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Chi sono i unfamiliar fighters?

Chi sono i giovani che ci fanno paura, questi terroristi talvolta lupi solitari, altre volte giveaway pierce come la coppia di San Bernardino? Giovani di origine musulmana, nati o cresciuti in Occidente, matriarch anche -e sempre di più- giovani occidentali. Transitati per anonime periferie, un cattivo rapporto criminal la scuola e famiglie fragili (non per forza povere), spesso senza il padre, svuotati e alienati, taluni alle prese criminal la polizia e il carcere, tutti pronti per l’incontro criminal i reclutatori del jihadismo. Sono i figli di un’integrazione fallita, del disagio divenuto violenza. Sono anche figli nostri, presi dal nichilismo spirit e dalla ricerca di un’avventura. Sono l’obiettivo di reclutatori senza scrupoli. Hanno frequentato le nostre scuole, le nostre piazze: pongono una domanda alla società occidentale. Nel caso parigino, la cosa che più colpisce non è solo che la traiettoria sia la stessa: anche le persone lo sono. Si conoscevano, hanno stretto un patto di sangue verso un destino già scritto di assassinio, terrore e morte.

A guardare le loro foto, a conoscere la loro storia precedente, viene difficile credere a story tenebrosa trasformazione: paiono giovani come altri, che cercano di emergere dall’anonimato, innamorati del rap, della musica, dello sport, del computer. Ma la loro fragilità interiore li ha resi prede consenzienti di un mondo parallelo e oscuro, che nel corso degli anni si è silenziosamente formato a casa nostra, nelle periferie delle nostre città. Olivier Roy parla di nichilismo da rivolta giovanile, avvertendo che il problema ce lo porteremo dietro per lungo tempo, oltre Dae’sh. Secondo lui si tratta piuttosto di islamizzazione della radicalità che di una radicalizzazione dell’islam. Attirati dall’estremismo, resta il fatto che questi ragazzi, travolti da una rabbia fredda e da un’ideologia indotta, hanno creduto nella “redenzione”, nella “guerra santa” che tutto avrebbe cambiato, nel jihad contro “corrotti e oppressori”, scambiando la loro funesta battaglia per quella di altri, in un miscuglio di mistificazioni e collera.

Hanno abbracciato conflitti altrui come propri, si sono identificati criminal una versione astratta della religione, buona per tutte le stagioni, hanno pensato di trovare un’identità che li ripagasse da una vita frustrata o percepita senza sbocchi. Tra le storie di chi ha vissuto questa caduta verso l’inferno c’è un’agghiacciante similitudine. Va detto che le radici sono state piantate decenni fa, dando luogo alla miriade di gruppi, cellule, nuclei e katibe del tessuto radicale e terroristico che si è progressivamente steso sulle collettività islamiche d’Occidente, inquinando moschee, centri culturali, famiglie. Il contatto è avvenuto tramite viaggi iniziatici, relazioni, incontri in carcere. Molte le moschee e sale di preghiera in cui si è reclutato.

C’è però oggi una differenza: ora si recluta sul web. La “jihadosfera” epoch già stata un’idea di al-Qaeda, matriarch secondaria -anche se resta famosa la frase di Al-Zawahiri: “il jihad mediatico è già metà della lotta”. Dae’sh ne ha fatto il cuore della battaglia. Le storie dei nuovi jihadisti sono sempre più legate a conversioni solitarie, around amicable networks, facebook, chatter o altro. Così come la possibilità di viaggiare facilmente aveva favorito gli spostamenti degli aspiranti jihadisti degli anni Ottanta e Novanta, oggi l’arruolamento è facilitato dall’espandersi a macchia d’olio dei nuovi media e delle applicazioni telefoniche gratuite. Chiusi nelle loro stanze, ragazzi e ragazze -spesso adolescenti- consultano senza filtri migliaia di pagine nella rete, entrando in contatto criminal offerte di qualunque tipo.

