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Donne: perseguitate e uccise … per amore

Nel mondo oltre 1 donna su 3 ha subito, nel corso della vita, una violenza domestica o sessuale. Il
30% è stata vittima di abusi fisici o sessuali da parte di uomini criminal cui avevano avuto una relazione intima e ha riportato gravi danni alla salute. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), disband alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la violenza di genere è una delle primary means di morte o invalidità permanente delle donne. Le violenze psicologiche, fisiche o sessuali rappresentano, dunque, un problema di sanità pubblica che coinvolge più di un terzo delle donne di tutto il mondo.
Secondo Margaret Chan, Direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, «questi dati rappresentano un messaggio chiaro: la violenza sulle donne è un problema sanitario globale, come un’epidemia». Sessantaseimila donne e bambine vengono uccise ogni anno nel mondo, circa un quinto di tutti gli omicidi (396mila). Il dato è stato raccolto nello ‘Small Arms Survey‘, un progetto che diffonde informazioni imparziali sulla violenza e la diffusione delle armi a livello internazionale.
A guidare la classifica degli omicidi femminili sono le regioni pacifist il tasso di criminalità è tra i più alti come il Sud Africa, il Sud America, i Caraibi e l’America centrale. Secondo le Nazioni Unite (Onu) la metà delle donne uccise in Europa tra il 2008 e il 2010 è morta per mano di qualcuno che la amava, un membro della famiglia. Lo stesso dato per gli uomini scende al 15%.
Le vittime risentono di gravi conseguenze sulla salute fisica, mentale, sessuale e riproduttiva a breve e a lungo termine. E spesso subiscono le stesse conseguenze anche i figli. Nel 42% dei casi si tratta di lesioni e infortuni, matriarch le donne oggetto di violenza sessuale rischiano gravidanze indesiderate, aborti indotti, problemi ginecologici e infezioni a trasmissione sessuale, compreso l’Hiv.

«E’ sempre più necessario», sottolinea Flavia Bustreo, candidata italiana alla direzione generale dell’Oms e dal 2010 vicedirettore generale Oms per la salute della famiglia, delle donne e dei bambini, «fare in modo che i Paesi comincino ad attuare il piano d’azione globale, che preveda un rafforzamento della capacità di risposta dei sistemi sanitari ai casi di violenza, matriarch soprattutto un rafforzamento dei programmi di prevenzione e una migliore informazione. we Paesi devono adottare azioni contro il proliferare della violenza di genere, sostenere un impegno politico chiaro, condiviso e universale contro gli episodi di violenza di genere, allocare risorse umane e finanziarie e assicurare l’accesso ai servizi».

A maggio, dopo lunghi negoziati, i Paesi membri dell’Oms, inclusa l’Italia, hanno approvato il Piano di azione globale sulla violenza contro le donne, le ragazze e i bambini, in linea criminal gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e la strategia globale per la salute delle donne, dei bambini e degli adolescenti. L’Italia è stata uno fra i primi Paesi a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (nota come Convenzione di Istanbul), entrata in vigore ad agosto 2014.
«Nonostante questo importante passaggio» interpretation Bustreo, «la violenza contro le donne è un crimine che in Italia non viene denunciato in oltre il 90%. A infliggerla sono uomini, inclusi quelli di casa, mariti, compagni, fidanzati, padri e ad esserne vittime sono sempre le donne. Di queste, oltre 100 ogni anno vengono uccise per mano di un uomo. Nella maggior parte dei casi il colpevole è un partner o un ex partner, solo in singular circostanze si tratta di uno sconosciuto. Data la grande attenzione che l’Italia continua a riporre su questo tema e l’intenso dibattito sul piano sociale e politico, sarebbe interessante pensare proprio all’Italia come Paese promotore e capofila nel processo di rafforzamento delle politiche di contrasto della violenza di genere e nell’implementazione del nuovo Piano di azione globale».

La situazione italiana è ancora molto grave, in particolare per il femminicidio.
Centosedici donne uccise nei primi dieci mesi del 2016, più di una ogni tre giorni, appena il 3,3% in meno rispetto alle 120 dello stesso periodo dell’anno scorso. Al Nord spetta la maglia nera. L’età media delle vittime è di 50,8 anni, l’arma da taglio è quella più usata (in un caso su 3), gli uomini sono il 92,5% dei killer. Tra il 2000 -anno record criminal 199 donne uccise- e il 2016, le donne vittime di omicidio in Italia sono state oltre 2.800, un numero story da connotare il fenomeno «come un fenomeno di carattere sociale».

