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Confesso che non so. Tutti i dubbi sull’Occidente, i musulmani e lo …

di Andrea Leoni


Confesso che non so. Confesso, cari lettori, che in questa sciame di opinioni più o meno qualificate sul terrorismo islamico in guerra con l’Occidente, io un’opinione precisa, con un punto di partenza e uno di arrivo, non ce l’ho proprio. E mi sono chiesto che senso avesse pubblicare un’analisi che non è altro che una somma di informazioni, di sensazioni, di sussulti umorali, di ipotesi in continuo mutamento. Di dubbi. 

 

E mi sono risposto, dubitandone, che il dubbio è uno dei valori più fragili e preziosi di quel che resta di questa nostra cultura europea. Perché i fondamentalismi non hanno tentennamenti, perseguono senza il filtro del ragionamento e della critica gli ordini del loro dogma. Mentre chi dubita ascolta, analizza, riflette, cambia idea, non si accontenta. Certo, in tempi forsennati e di guerra, il dubbio non appare come una strategia seducente. L’azione presuppone certezze e fucilate per essere rapidi nella risposta. E l’inevitabile lentezza e il continuo travaglio del dubbio, appiono sempre più come un cin cin intellettuale da salotto, una perdita di tempo buonista, e non una via saggia verso il futuro. 

 

Eppure la fretta di reagire, la superficialità, l’ansia e le guerre lontane utilizzate come tranquillanti per assopire l’opinione pubblica e perseguire i propri interessi, non ci hanno portato nulla di buono. Per questo ho deciso di mettere in fila i pensieri di questi giorni, con le loro contraddizioni, la loro intrinseca volubilità, la loro sincera imprecisione. Eccoli. 
 

“Dividi et impera”
 

Ho pensato che dopo gli ultimi attentanti che hanno colpito la periferia dell’Europa sia saltato il tappo. E che dopo ogni attacco sul suolo europeo avrei voluto buttarli fuori tutti, chiudere le moschee, vietare l’Islam su tutto il Continente. Ma poi ho riflettuto su una regola sacra della politica e del comando: “dividi et impera”. Un precetto non eludibile che vale per loro e vale per noi. E mi sono convinto (più o meno…) che se cedessimo agli istinti peggiori, loro avrebbero vinto e noi no. E siccome è impensabile, oltre che ingiusto, negare cittadinanza a diversi milioni di persone (i musulmani che vivono) in Europa), non si scappa: è indispensabile allearsi con una parte del mondo islamico per sconfiggere l’altra. Se non lo facciamo perché ci crediamo, facciamolo almeno perché ci conviene.

 

La stessa fredda razionalità che l’Unione Europea ha usato con la Turchia di Erdogan, donandogli tre miliardi di Euro per fare quel che già dovrebbe fare: controllare i confini. Dopo aver appurato che i soldati del Califfato facevano avanti e indietro dalla Siria, passando indisturbati per la Turchia, abbiamo ceduto al ricatto regalando una vagonata di soldi a un Stato che nel recente passato ha pesantemente flirtato con l’Isis, salvo poi fare retromarcia sotto le pressioni internazionali e la crescente instabilità interna. Ho pensato che genere di superiorità morale possiamo esibire verso il resto del Mondo dopo aver realizzato questi “compromessi”. 


Giovani e maschi


Ho pensato che molti dei terroristi erano cittadini europei. Ma non tutti lo erano. L’attentatore di Nizza, era nato in Tunisia e risiedeva in Francia dal 2005. E quello di Ansbach era un profugo siriano che in un’intervista  di qualche tempo fa alla televisione bulgara, aveva raccontato la sua fuga dalla Siria distrutta dalla guerra. Questo ci dice che non possiamo escludere nulla e che anche tra i migranti possono annidarsi ii serpenti. 


