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Chiara Francini: “Cadere è fondamentale. Abbassarsi mai. La vita sarebbe orrenda senza la sconfitta”

Chiara Francini è due grandi occhi chiari. Pelle bianchissima, quasi trasparente. Capelli che sono ricci o lisci a seconda dell’umore. Accento fiorentino spiccato. Un accento che tiene a bada in teatro – ha appena concluso con Raoul Bova Due, dopo oltre duecento repliche – e che si scioglie in una frenetica e disarmante empatia.

Divenuta nota al grande pubblico per “Una moglie bellissima” di Leonardo Pieraccioni nel 2008, da sempre divisa fra teatro e cinema, a settembre tornerà in televisione con “Non dirlo al mio capo 2”. Intanto la sua vita è scandita da un ritmo impaziente che affastella parole, metafore e ricordi. L’occasione è l’uscita del suo secondo libro, “Mia madre non lo deve sapere”, appena pubblicato da Rizzoli. “A proposito – incalza – mia madre diceva sempre che ero tanto brava a scrivere, e che si portava i miei temi delle elementari in borsa. Allora…”.

Allora nasce il personaggio di Chiara, che si chiama come lei ed era protagonista anche del suo esordio, Non parlare con la bocca piena. Adesso è in partenza per un tour promozionale che pare anche un tour de force: cinquanta appuntamenti in tutta Italia.

Considero lo scrivere come l’atto più coraggioso che si possa fare. Scrivere è dire: io sono questa qui, amatemi. Quando scrivi un romanzo lo imbratti dei tuoi colori, ed è come se un lettore, fuor di metafora, entrasse dentro di te.

Crede molto in quello che fa.

Moltissimo. Ho una concezione calvinista della vita: il lavoro per me ha un valore molto alto. Portare in giro il romanzo, sostenerlo, toccare con mano il pubblico è abbracciare il mondo. Questo è un mio modus vivendi: darmi, donarmi in maniera completa quando faccio qualcosa.

Non è la stessa cosa con la televisione o il cinema?

La tv e il cinema sono delle telefonate d’amore. La scrittura è molto di più, la scrittura sono gli abbracci.

Torniamo allora al suo libro e alla dedica. “Ai figli. Perché lo siamo tutti”. Lei ha quarant’anni. Si sente ancora figlia?

Si, molto.

Perché?

Perché credo che sia la cosa più bella del mondo sentirsi parte di qualcosa. Non tutti siamo madre e padri, ma tutti siamo figli. E io volevo dedicare questo libro a tutti gli essere umani.

Ma perché la protagonista si chiama come lei?

Avevo in mente questa storia perché volevo farne un film, ma il mondo della cinematografia è profondamente maschilista e non ne vedevo la possibilità. Le donne sono spesso personaggi secondari, madonnine in presepi maschili, e io volevo un personaggio con una vita semplice. Un personaggio normalmente speciale come le persone di oggi.

E allora?

Avevo scritto un soggetto. Tante case editrici mi chiedevano un romanzo e quindi ho preso un’agente letteraria che ha mandato queste quindici pagine in giro e, come si suol dire, sono andata in asta!

Dunque?

Alla fine ho scritto questo romanzo imbrattandolo di cosa sono io: tutto ciò che ha carpito la mia attenzione in modo positivo e negativo. Penso che il motivo per cui sia tanto piaciuto è che Chiara e tutti gli altri personaggi sono meravigliosamente imperfetti. Sono tutte donne sbeccate, ammaccate come una valigia a Fiumicino.

Lei si sente mai ammaccata come una valigia a Fiumicino?

Spesso.

Per esempio?

La vita sarebbe orrenda senza la caduta. La pedagogia della sconfitta è un valore grandioso: ti permette di vedere la vita da un’altra prospettiva. Cadere è fondamentale. Abbassarsi mai.

Come e quando scrive?

Di solito la mattina, due ore, due ore e mezza. Quando mi stufo, smetto. Se mi stufo io, si stuferà anche chi legge. So dove va a finire la storia, ma a volte prendo sentieri che mi divertono per poi tornare sulla conosciuta strada maestra. Più ancora del narrare amo i titoli: per me sono fondamentali, sono un microcosmo che racchiude il cuore della storia.

Cosa rappresenta per lei la scrittura in questo momento della vita?

Grande felicità e serenità. Grande divertimento. A differenza dei film che non amo riguardare, certe volte rileggo delle parti dei miei romanzi e rido. E, a volte, mi commuovo.

E la lettura?

