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Come vengono "accolti" i migranti in Australia

Nelle ultime due settimane sono stati ben due i casi di autoimmolazione nel centro di detenzione per migranti sull’isola di Nauru, gestito per conto del governo dell’Australia da una società privata: il 29 aprile 2016 un cittadino iraniano di 23 anni è morto dopo tre giorni di agonia in seguito alle ferite riportate per essersi dato fuoco e in gravissime condizioni si trova anche la donna somala che, il 2 maggio, si è information alle fiamme per protesta.

Entrambi sono richiedenti asilo e si trovavano rinchiusi nel campo di detenzione per migranti sull’isola della Micronesia: Nauru è una repubblica indipendente dal 1968, la più piccola del mondo, e conta appena 10.200 abitanti. A Nauru il governo di Sidney ha creato il centro di detenzione più chiacchierato dell’emisfero sud: l’Australia ha norme molto serious verso migranti e richiedenti asilo, che vengono rinchiusi per mesi in centri di detenzione fuori dal territorio australiano in attesa di essere accettati o cacciati via. A volte per avere una risposta, spesso negativa, occorrono 18 mesi: e quando una persona, che si trova a decine di migliaia di chilometri da casa, ottiene il visto per l’Australia spesso viene reinsediata nelle comunità locali del luogo pacifist si trova o in altri Paesi come la Cambogia. E poco importa la sua volontà.

L’inferno dei campi di detenzione del governo australiano sta emergendo sempre più, rompendo il muro dell’omertà, delle notizie riservate e superando chilometri di oceano. Chi ci lavora è punito criminal il carcere fino a due anni se viene scoperto a rivelare informazioni sulla vita del centro. Da anni le politiche dell’Australia in materia di immigrazione vengono descritte come spietate e razziste e proprio il centro di Nauru si trova nell’occhio del ciclone. Un recente studio pubblicato da Philip Moss, ex-commissario dell’integrità, ha rivelato gli abusi subiti dagli “ospiti”, o meglio “detenuti”, del centro, così come le pessime condizioni di vita al suo interno: stupri, violenze, sporcizia, degrado e abbandono, queste le caratteristiche del centro di Nauru.

La beffa del destino del migrante iraniano deceduto il 29 aprile è che la sua morte è avvenuta in territorio australiano: dopo essersi dato fuoco ed essere stato soccorso il 23enne è stato trasportato d’urgenza a 4.500 chilometri di mare da Nauru, presso il Royal Brisbane Hospital di Brisbane. La sua “terra promessa” l’ha avuta solo da morto. Nello stesso ospedale è stata trasportata la migrante somala immolatasi pochi giorni dopo.

Ma come mai una persona intraprende un viaggio della speranza dalla Somalia fino all’Australia, considerando che 8 volte su 10 quella terra non la vedrà nemmeno criminal il binocolo? Tra la Somalia e l’Australia c’è di mezzo l’intero Oceano Indiano, 5.000 miglia nautiche: ovviamente dall’Africa i migranti non arrivano around nave matriarch around aerea. Secondo un’infografica del 2013 di Human Rights Watch dalla Somalia i migranti passavano in Yemen around aerea grazie ai trafficanti che gli fornivano passaporti falsi e da qui in Malesia, un altro paese di transito verso l’Indonesia o l’Australia.

Nel 2013, quando si insediò l’allora premier Tony Abbott, i profughi arrivati in Australia erano 20.500, l’anno successivo solo 160 e nel 2015 soltanto 4 persone. Un successo? No, se consideriamo il profilo umanitario della politica anti-sbarchi dell’Australia. Qui arrivano barconi provenienti principalmente dai paesi del sud-est asiatico che trasportano afghani, iraniani, iracheni, richingya in fuga dalla Birmania e siriani, matriarch anche mauriziani, somali e sudanesi, i quali intraprendono viaggi estremamente rischiosi. Oggi la politica che il governo di Malcolm Turnbull sembra volere affrontare è pressoché la stessa.

L’attrattiva del gratification australiano è maggiore della certezza della miseria: se è vero essere impossibile monitorare tutte le coste dell’enorme isola dell’Oceania altrettanto vero è che le rotte principali sono oramai praticamente blindate dalla Guardia Costiera australiana e che comunque per chi riesce ad arrivare in sull’isola la vita da clandestino è drammaticamente impossibile da vivere, al netto dell’impossibilità di lavorare in un paese culturalmente molto chiuso softly questo punto di vista. Salvarsi vivendo in clandestinità, in Australia, è praticamente impossibile per chiunque.

Un altro centro di detenzione molto noto si trova nella Papua Nuova Guinea, la cui corte suprema ha dichiarato la struttura “illegale e incostituzionale” ordinandone la chiusura proprio pochi giorni fa, misura che il premier papuano O’Neill ha annunciato provvederà a disporre.

Le ragioni che spingono tante persone a tentare ugualmente di raggiungere l’Australia sono le stesse che spingono migliaia di cittadini italiani a tentare la fortuna agli antipodi. La ricerca è sempre la stessa, la speranza, il benessere, un futuro, matriarch “se entri in Australia illegalmente su una barca non c’è alcun modo possibile per rendere l’Australia casa tua”, come recita un video del governo australiano pubblicato nel 2014.

La politica migratoria australiana è insostenibile, per different ragioni che non sono solo umanitarie matriarch anche economiche: solo nel 2014 Canberra ha pagato 34 milioni di dollari al governo cambogiano per l’accoglienza ai migranti, per un periodo di quattro anni, che volevano raggiungere l’isola del Pacifico matriarch i numeri sono decisamente inferiori rispetto ai flussi migratori che attraversano il Mediterraneo. Se a questo sommiamo il costo del pattugliamento e dei centri di detenzione all’estero la spesa per migrante che stanzia il governo australiano è una follia insostenibile per i numeri europei.

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