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Da Ferrara alle isole Falkland, la storia di una giovane giornalista …

federica 1“Ho venticinque anni, un sogno e sono a 18mila km da dove sono nata”. Un sogno che l’ha portata da Ferrara alle isole Falkland con in mano solo un taccuino e una telecamera (e una valigia da 60 chili, va bene essere poetici ma bisogna anche essere preparati).

E’ il sogno di Federica De Caria, giovane giornalista ferrarese che, dopo la laurea in giornalismo conseguita a Londra, ha deciso di spingersi ancora più in là. Fin quasi al polo sud.

Un’esperienza che ci siamo fatti raccontare direttamente da Federica, per sognare insieme a lei paesaggi incontaminati visti solo sulle pagine del National Geographic. Ne abbiamo parlato in un giorno qualunque di luglio. Qui fa un caldo micidiale, lì sta nevicando.

Cosa spinge una ragazza a lasciare la propria città per andare quasi dall’altra parte del mondo, in uno dei luoghi più sperduti sulla terra?

Di persone lontane da casa è pieno il mondo, ho solo scelto una destinazione peculiare. Io e la mia mania esploratrice abbiamo trovato su Twitter un annuncio per lavorare per la televisione delle isole Falklands. Pagavano il volo, pagavano te come giornalista (cosa da non sottovalutare) e ti davano un tetto. Io il curriculum l’ho mandato. Poi la mail di risposta e l’intervista via Skype. Mi hanno presa e sono arrivata qui poco più di due mesi fa.

E’ stata dura cambiare routine? Come l’hanno presa i tuoi familiari e amici?

Avevo una specie di quotidianità a Londra, ma non è che le mie quotidianità durino molto. Mia madre, il cui sogno è di andare in Patagonia, ha esultato, alla prima menzione. Riso, all’intervista via Skype. Chiesto: “Ma allora fai sul serio?!”, una volta ricevuta la chiamata di conferma. Facevo sul serio. Anche le mie amiche mi hanno chiesto se facevo sul serio. Credevano andassi su un’isola caraibica. Erano già lì pronte a regalarmi bikini e ad invidiarmi l’abbronzatura. Poi ho consultato Google Maps. Il mio ragazzo mi ha detto: “Ti vengo a trovare!”. Questo prima di capire che non andavo alle Far Hoer (quelle vicino alla Scozia).

Reazioni varie, insomma. Come è stato il viaggio?

Mi sono ritrovata con una sessantina di chili di valigia, in una giornata di fine aprile, alla base militare di Brize Norton, a nord di Londra. Di fronte a me 16 ore di viaggio e di fianco uno dei miei nuovi compari, James. Non lo conoscevo e non mi rendevo esattamente conto all’epoca che avrei vissuto, lavorato, riso, guidato e grugnito la mattina a colazione con lui.

E l’arrivo invece?

Ero consapevole di andare in un posto singolare, ma alle mie orecchie singolare è sinonimo di fichissimo. L’introduzione a questo posto è stata tutta d’un fiato. Mi hanno portata a casa la prima sera e al lavoro in redazione la mattina dopo. Mi hanno dato una telecamera in mano e detto vai. In due giorni avevo intervistato un paio di ministri, conosciuto il comandante delle forze armate nel sud dell’Atlantico e il governatore delle isole.

Raccontaci un po’ di questo mondo sperduto ma così vivo.

La capitale è Stanley. Abitanti 2500 e no, non parlo degli abitanti di Stanley, mi riferisco al totale della popolazione, distribuita su due isole. L’avevo googlato, quindi ne ero consapevole anche prima di scendere dall’aereo e di scontrarmi con il paesaggio lunare dai colori più belli che avessi mai visto. In città sull’introduzione del bancomat ci stanno ancora lavorando. Al supermercato strappi un assegno, non strisci la carta. E pure sul wifi hanno lavoro da fare. A meno che tu non abbia un contratto milionario con Sure, l’unica compagnia telefonica dell’isola. In redazione abbiamo internet illimitato (o illimitatamente lento) e io e i miei due compari ci abbiamo messo le tende.

A parte il wi-fi, ti manca altro?

Il tempo libero. Ho capito da subito che non avrei avuto troppi weekend liberi. Perché si filma quando le cose accadono e in una piccola comunità iperattiva come Stanley le cose accadono ogni giorno della settimana. E anche il cibo. Dopo una settimana sono passata ai cibi surgelati, visti i prezzi proibitivi di frutta e verdura: un avocado arriva a 5 pounds. Converrebbe darsi all’alcool, quello almeno non è tassato. Una birra costa quanto un pomodoro.

Come è la tua giornata tipo?

Se prima la mattina mi svegliavo e mi infilavo in metropolitana, evitando magistralmente gli sguardi del mondo, ora la mattina mi sveglio, volo in quell’hangar che è la palestra militare e saltello sul tapis roulant con un cenno di saluto al ragazzo di cui non so il nome, ma che ho visto talmente tante volte che non salutarlo pare scortese. Poi rivolo a casa e dopo una doccia raggiungo l’ufficio, con un cenno di saluto per ogni macchina che passa nell’opposta direzione. Non importa che tu li conosca o meno. Non alzare nemmeno un dito dal volante quando ci si incrocia è scortese. E sì, ho imparato la guida a sinistra e ora me la giro su una quattro per quattro con nonchalance.

E a lavoro invece? Come funziona la ‘Telestense’ di Falklands?

In redazione siamo in cinque, la mia manager, un ragazzo che si occupa di animazioni, io e i miei due compagni d’avventura, Traighana e James. Il programma che produciamo è settimanale, quindi il venerdì e il lunedì mattina sono generalmente gli stalking days. I giorni in cui chiami mezza città per cercare di ottenere le interviste che vorresti. Il lunedì pomeriggio si corre, il martedì pure. Il mercoledì solitamente t’accorgi che ti è rimasto un giorno soltanto e ti viene il panico da editing. Di conseguenza la giornata passa in una trance da Adobe Pro da cui ti risvegli il giovedì. Poi il ciclo ricomincia.

Quali sono i momenti più interessanti che hai vissuto fino ad ora?

Ho assistito all’autopsia di una balena, scalato un mulino a vento, passato quattro giorni in una fattoria nell’ovest, camminato in mezzo ai leoni marini e ovviamente, come da tradizione, fotografato i pinguini. Passo la settimana a parlare con le persone e a cercare di raccontare quel che accade. Praticamente quel che più mi piace fare. In piccolo. Ma lo faccio.

Come vivi questa avventura?

Ho accettato la sfida con la nostalgia, lei non perde mai l’occasione. Però la mia testa la scrolla con il pensiero che un giorno potrò ridere di quella volta che ho vissuto per sei mesi poco lontano dal polo sud solo perché da grande volevo fare la giornalista. Nei libri che leggevo da bambina i giornalisti erano viaggiatori curiosi. E’ così che sono finita qui. Colpa dei libri. Se poi mi ritroverò a fare tutt’altro, beh avrò sempre un sacco di storie da raccontare attorno alla tavola, di fronte ad un piatto di tagliatelle della nonna.

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