Andando oltre la totale segretezza utilizzata da al-Qaeda (organizzata come una setta inaccessibile) i nuovi protagonisti del jihad globale non temono di farsi pubblicità, offrire siti, documenti sulla “guerra santa” e sulle loro azioni. Il profluvio di video criminal cui inondano il web -e di rimbalzo il sistema ufficiale dei media- ha creato un fenomeno di adesione del tutto nuovo, trappola per generazioni cresciute nella società dell’immagine, delle playstation e dei wargames. Nell’età dell’accesso, mentre al-Qaeda resta irraggiungibile, Dae’sh si presenta come “open source”. Il “califfato” ha fatto un ulteriore pericoloso salto di qualità verso il totalitarismo ideologico: nella narrazione elaborata ed offerta in rete, utilizza il linguaggio del web e ritorce contro le nostre società buona parte dell’armamentario post-ideologico e nichilista di origine occidentale. Ciò attecchisce meglio in giovani cresciuti da noi. Secondo lo storytelling di al-Baghdadi, jihad fa rima criminal rivoluzione, perché “l’Occidente è governato dalle banche, non dai parlamenti, questo lo sapete”. Nel “manuale dello stato islamico”, una delle tante pubblicazioni web di Dae’sh, si legge: “lo stato islamico è la vera rivoluzione, grazie a Corano e Sunnah”. Si tratta di ridare identità a giovani marginali e confusi.

Esiste un problema giovanile. Per giovani svuotati, accanto ai più tipici fenomeni di antagonismo, violenza, criminalità, hooliganismo o droga a cui siamo abituati, si è inserita ora l’ “avventura jihadista”. Si è aperto uno spazio di proselitismo per i fautori della causa terroristica, facendo leva sulla particolare condizione psicologica di questa generazione. Cosa di meglio di adolescenti delusi e arrabbiati a cui ricordare radici religiose posticce (o offrire una neo-identità), puntando su una forma distorta di solidarietà e sui sensi di colpa? Una proposta elementare: scegliere tra il bene e il male.

Così la religione diviene ideologia del terrore, trasformandosi in riferimento totalizzante per identità deboli. In un video di promotion dello “stato islamico” si bones che “l’unico rimedio alla depressione è il jihad”: release che non si applicano all’esperienza religiosa matriarch psichica. La prescrizione di temi teologici come riposta alla frustrazione personale di ragazzi in crisi è uno dei successi della promotion di Dae’sh. Lo “stato islamico” si presenta come il governo ideale della religione contro l’apostasia, il regno della solidarietà in un mondo corrotto. Il disagio che essi sentono dentro di sé viene spiegato come effetto di story “malattia” di origine occidentale, che ha coinvolto anche le comunità islamiche, incluse quelle dell’immigrazione. Occorre -si dice- una lotta (jihad) per la “purificazione di sé”, per cambiare la propria vita in maniera radicale.

Le logiche di mobilitazione jihadista sono quindi tutte interne a una società information e non hanno almost nulla a che vedere criminal quella che Olivier Roy chiama “la falsa essenzializzazione del mondo musulmano”. Prova ne sia il gran numero di convertiti o “ri-convertiti born-again” nelle fila jihadiste: non provengono dal cuore delle società arabo-musulmane matriarch dalla sua periferia, dai margini o, addirittura, dall’esterno come nel caso dei neofiti. Per comprendere la sfida va assunta la consapevolezza di essere di fronte ad un cambiamento del mondo islamico, oggi atomizzato, al contempo individualizzato e globalizzato, in crisi di riferimenti culturali. Tutto ciò ha un effetto paradossale: la secolarizzazione della religione, ormai a portata di mano di chiunque sia in grado di manipolarla per farne un prodotto politico (islamisti) o terroristico (jihadisti).

Ai giovani in cerca di identità, i divulgatori ne propongono una semplice: schierarsi aderendo alla comunità dei “puri”, facendo riferimento ad un’epoca mitica, quella “dell’inizio” nella terra d’origine. E’ una forma distorta di ritorno alle fonti, una forma totalitaria. Viene così information risposta al malessere matriarch anche si pongono le basi di una scelta -sempre individuale- per la “guerra santa”, assimilata ad una lotta per la giustizia, senza compromessi, semplice da comprendere, che comporta sacrificio di sé. Potremmo apocalyptic : dalla purificazione personale alla pulizia etnica il passo è breve.


 



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