Abbiamo terroristi classici, terroristi folli e folli terroristi. Terroristi ricchi e studiati e terroristi poveri e incolti. Gli unici elementi certi, per quanto riguarda l’Europa, è che si tratta di maschi giovani, di fede musulmana più o meno solida e più o meno recente, e con legami di sangue con alcuni Paesi islamici. Non è possibile circoscrivere con certezza il campo oltre. Ci troviamo quindi di fronte a un cerchio ampissimo, impossibile da sorvegliare. Così come, al di là delle pecche dei singoli apparati di sicurezza, e ce ne sono stati soprattutto in Francia e in Belgio, è impensabile sorvegliare ogni singolo obbiettivo. Semplicemente perché gli obbiettivi sono infiniti. Aeroporti, stazioni, cinema, teatri, ristoranti, chiese, negozi…. nelle capitali come nelle periferie. E anche le armi con cui i terroristi uccidono sembrano infinite: kalashnikov, bombe, cinture esplosive, certo, ma anche camion e coltelli. 
 

I musulmani che non stanno zitti


Ho pensato che vorrei vedere la comunità islamica europea e non solo mettersi in prima linea contro l’Isis. Manifestare, urlare, denunciare i terroristi, come ha scritto Tahar Ben Jallou. Ma poi ho spucliato la rete e mi sono reso conto che numerosi esponenti della comunità musulmana lo stanno già facendo. Magari mentono tutti e di certo si può sempre fare di più e meglio. Ma il dato esiste. 

 

Ho pensato tuttavia che sia indispensabile che gli Imam parlino le lingue nazionali del Paese in cui predicano, che vi risiedano da un po’ e che i flussi finanziari delle moschee siano pubblici, autorizzati e che non arrivino dall’estero. Ho pensato che non si devono fare concessioni religiose su piscine, veli, simboli e stretti di mano. E ho pensato che c’è un equivoco che gli islamici europei devono risolvere: non è vero che gli uomini del Califfato non c’entrano niente con l’Islam. C’entrano eccome, sono parte del mondo musulmano a tutti gli effetti e ne sono una corrente importante. Non riconoscerlo significa mentire e non riconoscere il nemico da combattere. 


Magari anche noi dovremmo prendere le distanze
 

Ma tanti musulmani hanno preso le distanze. Il Consiglio del culto musulmano francese ha addirittura invitato gli islamici di Francia a recarsi a messa nelle chiese di tutto il Paese la prossima domenica, in segno di unità dopo l’attacco di Rouen. E mi chiedo, senza nessun senso di colpa, se anche in Siria o in Iraq o in Afghanistan, vi sia tra la popolazione lo stesso bisogno di testimonianza che noi chiediamo ai musulmani. Se anche loro vorrebbero che scendessimo in piazza, ci raccogliessimo in preghiera in moschea, per distanziarci dalle centinaia di migliaia di morti civili, vittime innocenti dei bombardamenti delle nazioni occidentali, dei droni, del commercio di armi. Mi chiedo se agli yemeniti, o alle vittime musulmane degli attentati terroristici dello Stato Islamico, farebbe piacere vedere gli svizzeri in piazza per protestare contro il nostro Paese che vende armi all’Arabia Saudita, che finanzia l’Isis e fa la guerra allo Yemen. 

 

Ho pensato che il Papa, tutto sommato, potrebbe avere ragione.


I morti musulmani
 

E questo è un altro cruccio. Rabbia e lacrime per i nostri morti ma non possiamo non riflettere sul fatto che la stragrande maggioranza delle vittime del terrorismo islamico sono musulmane. Secondo una recente statistica si parla di un rapporto di 5’000 a 25’000. Mentre vivevamo nell’inquietudine degli ultimi attentati in Europa, decine di uomini, donne e bambini saltavano in aria per mano dello Stato Islamico a Kabul e a Qasmili, in Siria. Allego in fondo all’articolo una mappa che traccia con un puntino rosso gli attentati compiuti a Baghdad. Ecco come è ridotta una delle culle della civiltà umana, dove un tempo sorgeva Babilonia.  