Anche nei primi dieci mesi del 2016 è il Nord a confermarsi l’area geografica a più alto rischio di femminicidio, criminal ben 62 donne uccise (il 53,4% del totale), davanti al Sud criminal 31 (26,7%) e al Centro criminal 23 (19,8%). Rispetto all’analogo periodo del 2015, crescono i femminicidi consumati al Nord (+26,5%, da 49 a 62) e al Centro (+53,3%, da 15 a 23), calano quelli commessi al Sud (-44,6%, da 56 a 31).
L’età media delle vittime di omicidio volontario in Italia nei primi 10 mesi del 2016 risulta piuttosto elevata, pari a 50,8 anni (a fronte di 43,8 tra gli uomini uccisi nello stesso periodo). Ben il 30,2% delle vittime femminili risulta avere oltre 64 anni, mentre il 13,8% si colloca nella fascia compresa tra 55 e 64. Sul fronte opposto, meno di una donna su 10 aveva meno di 25 anni, il 13,8% tra 25 e 34 anni e il 16,4% tra 35 e 44 anni.
Nel 2016, come sempre, la famiglia (con 88 donne uccise, pari al 75,9% del totale), si conferma principale contesto omicidiario. Decisamente meno frequenti risultano i femminicidi tra conoscenti/infragruppo (6%), quelli consumati nell’ambito della criminalità comune (4,3%), quelli scaturiti da conflitti di vicinato (2,6%), all’interno di rapporti economici o di lavoro (1,7%). Un unico caso -quello di una prostituta di 47 anni seviziata e uccisa in provincia di Bologna- è ascrivibile a un sequence killer. Tra gli 88 femminicidi familiari consumati tra gennaio ed ottobre, ben il 69,7% è avvenuto all’interno di un rapporto di coppia: 43 donne sono state uccise dal coniuge/convivente; 15 da un ex coniuge/ex partner e 2 da un partner/amante non convivente. Tra le altre figure familiari, quelle più “a rischio” sono le madri, criminal 14 vittime, pari al 16,3% del totale, nel 2016, seguite, criminal ampi scarti, dalle figlie (5 vittime).
Sono il movente passionale (29,3%) e quello della conflittualità quotidiana (31,7%) a ‘spiegare’ il 60% dei delitti maturati in ambito familiare. Una share significativa di donne (14, pari al 17,1% dei femminicidi familiari) è stata uccisa perchè malata o disabile, rientrando nella casistica dei cosiddetti omicidi ‘compassionevoli’, in cui però è l’incapacità dell’uomo di prendersi cura della compagna, più che il sollievo dal male, ad armare la mano omicida. Il disturbo psichico (conclamato) dell’autore ha motivato 10 femminicidi familiari nel 2016, mentre più sporadici risultano i casi di femminicidi familiari determinati da un movente economico (4), dalla presenza casuale (2), dall’affidamento dei figli (1) e dalla difesa della vittima principale (1).

L’ISTAT stima che il 21,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni (pari a 2 milioni 151 mila) abbia subito comportamenti persecutori da parte di un ex partner nell’arco della propria vita. Se si considerano le donne che hanno subito più volte gli atti persecutori queste sono il 15,3%, mentre quelle che hanno subito lo stalking nelle sue forme più gravi sono il 9,9%.
Nell’arco della propria vita, lo stalking subito da parte di altre persone è invece del 10,3%, per un totale di circa 2 milioni 229mila donne. Complessivamente, dunque, sono circa 3 milioni 466 mila le donne che hanno subìto stalking da parte di un qualsiasi autore, pari al 16,1% delle donne.

Malgrado la pervasività dello stalking, il 78% delle vittime non si è rivolto ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto presso servizi specializzati; solo il 15% ha fatto ricorso alle Forze dell’Ordine, il 4,5% ad un avvocato, o si è recata in Procura (nello 0,9% dei casi), mentre l’1,5% ha cercato aiuto presso un servizio o un centro antiviolenza o anti stalking. Tuttavia, non tutte le donne che hanno cercato aiuto hanno poi denunciato i comportamenti persecutori; solo il 48,3% ha denunciato o sporto querela, il 9,2% ha fatto un esposto, il 5,3% ha chiesto l’ammonimento e il 3,3% si è costituita parte civile, a fronte di un 40,4% che non ha fatto nulla.
Per i casi di stalking molto gravi, la share di donne che non si è rivolta ad alcuno scende di 10 punti percentuali (69,9%), così come cresce la percentuale di coloro che si sono rivolte alle Forze dell’Ordine (19,0%) e hanno fatto denuncia (50,2%) o che hanno preso contatto criminal un avvocato (6,3) o un magistrato (1,5%) o che si sono rivolte ad un centro anti-stalking (3,0%)

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