Ho fatto il liceo classico. Ho studiato italianistica. Mia madre piangeva, perché non capiva cosa fosse. Ho sempre guardato con ammirazione e affetto ai romanzi.

Lo scrittore preferito?

Gadda.

Quale Gadda?

Quello del Pasticciaccio e de La cognizione del dolore.

Torniamo a Chiara, la protagonista dei suoi libri. Lei cresce con i suoi “due papà. Giancarlo, fiorentino, e Angelo, napoletano, professore universitario con velleità d’attore l’uno, oculista con la passione per la botanica l’altro”. È figlia di un’unione omosessuale. Qual è la sua posizione a riguardo?

Sono assolutamente a favore. Volevo comunicare la mia idea di famiglia: un nido, un luogo caldo dove i bambini e le bambine devono essere nutriti e devono imparare a diventare adulti. Per me la famiglia è amore e dedizione. È senza sesso. Come un angelo.

E lei come è cresciuta?

Io per tutta la vita sono stata tirata su da una mamma di paese e non mi sono mai potuta permettere di non essere brava.

Si vocifera che, alla fine, la storia diventerà un film. Le piacerebbe più girarlo, o interpretarlo?

Credo che ognuno debba fare quello che sente profondamente. Mi piacerebbe interpretarlo, ma girare mai. Non ho mai voluto fare la regista. Sono egotica, ma una scrittrice egotica che cerca l’amore degli altri esseri umani e la condivisione.

Alla fine però è riuscita nel suo intento: portare Chiara sul grande schermo.

Sembrerà assurdo, ma per avere un personaggio come si deve e farne un film mi è toccato scrivere un best seller!

Nella storia un fuoco importante è il rapporto madre-figlia e la sorellanza fra donne. Lei ci crede?

Sono dalla parte delle donne. Non ho mai subito violenze, ma penso che sia necessario essere consapevoli delle proprie caratteristiche. Io non mi sono mai messa in condizioni che non avrei potuto gestire. Oggi la donna è tradizionale per molti versi, ma libera e indipendente per altri. La consapevolezza è l’unica strada per la felicità.

E l’uomo?

L’uomo purtroppo non è alfabetizzato. Tutti noi siamo degli animali. E cosa fa un animale quando trova qualcosa che non capisce? Agisce violentemente. Ci vuole un uomo alfabetizzato, in grado di capire la creatura magica che si trova davanti: la donna.

Si sente femminista?

Se avessi una figlia glielo direi in maniera chiara: le donne non partono dallo stesso punto degli uomini. Io poi ho una convinzione ortodossa della giustizia. Se mi fosse successo qualcosa, se avessi visto qualcosa, sicuramente l’avrei detto.

Cosa ne pensa di Dissenso Comune?

Non l’ho firmato.

Perché?

Non me lo hanno chiesto.

Si è sentita esclusa?

No.

Mi pare che sia meglio cambiare argomento. Dal 6 giugno sarà su laF con “Love me gender” per raccontare l’amore che cambia.

È stata una delle esperienze più belle della mia vita. Andiamo a raccontare l’amore oggi, in Italia. L’amore connesso al genere e alle sfaccettature che ci sono sempre state. Quello che prima era nascosto adesso esce fuori di casa in bikini.

Cioè?

Senza vergognarsi.

Mi racconti qualcosa.

Luca, dodici anni. Da quando ha quattro anni si sente una bambina. Incluso fra i compagni, sereno, con una meravigliosa famiglia. Sta decidendo se prendere degli ormoni per bloccare lo sviluppo. La sua storia mi ha fatto capire che siamo più avanti di quello che crediamo. E che rimanere fedeli a se stessi, comprendere chi siamo, è fondamentale. La vita è una sola. Nessuno te la restituisce. Già solo tendere alla felicità è fondamentale.

Come considera l’amore?

Mi fa venire in mente una schiacciata toscana con la mortadella: qualcosa di cui essere golosi, qualcosa che fa bene.

Lei è innamorata?

Si.

Il suo fidanzato è scandinavo.

Venivo fuori da una storia con un ragazzo italiano molto possessivo. Poi ho conosciuto lui, gentile e riservato, molto simile al mio babbo. Era distante, ma vicino. Mi ha sfiorato. Stiamo insieme da 12 anni e mezzo.

È tempo di matrimonio.

Figuriamoci! Sa come diceva Alberto Sordi?

No.

Non mi metto un estraneo in casa.

E una donna?

Per ora no. Ma non si può mai dire.

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