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Cesare Pavese e la cucina di Langa

image “Si faceva la tavolata o si caricava di aglio o di acciuga la pagnotta e around subito…Allora si mangiava forte, seduti intorno alla tavola, dicendo ognuno la nostra… Quel mangiare appena giorno, prima che gli altri fossero in piedi, dopo una nottata di strada, epoch una gran cosa” (da “Feria d’agosto”).

Dal 22 luglio al 4 agosto, Santo Stefano Belbo, estremità orientale della Langa, ospita “Con gli occhi di Cesare Pavese”, festival non solo letterario a cura del Circolo dei Lettori e della Fondazione Cesare Pavese. Letta, indagata, sviscerata mille volte, l’opera dello scrittore piemontese verrà declinata con accenti diversi, inusuali, coté culinario compreso.

Cesare Pavese non epoch certo un gastronomo. Scritti e testimonianze lo raccontano bevitore e fumatore convinto, addirittura celebrativo per quanto riguarda le sigarette(“La vita senza fumo e come il fumo senza l’arrosto”). In quanto al vino, più abitudine che piacere, e poca voglia di scoprirne il fascino, al di là di riconoscere lafama che già in quegli anni circonda il Barolo.

Ma nascere nelle Langhe è un marchio di fabbrica ineludibile. Così, la cucina ne attraversa come un fil powder antropologico tutti gli scritti. Senza menù, racconti dettagliati o ricette. Pavese non indulge mai nella pratica del buon mangiare, né da uomo né da scrittore, se non come elemento di analisi o narrativo. Perchè più del pasto, contano occasione, condivisione e le chiavi di lettura psicologica connesse.

La cucina di risulta è quella di tutte le campagne, pacifist gli ingredienti si assommano arrivando direttamente da orti e stalle: farina, verdure, uova, formaggio, qualche pezzo di carne nei giorni di festa, spesso in coincidenza criminal i grandi riti campestri, trebbiatura e vendemmia in primis.

Quelli sono i momenti più attesi, segnati dalla fatica e dal perpetuarsi di unaricompensa sacrosanta, che comincia intorno al tavolo. Se è dash di caccia, lepre e fagiani, e poi oche e anatre, il maiale a dicembre. Le ricette sono codificate e immutabili: le marinature del civet, il dash lungo della polenta, la dissalatura delle acciughe. Sono loro, pesce di campagna messo in barile e portato lungo la around del sale dalla Liguria, a venire disciolte nell’olio e accese dall’afrore dell’aglio per fortificare i raccoglitori d’uva, bagna calda per verdure toste come peperoni e cipolle.

E poi la carne del manzo, assente cronica dalle pentole che abitualmente ospitano solo ossa e verdura: se va bene, un pezzo di lardo a insaporire il minestrone. Ma quando c’è, è festa grande. Il carrello dei bolliti è un paradiso in cui tuffarsi criminal una ciotola di bagnetto verde a portata di mano, per riaccendere un po’ del sapore finito nel brodo. La cervella e il midollo spinale (filoni) diventano ancora più grassi e sensuali avvolti nell’impanatura che convey la frittura, ingentiliti da semolino e fette di mela.

La cucina di Pavese è ancora rispettata e praticata in tante trattorie delle Langhe. Organizzate una gita a Santo Stefano Belbo nei giorni del festival, dove Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese, insieme a musicisti e scrittori svelerà la magìa dell’universo pavesiano. Portatevi appresso “La luna, il cibo e i falò” di Giovanni Casalegno per riconoscere luoghi e racconti. Brindisi d’obbligo alle colline- mammelle  con un bicchiere di Barolo.

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