per Cuba una fase di transizione che ha tre protagonisti: il fratello Raúl, Papa Bergoglio e Donald J. Trump. Quasi mezzo secolo di feroce dittatura, fedeltà al comunismo sovietico e sfida agli Stati Uniti hanno generato a Cuba un microcosmo dove ideologie del passato, impoverimento economico e faide di regime hanno trasformato la fede cattolica nell’unica piattaforma su cui poter ricostruire un’identità collettiva, prima ancora che un modello sociale.  

 

La staffetta al potere fra Fidel e il fratello Raúl, avvenuta dieci anni fa, e la decisione dell’amministrazione Obama di abbandonare le sanzioni scommettendo su riconciliazione e commerci hanno creato le premesse per quanto ora diventa possibile all’Avana: gli eredi di Fidel hanno l’opportunità di trasformare il funerale del «Líder Máximo» nell’abbandono definitivo di una dittatura – spietato contro gli oppositori quanto contro i gay – che ancora imprigiona il destino dell’isola più grande del Mar dei Caraibi. In attesa di sapere se Raúl e i suoi più stretti collaboratori decideranno di permettere a 12 milioni di cubani di entrare a pieno titolo nel XXI secolo, possono esserci pochi dubbi sul fatto che quanto sta per avvenire a Cuba sarà un test tanto per il primo Pontefice latinoamericano che per il 45° Presidente degli Stati Uniti.  

 

Papa Bergoglio è il leader più popolare sull’isola, è a lui che i cubani guardano sperando di riconquistare prosperità, diritti e libertà, ed è soprattutto la sua Chiesa a poter parlare direttamente con il popolo come il regime castrista non riesce più a fare dall’impoverimento massiccio seguito al crollo dell’Urss e dei suoi imponenti aiuti finanziari. Papa Bergoglio conosce le piaghe dell’isola e sa quanto il suo futuro conta per l’intero emisfero occidentale da dove lui proviene: le scelte che farà nelle prossime settimane potranno essere decisive sul corso degli eventi. Assai meno popolare, ma altrettanto decisivo, è il Presidente-eletto degli Stati Uniti. Nemico giurato del castrismo, paladino degli esuli di Calle Ocho a Miami e fautore di una proiezione dell’America nel mondo opposta a quella del predecessore, Trump trova nella morte del «brutale dittatore» Fidel il primo test imprevisto della sua presidenza. Dovrà rivedere l’agenda dei briefing di sicurezza, riassegnare le priorità strategiche al proprio team e apprendere in fretta quanto serve per affrontare i molteplici scenari che si aprono davanti alle coste della Florida: dal rischio di instabilità, rese dei conti all’Avana e dintorni all’opportunità di un’accelerazione nella normalizzazione dei rapporti bilaterali, inclusa la possibilità che gli esuli di Miami siano il motore più importante della rinascita economica.
 


 

Spingendo su uno stesso sentiero personaggi tanto diversi come Raúl, Papa Bergoglio e Trump, la morte di Fidel si preannuncia come un evento spartiacque: oltre a segnare la scomparsa dell’ultimo grande dittatore del Novecento, indica anche il possibile momento d’inizio di una nuova stagione per le Americhe. A conferma che, una volta ancora, la Storia passa per Cuba. 


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