 

Ho pensato che gli unici che combattono l’Isis sul campo, con in braccia il fucile, sono in larga maggioranza musulmani. Tra questi anche gli sciiti iraniani, i nostri nemici dell’altro ieri e oggi alleati. E fra le condanne più dure mai espresse contro l’Isis ci sono quelle dell’Ayatollah Khamenei, che ha scritto due lettere ai giovani occidentali e chissà se qualcuno gli avrà risposto…A proposito, ho pensato anche che il Paese con il tasso maggiore di popolazione islamica è una democrazia, l’Indonesia, dove molti di noi sono stati in vacanza. Così come alle Maldive, dove è in vigore la Sharia, la tanto detestata legge coranica: eppure ci andiamo lo stesso a fare il bagno senza troppa indignazione. E allora ho pensato quanta ignoranza nel parlare di un mondo, quello islamico, che è pieno di differenze, complessità e sfumature. 
 

Orrore per la censura
 

Ho pensato che mi fa orrore e paura l’idea che sta circolando in queste ore di censurare le storie dei terroristi che colpiscono in Europa. Abdicare alla conoscenza e alla libertà di stampa sarebbe un ulteriore conquista dei terroristi rispetto ai valori occidentali. I fatti dicono che non esiste alcun “effetto emulazione”. Gli attentati sono tutti diversi fra loro, seppure all’interno di una precisa strategia, peraltro annunciata dallo Stato Islamico. Se per garantire la sicurezza saremo costretti a pesanti compromessi democratici, con sospensioni di diritti costituzionali, allora c’è bisogno di verità e di conoscenza. È fondamentale sapere se chi commette gli attentati sia stato addestrato o sia un terrorista fai da te. In quale contesto è vissuto. Chi era. È necessario che chi governa non se ne approfitti, magari nascondendo falle e inefficienze, e che l’opinione pubblica abbia tutti gli strumenti per giudicare. Quanto al pericolo di far da megafono alla propaganda avversaria, siamo al ridicolo: al tempo dei social network pensare di arginare la voce del nemico non mandandolo in tv, è solo un’illusione.
 

Non bisogna avere paura di avere paura
 

Ho pensato che in questa situazione non solo è un diritto avere paura ma è anche un atto di responsabilità. Cosa altro spingerebbe, se non il timore di un possibile attacco, la polizia cantonale ticinese a presidiare il Festival di Locarno come mai era stato fatto in passato? Solo gli irresponsabili e gli incoscienti possono permettersi di non avere paura davanti alle tenebre che abbiamo di fronte. Ma temere non significa arrendersi e neppure arretrare. Vuol dire soltanto avere consapevolezza, ponderare i rischi, essere previdenti. Tutti i soldati hanno paura quando sono in trincea e tutti i civili se la fanno addosso quando la guerra picchia sulle finestre di casa. Non si può avere coraggio senza paura. La coscienza del pericolo, e del rischio estremo del pericolo, cioè la sopravvivenza e l’attaccamento alla vita, è l’elemento fondamentale per batterci per ciò in cui crediamo, se in qualcosa crediamo ancora e siamo pronti a sacrificarci. Ed è paradossalmente l’antidoto migliore al panico e alla paralisi. Non dobbiamo aver paura di avere paura.
 

Mentre questi ci danno la caccia, noi diamo la caccia ai Pokemon 
 

Ho pensato che noi, semplici cittadini d’Europa, dobbiamo chiederci cosa siamo disposti a fare per difendere la nostra storia e la nostra cultura, che ha radici greche, giudaiche e cristiane. Ci riempiamo la bocca di valori, di difesa della Patria e delle tradizioni, di democrazia, di diritti. Ma siamo pigri, viziati, irrimediabilmente individualisti, addomesticati dal benessere e rincoglioniti dalla tecnologia. Al contrario di chi ci attacca, che si sacrifica fino alla morte per il proprio ideale, molti di noi non sacrificherebbero nemmeno il telefonino per difendere la propria comunità (che non esiste più). E mentre questi ci danno la caccia, noi diamo la caccia ai Pokemon. 
 

I nazionalisti della Corsica


Ho pensato che l’avvertimento all’Isis da parte dei nazionalisti della Corsica sia stato un autentico sussulto di libertà. E non stupisce che le parole migliori siano state spese da un gruppo espressione di un cuore regionale ed indipendentista. Alla faccia di questa fottuta globalizzazione!

Pubblicato il 29.07.2016 14:46

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